Il ritorno di Agata

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Agata aveva preso il treno delle sei da Roix-sur-Mer per andare a Le-Chapelle-sur-Saone.

Un viaggio breve. A lei sembrò lunghissimo quella mattina. Voleva ricucire lo strappo del giorno precedente con François. Ci riuscirò? Si chiese con angoscia crescente, guardando fuori dal finestrino la campagna che si risvegliava.

Agata e François erano due giovani ragazzi di trent’anni che si conoscevano da quando erano bambini. Crescendo il loro rapporto si era fatto più stretto, tanto che tutti davano per scontato che si sarebbero sposati, perché li vedevano sempre insieme. Dove c’era uno c’era anche l’altra. Però… c’era sempre un però anche nelle migliori favole, perché François cambiò paese per lavoro e si stabilì a Le-Chapelle-sur-Saone. Non distava molto da Roix-sur-Mer ma era pur sempre lontano. Era distante dagli occhi così che anche il loro rapporto si stava allontanando, sgretolando con lentezza. Piccole crepe, ammise Agata con un pizzico di ansia, ricordando gli screzi degli ultimi tempi, crepe che si possono richiudere, se si vuole veramente chiuderle. Però non era sicura che entrambi lo volessero. A parole, sì, ma nei fatti no. Piccoli battibecchi che diventavano ripicche e litigi, quando bastava poco riconoscere i propri torti o trovare un compromesso per appianarli.

Nei fine settimana all’inizio era François che raggiungeva Agata a Roix-sur-Mer. Poi ha cominciato a lamentarsi che Agata non si muoveva mai e aveva saltato l’incontro settimanale tra i mugugni della ragazza. Così lei aveva iniziato a spostarsi a Le-Chapelle-sur-Saone per incontrarsi con lui.

I loro incontri anziché rappresentare un momento di felicità si trasformarono in fonti di recriminazioni su chi si era spostato di più o di meno e molto altro ancora. Nelle ultime settimane quando uno dei due partiva per tornare a casa, sembrava quasi una liberazione da un incubo.

Agata in questo fine settimana aveva raggiunto François la domenica mattina, anziché il sabato come di consueto.

«Ho avuto un impegno improrogabile ieri» aveva chiarito con tono poco sicuro per giustificare il fatto di non essere partita il giorno prima come sempre.

Il compagno aveva storto il naso, pensando a una bugia oppure a un tradimento, visti i rapporti sempre più tesi tra loro.

Questo aveva innescato una serie di accuse e controaccuse, trasformando la giornata in una specie di incubo. Agata indispettita e di malumore aveva preso il treno delle sei del pomeriggio anziché quello delle ventuno come il solito.

Si era pentita subito per quella decisione repentina e non ponderata di anticipare la partenza. Durante il viaggio di ritorno avrebbe voluto scendere dal treno e correre dal suo François per chiedere scusa per il suo comportamento bisbetico e sgradevole. Prese la decisione che il mattino successivo sarebbe tornata a Le-Chapelle-sur-Saone prima che il suo compagno iniziasse a lavorare. Doveva prendere il treno delle sei e dopo tre quarti d’ora sarebbe stata a destinazione.

Però i minuti non passavano mai e il paese di François sembrava un miraggio come l’oasi per un viandante nel deserto.

All’arrivo consultò l’orologio per vedere quanti minuti aveva a disposizione mentre di corsa volava verso la casa del compagno. Lo bloccò mentre stava per uscire.

«Scusami, amore! Ieri sono stata insopportabile!» urlò gettandogli le braccia al collo col viso rigato di lacrime. «Devo farmi perdonare le parole dette e non dette, gli atteggiamenti sbagliati!»

François tolse le braccia di Agata dal suo collo con il viso infastidito. La guardò con occhi di fuoco e parlò con tono calmo ma deciso. «È tutto finito tra noi». Si avviò a prendere la bicicletta senza aggiungere nulla. Non voleva perdere ulteriore tempo con lei e fare tardi al lavoro. Nella giornata odierna doveva essere concentrato e non distratto da pensieri inutili.

La ragazza con la bocca aperta e le braccia abbandonate lungo il corpo lo guardò allontanarsi. Ben presto scomparve alla sua vista. Non le rimaneva altro che tornare alla stazione e aspettare il primo treno per Roix-sur-Mer seduta sulla panchina di cemento.

Agata si abbandonò disperata sul sedile di legno di terza classe. Tutto era andato in fumo e non poteva farci nulla.

