Pisa e Venezia tra Roma e Bisanzio.

Il 1063 è l’anno di inizio dei cantieri di due importantissimi edifici, destinati a fare scuola ed avere un’eco straordinaria. La cattedrale di Santa Maria Assunta a Pisa e la Basilica di San Marco a Venezia sono esempi di un medioevo arguto, frutto dell’interpretazione critica dei modelli antichi. Ci descrivono, attraverso le loro caratteristiche, il contesto politico e sociale durante il quale sono state costruite.

La cattedrale di Pisa si ispira all’impianto delle grandi basiliche romane paleocristiane come la basilica di San Pietro in Vaticano di epoca costantiniana, con una copertura a tetto su semplici colonne. San Marco riprende il modello dell’Apostoleion di Costantinopoli – la chiesa dedicata ai Santi Apostoli – del VI secolo e fa ampio uso di volte e pilastri.

Scegliendo un modello architettonico, si sceglie quindi un modello culturale e sociale di riferimento. L’antichità nel Medioevo non viene mai dimenticata, ma la si cala nei diversi contesti, reinterpretandola. Definire entrambi gli edifici genericamente “romanici” non significa niente, ma semplifica con delle etichette il fervore culturale del Medioevo.

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Se a Pisa abbiamo l’architetto Buscheto che unisce vari elementi dei territori toccati dalle flotte pisane, con richiami all’architettura islamica, come nelle losanghe nelle arcate cieche, a Venezia, pervasa di cultura bizantina, il Doge Domenico Contarini commissiona un nuovo edificio che parte da uno specifico esempio dell’ex capitale Bisanzio da cui Venezia dipendeva. L’Apostoleion era il mausoleo imperiale, così come la nuova basilica nasce annessa al palazzo ducale sottolineando il nuovo potere politico del Doge e, inoltre la basilica custodisce le reliquie di Marco, collegandosi alla dedicazione dell’edificio di Costantinopoli. Per questo stretto rapporto ideologico le due chiese si assomigliano molto nell’organizzazione dello spazio e nell’uso delle cupole che diventeranno caratteristiche dell’architettura veneta.

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La basilica marciana, in realtà, già esisteva, ma nel 1063 il Doge Contarini decide di ricostruirla come cappella del suo palazzo per risaltare il contenitore delle reliquie, oggetti fondamentali per la liturgia e simbolo di prestigio in grado di attrarre pellegrini e interessi. San Marco è dunque una chiesa di stato che mostra l’affermazione del nuovo potere lagunare attraverso la ripresa degli stilemi dell’antica Bisanzio.

Austera prima del XII secolo, la basilica è stata progressivamente foderata di mosaici splendenti a fondo oro. Il loro compito è quello di rendere l’ambiente interno diafano, riflettendo la luce che viene fatta penetrare dall’esterno, conferendo la sacralità e la preziosità di uno scrigno.

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È interessante notare come l’autore di san Marco rimanga anonimo sebbene, secondo la tradizione, “l’ignoto architetto” sia raffigurato sulla facciata come un vecchio col turbante – quindi un orientale – e una stampella – che secondo la tradizione omerica indica una grande abilità artistica –.

Al contrario, l’architetto della cattedrale di Pisa si delinea come una personalità reale in contatto con l’istituzione dell’Opera del duomo e la municipalità cittadina. Si tratta di una figura moderna e professionalmente definita, a cui viene riconosciuta la genitorialità dell’opera, frutto del sapere ottenuto con lo studio e l’esperienza, e non una “predestinazione”. Buscheto è celebrato nelle epigrafi in facciata, paragonato a Dedalo per le capacità ingegneristiche e a Ulisse per la scaltrezza. Compare anche il popolo pisano a cui è dedicato il complesso di Piazza dei Miracoli. Le opere della piazza sono funzionali ad accompagnare il popolo lungo tutte le fasi della vita cristiana: dalla nascita con il battistero, poi con la cattedrale e quindi alla morte con il camposanto monumentale.

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Sono edifici di grande qualità tecnica e artistica, sebbene molto differenti nelle forme. Due cantieri che ci fanno riflettere sulla qualità della produzione artistica nel Medioevo. Il riferimento all’antico è vivissimo e le figure professionali si avviano ad una definizione moderna. È un’epoca in cui gli uomini si sentono vicini agli antichi senza percepire quel senso di distacco e di “perdita” irrecuperabile che caratterizza l’uomo moderno e così diffuso oggi in chi guarda alla classicità come epoca d’oro del passato e al Medioevo come un nero baratro della civiltà.

– Domenico Ciarcia

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