Quando arrivano dei cambiamenti diventa un po’ fisiologico guardarsi indietro e osservare con indulgenza il cammino fatto.
Ho insegnato alla scuola primaria per 20 anni, venti lunghi anni. Anni in cui tante cose sono cambiate: le famiglie, i bambini e in fondo anche noi docenti.
In questo percorso mi sono sempre spesa tanto in favore degli studenti, cercando di offrire loro tante risorse dalle quali attingere negli anni successivi alla primaria. Sono sempre stata presa dal fare tutto il possibile per aiutarli, salvarli ed entravo in crisi quando non ci riuscivo. Negli ultimi due anni, alcuni nuovi tasselli del mio puzzle hanno cambiato la mia prospettiva nei loro confronti e nei confronti del mio lavoro. Durante una supervisione tecnica molto illuminante a cui ho assistito nella mia formazione professionale in artiterapie integrate, ho avuto modo di sentire una frase profondamente vera, che in un certo senso, ha placato anche la mia angoscia di non essere sempre riuscita a salvare tutti.
Lo piscologo ha parlato di una serie di incontri che ha svolto in un carcere, all’interno del quale, durante i lunghi colloqui ha potuto osservare come spesso le persone non solo non abbiano gli strumenti per agire (e in quel caso l’aiuto esterno di cui parlo è utilissimo), ma a volte più semplicemente mancano le possibilità e se ci sono vengono mal gestite. In che senso? Nel senso che se un professionista offre tutte le possibilità che è in grado di offrire quando serve e, nel mio caso, se uno studente non decide di considerarle ma fa delle scelte diverse, allora a quel punto, la responsabilità del professionista che ha fatto quello che poteva e doveva fare, va a cozzare con la libertà dell’altra persona di scegliere una strada diversa. A prescindere dalle possibilità che le vengono prospettate.
Ecco, questo concetto di libertà mi ha rimessa un po’ in pace con le domande “ho fatto tutto quello che potevo per aiutare questo studente?”. Forse si, a volte magari no. Ma questa prospettiva mi ha permesso di osservare i miei 20 anni di lavoro pensando che anche con qualche umano errore, io quelle possibilità le ho prospettate, gli strumenti li ho dati e probabilmente la libertà di scelta ha portato comunque a prendere strade diverse da quelle che io avrei preferito prendessero.
E nella libertà delle loro scelte, negli ultimi mesi è arrivato anche chi, ormai grande, ha fatto germogliare il seme delle possibilità. Ho avuto il privilegio (perchè di questo si parla) di conoscere studenti che adesso sono grandi e che mi chiedono quando diventerò la loro professoressa. Ho avuto il privilegio di avere studenti che oggi mi scrivono e mi dicono “sai maestra, io ho attaccato al letto il biglietto che mi avevi scritto tanti anni fa. Chissà se oggi sarei lo studente che sono se in quegli anni non ci fossi stata tu”.
Oggi, una delle mie vecchie alunne mi ha invitata alla sua comunione, anzi i suoi genitori. Non mi è sembrato vero che dopo due anni che non sono più in quella scuola abbiano avuto il desiderio di invitare proprio me, ma mai li avrei delusi dicendo di no. Quando sono arrivata alla festa per lei è stata una sorpresa. Non ha aperto bocca tanto era sorpresa. Mi ha abbracciata e non si staccava più. Ha ripreso a parlare dopo circa 10 minuti. Mi ha raccontato tante cose ma alcune in particolare mi hanno davvero colpita.
“sai maestra, la storia non è bella come quando la facevi tu. Musica non ne facciamo più. Ascoltiamo solo canzoni. Non facciamo nessuna delle cose belle che facevamo con te”. Amore mio… la maestra è una musicista, ci sta che non sia proprio una cosa uguale, anche se ancora non concepisco che i docenti della primaria facciano tutto senza criterio. Non ci sono specialisti come negli ordini superiori, o persone qualificate in materie specifiche. Posto comune è quello che capita ti prendi. Ma questo è ed è sempre stato un mio pensiero e loro fortunatamente hanno avuto una specialista almeno per due anni.
Ma credo che la cosa che su tutte mi ha stupita di più è stata quando il padre mi ha raccontato di un episodio accaduto con gli scout. La bambina doveva portare un oggetto a cui era particolarmente affezionata e ha scelto un elefantino che aveva conservato in camera. Il padre le ha detto: “ma con tutte le cose che hai prendi questo?” e lei ha risposto “sai cos’è questo? è un premio che mi aveva dato maestra Elide perchè avevo fatto molto bene un compito. E’ l’oggetto più importante che ho”. Dopo questo sono rimasta talmente sbalordita dal sapere quanto una persona possa essere speciale senza neanche rendersene conto che questo racconto mi è rimasto in testa tutto il giorno. Il padre ha anche aggiunto “ti nomina in continuazione. Se non tutti i giorni, un giorno si e uno no”.
E dopo 20 anni ho capito che i bambini si affezionano anche al peggiore degli insegnanti, ma forse quelli che loro hanno reputato “migliori” li portano dentro per molto molto più tempo. E forse qualche seme ha germogliato anche qui, dove sono stata solo due anni. Forse, qualcosa del mio innato bisogno di offrire possibilità, è arrivato ed è rimasto. Forse ci sarà anche più avanti, perchè se ora so di aver seminato tanto, so anche che le possibilità potranno essere colte come no, ma questo non toglie quello che io, nel mio semplice mestiere, ho dato e ho anche ricevuto in cambio e che spero di continuare a ricevere anche un domani, quando il mio percorso sarà ancora diverso e ci saranno volti di giovani adolescenti e non più di bambini.
Grazie per avermi permesso di entrare nelle vostre vite, grazie per esserci sempre, con um’email o un messaggio su instagram e grazie per i 20 anni di fiducia e di affetto che sempre mi avete donato…grandi e piccoli.