Con angoscia tornava sconfitta a Roix-sur-Mer.

Il clima è cambiato. L’ingiustizia no!

Arranco sul viale alberato e spingo sui pedali, non perché sia in salita ma perchè il caldo mi attanaglia. Mi soffoca e cerco sollievo sotto le ombre degli alberi alternate ai tratti roventi dell’asfalto. Gli occhi si appannano osservando in lontananza il caldo evaporare dal catrame. Non c’è un filo d’aria. Afa mischiata a smog. Ogni anno sempre peggio. Quaranta gradi ormai ogni giorno da dieci giorni. Si ma al Tg hanno detto che arriverà la pioggia, violenta e dannosa.

Tutto questo mi ricorda un paesaggio post apocalittico visto nei film dove gli agenti atmosferici sono estremi e violenti. La popolazione è costretta a stare dentro casa perché i raggi del sole sono cancerogeni e le piogge devastanti. Ma dove diavolo vivo? Che regione è questa? E poi la gente si stupisce quando dico che odio l’estate. Che stagione è? Bella per una settimana, per i più fortunati quindici giorni di vacanza e poi tre mesi di aria condizionata perché all’esterno non ci si può stare. Non riesci a mangiare all’aperto senza sudare da tutti i pori. Non riesci a lavorare. Il ministero della salute raccomanda di evitare l’esposizione al sole e suggerisce di far cambiare l’orario di lavoro a chi è sottoposto alle alte temperature, ma non tutti lo possono fare. Gli operai in produzione lavorano con la maglietta bagnata dal sudore. E ogni anno è sempre peggio. Ogni anno si supera il record dell’anno precedente. E c’è ancora chi ha il coraggio di negare il cambiamento climatico.

“Ma no, è ciclico. Ma no, non c’entra l’inquinamento, ma no, è sempre stato così caldo”.

“E poi ai Caraibi vivono bene lo stesso tra caldo e uragani, fateci l’abitudine”. [Cit. Noto politicante].

Puntualmente tra giugno e luglio i carrozzieri fanno l’overbooking a causa delle macchine distrutte dalla grandine.

Si sprecano le trasmissioni con dibattiti tra negazionisti e ambientalisti come se non fosse sotto gli occhi di tutti.

Greta Thumberg strumentalizzata da ogni parte, ha attirato l’attenzione sul tema scatenando l’ira dei potenti che cambiano idea a seconda della campagna elettorale.

E noi poveri mortali a fare la differenziata in modo impeccabile credendo che la causa dell’inquinamento sia la carta buttata nella plastica e non le fabbriche che ogni giorno immettono nell’aria sostanze inquinanti in quantità consistenti.

E noi poveri mortali a lavare le vaschette di plastica (con enorme spreco di acqua) mentre Infantino vola in jet per vedere le partite di calcio del mondiale inquinando come settantotto persone. SETTANTOTTO PERSONE! E noi laviamo bene il vetro!!!

Beh io la differenziata la faccio male. Per principio. Per protesta silenziosa. Non lavo nessuna vaschetta e metto le ossa del pollo nell’umido. Giudicatemi pure, non m’interessa. La società che gestisce i rifiuti in zona, una multiutility a totale proprietà pubblica e dei comuni che vi aderiscono, ha fatto utili nel 2025 per 8.4 milioni di euro. Per ringraziare la dedizione dei cittadini anche quest’anno, come ogni anno, ha aumentato le bollette. Ho deciso allora di fargli aumentare i costi. Spero assuma qualche operario allo smistamento e compri qualche impianto di lavaggio in più. Almeno farà muovere l’economia.

Penso mentre pedalo con il sudore che mi cola dal collo dalle ascelle e dalle gambe. Il viale alberato è finito, e con lui l’alternanza sole/ombra. Adesso è tutto sole e campi seminati a mais.  Non ho neanche una goccia di acqua, perché bisogna perlomeno essere idratati mentre si soffre.

Acqua mi raccomando che non sia del pozzo, ma quella a pagamento dell’acquedotto.  E sì perché in molte zone del Veneto la falda è inquinata. E non perché qualche cittadino abbia fatto male la differenziata. No, no è quello il motivo. La Miteni, azienda chimica nel vicentino per anni ha sversato sostanze perfluoroalchiliche, inquinanti eterni che non si degradano in natura, che sono andati sulla falda diffondendosi poi nel veneto centro occidentale. Ha continuato indisturbata per decenni con questa pratica nonostante le proteste degli abitanti delle zone limitrofe decimati a causa di tumori ai reni. Quando ormai la situazione era davanti agli occhi di tutti, quando mezzo veneto era inquinato, è partito il processo e dopo qualche anno la Miteni ha svuotato la cassa in qualche modo e dichiarato fallimento. Lo stabilimento è rimasto lì e l’area è ancora in attesa di bonifica. Mentre alla regione decidono ancora chi deve fare cosa, l’inquinamento continua con buona pace dei veneti che lì vicino muoiono ancora e con buona pace di tutti noi, italiani e stranieri che mangiamo le verdure irrigate con quelle acque, beviamo il vino prodotto in quelle zone e mangiamo la carne delle bestie che sono ricche di Pfass.

Nessuno escluso. Anche voi delle altre regioni non sentitevi in salvo. Tra nord e sud non c’è differenza in questa storia e in ogni regione più o meno la situazione è simile. Non parliamo della Campania, non parliamo della Sardegna, del Piemonte. Ma nelle scuole nei Tg locali sembra che la colpa sia nostra, che non differenziamo bene.

Il cielo si rannuvola in fretta, nubi nere. Spero di arrivare in tempo a casa per non beccarmi una palla di grandine in testa grande come una pallina da golf. Ho rinnovato l’assicurazione anti grandine? Si perché questa è diventata una spesa fissa. Un palliativo alla catastrofe. Velocizzo la pedalata mentre si alza un venticello caldo che non promette niente di buono. Mi devo rifugiare in casa, chiudere tutto e accendere l’aria condizionata.

 Un bel lusso che però non tutti possono permettersi. Avete sentito parlare ultimamente del nuovo termine inglese per identificare chi muore realmente di caldo? Avete sentito parlare della Cooling poverty? E’ il contrario di fuel poverty, ovvero chi d’inverno non riesce a riscaldare la propria abitazione. Avere l’aria condizionata è un lusso, non tutti possono comprare l’impianto ma soprattutto mantenerlo e pagare le bollette della luce. Case vecchie che trattengono il calore, coperture bituminose. Oltre a questo è il sistema che non ti permette di essere al fresco. Interi quartieri completamente cementificati, impossibilità economica a raggiungere aree fresche. Anche questa è una discriminazione sociale e si conta che oltre due miliardi di persone affrontino livelli significativi di cooling poverty. Non si può climatizzare tutto come gli americani che hanno climatizzato anche gli stadi. La soluzione non è fornire un climatizzatore a chi abita in una casa di lamiera. E intanto anche di caldo si muore. Senza andare a Rio nelle favelas o in India, si muore di caldo anche in Italia.

Secondo una stima di LSHTM e Imperial college London basata su 854 città europee, in Italia nel 2025 sono morte 4597 persone; in Spagna 2841; in Germania 1477; in Francia 1444 e in UK 1147. Un’ epidemia non da poco, poco pubblicizzata però perché le cause le conosciamo e andrebbero a toccare i portafogli di chi di certo non abita nelle favelas.

Sono arrivata. Appena in tempo. Il cielo piange sassi bianchi. Da privilegiata accendo la mia aria condizionata, faccio una bella doccia rinfrescante. So’ che non sono le mie ossa di pollo buttate nell’umido a creare tutto questo, ma mi sento un po’ in colpa.

Chiappini,(Lamon,BL) il paese delle case che parlano


“Benvenuti a Chiappini, il paese delle case che parlano.”

È la prima frase che accoglie chi arriva in questa piccola borgata del comune di Lamon, a circa 930 metri di quota. Un nome che incuriosisce e che si comprende davvero solo passeggiando tra le sue viuzze.

Per raggiungerla si attraversa Arina e si percorrono alcuni chilometri di una stretta strada che si inoltra nel bosco. È già il viaggio a preparare all’incontro con un luogo appartato.

La prima cosa che colpisce sono le scritte. Frasi, pensieri e riflessioni accompagnano il visitatore lungo il percorso. Sono nate da un’iniziativa inaugurata nell’agosto 2025, quando gli abitanti hanno aperto le porte di molte case del borgo per condividere con i visitatori non solo gli edifici restaurati, ma anche la storia della loro rinascita.

Eppure c’è un particolare curioso. Ancora oggi, su Google Maps, Chiappini compare come “borgo fantasma“. Una definizione che appartiene ormai al passato.

Passeggiando tra le case in pietra, i ballatoi in legno, i balconi fioriti e i muri a secco restaurati, si capisce subito che qui è successo qualcosa di diverso.

Durante la visita ho conosciuto una coppia che ha lasciato Asolo per trasferirsi stabilmente a Chiappini. Poco dopo ho incontrato un’altra coppia che ha compiuto una scelta simile, seppur non è trasferita definitivamente. Parlando con loro ho scoperto un aspetto che mi ha fatto riflettere.

Nessuno di coloro che hanno recuperato queste abitazioni è arrivato qui perché aveva ereditato una casa di famiglia. Hanno acquistato edifici abbandonati e, con pazienza, li hanno riportati in vita.

Paradossalmente, sono proprio molte delle case ereditate, spesso divise tra numerosi comproprietari, a rimanere ancora chiuse, a abbandonate

È una realtà che racconta molto di tanti piccoli borghi di montagna.

Chiappini, invece, sembra dimostrare che un luogo può rinascere anche grazie a persone che lo scelgono liberamente, decidendo di costruirvi una parte della propria vita.

Forse è proprio questo il significato più bello del “paese delle case che parlano”.

Le case parlano, sì. Ma a raccontare la storia più importante sono le persone che hanno deciso di farle tornare a vivere.

Lucia

Tutte le foto sono mie

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Certi luoghi hanno il magico potere di lasciarti addosso quell indescrivibile voglia di conoscerli piu’ a fondo. Benvenuti

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L’ex scuola elementare
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“Guarda i luoghi come si preparano per gli ultimi sguardi. Sanno ricoprirsi di luce per farsi ricordare per sempre…”
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07/01

Il fuoco indimenticabile.

Il gioco preferito.

Il mosaico disordinato.

Lo specchio capovolto.

La strada parallela.

Il respiro rubato.

La lacrima asciugata.

Fa parte del duello con il diavolo che dimora nella mente.

Rimarrò imprigionato nelle mie parole.

Stregata da un quasi outsider

In questo periodo, su profili editoriali social e riviste e persino quotidiani, non si parla d’altro che del Premio Strega. Incuriosita ho sbirciato la sestina finalista a caccia di un autore a me sconosciuto o un piccolo editore o un titolo che mi faccia dire: wow così fuori dalle righe che non posso perderlo.
Ora dimmi tu, Viandante, se potevo perdere un titolo come: Lo Sbilico. Impossibile, vero? Per di più era la prima volta che sentivo il nome dell’autore: Alcide Pierantozzi. L’editore è un signor editore (Einaudi), ma mi son detta che l’eccezione, dopotutto, conferma la regola, sicché ho acchiappato il libro.

Ti dico subito che non è un romanzo facile da leggere (tratta argomenti delicati), men che meno da raccontarti, ma mi è piaciuto troppo per non provare almeno ad accennartene per sommi capi.
Si tratta di un’autobiografia scritta in un modo totalmente nuovo e con un linguaggio colto*, a tratti poetico – ma mai patetico – che presenta tutte le caratteristiche di un flusso di coscienza, piuttosto che una narrazione temporale. Con schiettezza, crudezza, senza facili pietismi, direi persino con pacata rabbia Pierantozzi ci apre la sua mente malata, contorta mettendo in risalto i suoi timori, i fallimenti, i desideri, le dipendenze, le vittorie e le piccole grandi conquiste.

 Noi matti non abbiamo solo il diritto di essere soccorsi dai sani,
ma anche il dovere di inceppare ogni giorno il mondo per metterlo in discussione ai loro occhi.**

E infatti Pierantozzi scombussola il nostro mondo mostrandoci una realtà diversa dalla quale, per timore o per presunta incompetenza, fuggiamo se non addirittura, in certi casi ostacoliamo, beffeggiamo, additiamo. Ci offre il modo per guardarci dentro, riflettere e, forse, scoprirci; ma anche la via per comprendere, rispettare e accogliere senza remore né pregiudizi chi – come l’autore stesso – è affetto da un malessere psichico.
Impossibile oltre che inutile farti un sunto della storia: tra quelle pagine ho trovato molto, ma molto, di più di una storia.

Ti confesso che tematiche di questo genere solitamente mi inteneriscono fino a farmi scappare più d’una lacrimuccia, stavolta no. Stavolta ho chiuso il libro alla fine e ho applaudito, ammirata, lo stile letterario dell’Autore e la personalità forte, pur nella debolezza della malattia, che ne emerge.

Alla prossima

cb

* Mentre tu ti procuri un dizionario, io ti lascio due esempi su tutti:
digitolunare. Gemini ti dice che è un neologismo creato da Pierantozzi, ma non è così. Digito lunare è la traduzione di un termine che risale al periodo classico della  Scienza indiana relativo alla medicina Ayurvedica https://www.treccani.it/enciclopedia/scienza-indiana-periodo-classico-la-medicina-ayurvedica_(Storia-della-Scienza)/
Color piombopiccione.  Anche per questa evita Gemini che ti porta fuori strada. In realtà è un termine usato da Giorgio Caproni nella poesia Di domenica sera inserita nella raccolta Erba Francese
** dal libro

Panni al vento

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Elena aveva lavato in mattinata un cesto di panni sporchi che i suoi familiari avevano riempito giorno dopo giorno. Per lei era un supplizio perché li doveva lavare a mano con liscivia e cenere. Per l’acqua doveva andare al pozzo più volte per riempire un mastello da appendere sul focolare. Era già stanca prima ancora di cominciare ma si doveva fare forza, perché non poteva farne a meno.

Per fortuna la giornata si era preannunciata calda e i panni si sarebbero asciugati in fretta.

Stese una corda tra il pruno e il caco per appendere quanto lavato.

Si sedette davanti alla porta della cucina che restava in ombra alla mattina. Si guardò le mani arrossate e screpolate. Ogni volta che lavava era sempre la solita storia: almeno per una settimana erano piene di minuscole ferite che le provocavano fitte dolorose.

Sorrise a questo pensiero, perché non era costretta ad andare al lavatoio comunale, dove l’acqua gelida screpolava le mani delle donne in maniera ancora peggiore.

Una leggera brezza accarezzava i suoi capelli raccolti in una crocchia, mentre i panni dondolavano in silenzio.

Gli uomini a mezzogiorno non tornavano. Doveva preparare il pranzo solo per i due figli, Andrea e Carlotta di ritorno da scuola. Una zuppa di cipolle e sedani con alcuni piselli e tocchetti di panne e carne era quando avrebbero mangiato.

Mentre i figli in cucina facevano i compiti, lei si sistemò sotto il pergolato davanti al portone di casa. Si era assopita sognando una bella casa e dei domestici che la servivano, quando sentì un urlo di Carlotta. «Ma’, s’è alzato un vento terribile! I panni volano via!».

Si svegliò di botto guardandosi attorno con aria stranita. Non riusciva a comprendere dove si trovasse e perché era lì in quel casale malmesso e non nella bella casa dai pavimenti di marmo.

Si riscosse in fretta perché aveva percepito le folate di un vento impetuoso.

Col respiro roco e il pensiero ai panni attraversò la casa uscendo sul retro. Quello che vide la gelò. Un vento impetuoso stava strappando dal filo i panni, anzi qualcuno era già volato via.

«Carlotta!» Il grido gli morì in gola e uscì un timido bisbiglio. «Aiutami con la cesta a raccogliere i panni!»

Poi come d’incanto il vento divenne una leggera brezza come un sospiro.

Sentieri in fiore

Passeggia a passo leggero il viandante 
un fiammeggiante papavero coglie
per alzare i suoi occhi al Sole distante
il quale oltrepassa le estive soglie.

Sente il sibilo del vento urticante
e della fertile Terra le doglie
s’immerge tutto nelle acque più sante
ed accarezza le più verdi foglie.

Coglie con una mano gentile i frutti
che vagando in libertà ha seminato
deliziandosi del loro sapore.

Anche degli infine abbattuti lutti
le note riconosce il suo palato
ritrovandoci un rinato colore.

Pace ☮️🙏

La vacanza – parte terza

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by pexels.com

Per leggere la puntata precedente clicca qui.

Con l’angoscia che cresceva dentro di me restammo lì ancora per un po’ mentre il sole stava sparendo dietro le chiome più alte degli alberi e la radura andava progressivamente in ombra.

Helmut si alzò stiracchiandosi e pulendosi i pantaloni dalla sabbia. «In marcia» affermò con tono autoritario, raccogliendo lo zaino per metterlo a tracolla.

In silenzio lo seguimmo ma mi pareva di andare verso il senso opposto alla direzione che avevamo preso al nostro arrivo. Volevo farlo notare ma desistetti perché i miei compagni lo seguivano con docilità senza protestare. Non volevo apparire quella che metteva in dubbio tutto. Mi era stato sufficiente la freddezza che aveva accolto la mia richiesta quando sarebbero venuti a prenderci per capire che non mi avrebbero dato ascolto.

Di nuovo la cappa di caldo soffocante ci avvolse mentre ci inoltravamo nella foresta umida a mangrovia.

In silenzio, sudati e col respiro affannato raggiungemmo la spiaggia. Come avevo temuto non si vedeva il nostro resort ma una distesa verde azzurra per molte miglia. C’era il nulla davanti ai nostri occhi.

Ci guardammo sconcertati e puntammo gli occhi verso Helmut che era impassibile. Non disse nulla né ci rassicurò. Sembrava una sfinge. Rimanemmo in attesa di sentire qualcosa di incoraggiante.

Il sole era basso e iniziava a tingere di rosso la superficie del mare.

Era chiaro che aveva perso il senso dell’orientamento ed era indeciso se avviarsi da una parte o dall’altra per tornare alla spiaggia di sbarco.

Guardai il sole e capì quale direzione prendere. Con decisione mi incamminai lungo l’arenile, perché riattraversare quella foresta col buio incipiente era solo un azzardo. Se volevano seguirmi bene, altrimenti avrei agito di testa mia senza aspettarli.

Meggie rimase per un attimo indecisa se restare con Helmut e Pierre ma poi mi raggiunse prendendomi per mano. I due uomini rimasero fermi, finché non sparirono alla nostra vista.

Camminare sulla sabbia era faticoso perché molti detriti intralciavano la marcia.

Dopo aver percorso un tratto cominciammo a intravedere i bungalow del nostro resort. Avevo preso la strada giusta.

Ancora un piccolo sforzo e poi saremmo giunti al punto di sbarco. Meggie era sorridente e mi strinse la mano con forza che diventò quasi bianca. Lo sguardo era riconoscente ed era lieta di avermi seguita.

Camminando avevo la mente concentrata sul punto di arrivo e quindi mi era sembrato di aver percorso una retta mentre in realtà l’isolotto era quasi circolare.

Dietro un gruppo di mangrovie scorgemmo il nostro traghettatore e la sua imbarcazione colorata. Dunque ci stava aspettando! Pensai con sollievo. Non ci ha abbandonati qui. Però di Helmut e Pierre nemmeno una traccia.

Agitai il braccio per farmi notare e riconoscere. Avevo paura che non vedendo nessuno potesse riprendere il mare e lasciarci lì. Sarebbe stata una tragedia perché il telefono non aveva campo. Nessuno ci sarebbe venuto a cercare.

L’ultimo tratto lo facemmo di corsa e ci gettammo sulla sabbia col petto ansante. L’uomo ci guardò con occhi inespressivi mentre impassibile continuava a masticare coi denti gialli qualcosa che non riuscivo a vedere.

Il sole intanto continuava a scendere sull’orizzonte e mancava poco a inabissarsi nell’oceano. Dei due compagni non c’erano tracce. Pensai che se lui si fosse stancato di aspettare almeno noi due saremmo salite sulla barca per tornare al resort.

L’uomo dal viso scuro come il cuoio e dalle mille rughe che solcavano il volto borbottò qualcosa. Entrambe abbiamo scosso il capo. «Non abbiamo capito» affermammo con tono discreto quasi all’unisono, mentre con le braccia ci stringevamo le gambe.

Il sole era ormai quasi scomparso e le tenebre stavano scendendo sull’isola. In lontananza si vedevano le luci dei bungalow e dei lampioni nelle strade. Mi chiesi quanto tempo avrebbe pazientato il nostro uomo. Probabilmente attraversare quel braccio di mare con la sola luce delle stelle non lo impauriva ma io tremavo a quel pensiero. Per me era un salto nell’ignoto.

Avvertì la presa sul braccio di Meggie. Mi girai e vidi i due uomini sbucare dalla foresta. Tirai un sospiro di sollievo, perché voleva dire che tra non molto si prendeva la strada di casa.

«Perché siete scappate via?» mi apostrofò in malo modo Helmut col tono della voce arrabbiato. «Ci avete fatto perdere del tempo ad aspettarvi».

Lo guardai con occhio torvo e gli lanciai un’occhiata di fuoco. «Se ci aveste seguite saremmo già al resort» replicai con tono secco mentre lo fissavo negli occhi senza abbassare lo sguardo. «Noi siamo qui da un bel pezzo e abbiamo temuto che il nostro traghettatore vi avrebbe lasciato qui».

Helmut borbottò qualcosa di non intellegibile, mentre saliva sull’imbarcazione.

Il viaggio di ritorno avvenne in un silenzio irreale rotto solo dallo sciabordio dello scafo. La bava di vento non rese veloce il viaggio, che mi sembrò interminabile.

Finalmente sono a terra! Riflettei mentre mi avviavo verso il mio bungalow, dopo aver saluto i miei compagni. Domani, se Dio vuole, tornerò a casa. Questo pensiero mi ricordò quello sciagurato di Robin e la rabbia prese a salire.

[FINE]

Borgo Fruinz (Pielungo di Vito d’Asio, PN) Val d’Arzino


Non sapevo nemmeno dell’esistenza di questo borgo, di cui mi ha portato a conoscenza una persona che ha visto le foto che posto su Instagram e facebook, su vari borghi friulani, e che qui ha una casa cui usufruisce nei fine settimana

È uno di quei luoghi che amo tanto dove non c’è nulla e c’è tutto, ci si cammina e sembra di spostarsi nel tempo, di sentire la vita che ci fu.
Le notizie principali le ho trovate in un post facebook degli Amici della Val d’Arzino e ve le cito:

FRUINZ, LA PIU’ ANTICA BORGATA DEL CANAL D’ARZINO
Posta sul ripido declivio del Monte Pala che volge a est, il borgo è oggi rifatto completamente con l’intervento dei beni ambientali del post terremoto.
L’Arzino scorre ai suoi piedi costeggiato dalla strada Regina Margherita .
Dalle finestre delle sue caratteristiche abitazioni si dilunga lo sguardo verso le praterie di Saettola e le scoscese pendici del monte Corno.
I primi abitanti furono originari di Anduins, ed i nomi di coloro che qui vissero ne sono prova.
Vi si poteva accedere attraverso un sentiero ancora rintracciabile che, a mezza montagna, partendo dalla chiesa, si distendeva sopra la strada delle gallerie, audacemente.
Il borgo rimase per secoli intatto. La strada carrabile per raggiungere Pielungo, di cui ora è parte, fu aperta nel 1954 ed era ancora ricco di vita.
Ora lo gioiscono, nel silenzio delle stagioni belle, alcune persone non originarie. Facciamoci ospiti anche per un giorno…”

E quindi facciamoci ospiti…

Lucia

Tutte le foto sono mie

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Cos’è che ci fa restare?

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Immagine generata con Microsoft Copilot

Oggi vado ad una festa per un cinquantesimo di matrimonio.

Cinquant’anni. Mezzo secolo. Un giubileo.

Cinquant’anni insieme alla stessa persona. Solo all’idea sto male eppure l’avrebbe detto anche la me stessa di venticinque anni fa. Siete pazzi? Venticinque anni insieme alla stessa persona? Eppure lo sto vivendo e gli anni passano da venticinque a trenta, a cinquanta. Perchè quando stai bene il tempo passa in fretta e non te ne accorgi.

     Schopenhauer diceva che l’amore era un’illusione, un inganno biologico dettato dal  “genio della specie” con il solo scopo di perpetrare il genere umano. Lui però era un filosofo del pessimismo, non ci vedeva niente di romantico nell’amore, anzi per lui era una sofferenza garantita. Riconosceva come unico vero amore la “compassione”, ovvero la capacità di soffrire insieme all’altro. Questo ultimo pensiero può avere un senso nei matrimoni più faticosi. Il soffrire con l’altro. Non mi trova d’accordo sul perpetrare la specie. Se così fosse tutte le donne, una volta raggiunta la menopausa lascerebbero i mariti che hanno dovuto sopportare per il bene dell’umanità.

    Kant invece divide l’amore in due categorie: l’amore patologico incontrollabile, derivante da passione e da impulsi primordiali- quello che si prova all’inizio di una relazione- e l’amore pratico governato dalla legge del dovere e dal principio morale dell’ama il tu prossimo come te stesso” – che si potrebbe applicare alla relazione matura.

    Seneca ci parla dell’amore come il punto più elevato dell’amicizia, sentimento profondo e consapevole, basata sulla stima reciproca, si vis amari, ama. E cos’altro non sono questi due esseri insieme da così tanto tempo se non complici e amici? Vi è mai capitato di vedere al ristorante delle coppie attempate, che si siedono al tavolo e non hanno lunghe conversazioni per tutto il pasto? Serenamente si scambiano le portate sorseggiando il loro vino, solo qualche parola mentre gustano il loro boccone. La serenità e la consapevolezza di non dover per forza parlare per rompere l’imbarazzo. L’aver superato quel livello di intimità tale, che non serve dire niente. Questo per me è la sintesi del pensiero stoico.

     Ma ai giorni nostri come fanno queste coppie a resistere per tutti questi anni? Cos’è che le fa rimanere anche nei momenti più duri? Noia, tentazioni esterne, fedeltà?  Chi o cosa li spinge ancora nel 2026 a siglare un contratto travestito da promessa d’amore che li lega legalmente finché morte non ci separi, tranne che per “sistemare le cose” che se crepo chi si becca la pensione di reversibilità?

     Fin da bambine i cartoni animati ci hanno insegnato che le vere principesse sposano il principe, hanno dei figli e vivono felici e contente. E allora cresciamo con questo sogno nel cassetto di comprare un bell’abito bianco e convolare a nozze con l’amore della nostra vita che, surprise, principe non è!

     Gli uomini accettano loro malgrado l’obbligo pur di non sentire sbraitare donne isteriche.
Quindi si, siamo fondamentalmente noi a voler ratificare il patto di amore eterno. Ho visto sposi all’altare con la morte nel cuore. E lo stesso sentimento non è cambiato nel corso degli anni.

     Una vita buttata via nell’infelicità.

     Triste.

     Ci sono però molte coppie longeve mediamente felici, che hanno saputo tener fede alla propria promessa secondo poche semplici regole:

  • Scegliere la relazione e non la perfezione: Le coppie longeve non litigano meno, litigano meglio. Il partner non è un’anima gemella perfetta ma una controparte con cui dover negoziare ogni santo giorno. Il segreto: io ti ho scelto anche per i tuoi difetti e tu per i miei.
  • Il conto in banca emotivo di John Gottman. Lo psicologo ha studiato quaranta coppie e ha scoperto che per ogni prelievo bisogna fare almeno cinque depositi. Un esempio di deposito può essere un caffè portato a letto, un contatto fisico di sei secondi, un “com’è andata la tua giornata oggi?”. Mentre un prelievo può essere una critica, del sarcasmo, indifferenza, una rispostaccia.
  • Stesso team, obiettivi separati: quando arriva un problema, soldi, figli, lavoro, ci si mette sullo stesso lato del tavolo. Ognuno però mantiene i propri spazi, amicizie, passioni. Non si fondono. Due persone intere che scelgono di camminare insieme, non due metà che si completano.

      E forse il collante a queste semplici regole è il tempo. Gli anni passati insieme hanno creato un linguaggio proprio della coppia, ricordi interni, avvenimenti e barzellette vissute insieme. Con il tempo si è imparato a conoscere l’altro, a prevederne i bisogni, ha capirne il linguaggio. Sai, ad esempio, che quando cucina per te è il suo modo di mostrare affetto. Sai che quando allunga il tragitto casa-lavoro per andare a prendere il tuo dolce preferito è il suo segno d’amore. Si forse non servono cose eclatanti e boriose alla Gianluca Valli per avere una relazione longeva. Piccole gocce, continue, attenzioni, liti e chiarimenti che riempiono il tempo della vita assieme.

    Quante volte si sente dire “ah, se lasciassi mio marito/moglie non voglio più nessun accanto, resto da solo/a”, frase da volgere più al femminile che al maschile. Ma certo, è molto più faticoso iniziare tutto da zero che aggiustare quello che c’è. Che sia questa la verità scomoda che nascondiamo? La svogliatezza ci porta a perpetrare il martirio finché morte non ci separi?

     A ognuno la propria versione dei fatti. A me oggi mi piace pensarla come Platone, il filosofo dell’amore. Tutto nasce dall’amore platonico, un’attrazione fisica, che si eleva col tempo verso una bellezza spirituale e universale. Nell’altro troviamo la nostra metà perduta che ci completa ritrovando l’armonia e la serenità primordiale. Proprio come quella coppia seduta al ristorante.

     E voi? Che idea vi siete fatti? Fate più prelievi o più depositi alla banca delle relazioni? Mi raccomando, l’importante è non avere uno scoperto di conto corrente!