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Marsia

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Marsia
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Marsia legato all'albero, scultura di marmo, copia romana del I-II secolo dopo l'età ellenistica esposto al Louvre.
Nome orig.Μαρσύας (Marsýas)
Lingua orig.Greco antico
Caratteristiche immaginarie
Speciesatiro
Sessomaschio
Luogo di nascitaFrigia
Professionesuonatore di aulo

Marsia (in greco antico Μαρσύας?, Marsýas) è un personaggio della mitologia greca. Fu un satiro suonatore di aulo.

Figlio di Iagne (in greco antico Ὑάγνις?, Hyágnis)[1][2] o di Olimpo[3] oppure di Eagro.[4]

Il latino Igino scrive che Olimpo è "figlio e pupillo" di Marsia[5] nonostante Apollodoro scrive che Olimpo sia il padre.[3]

Il mito di Marsia ruota interamente attorno ai temi della maestria musicale, della rivalità tra discipline artistiche e della tragica punizione derivante dalla superbia (hybris) nei confronti del divino. Poiché le fonti dell'antichità presentano tradizioni, dettagli e valenze culturali profondamente differenti, la narrazione viene qui suddivisa e analizzata secondo i resoconti e le testimonianze dei singoli mitografi e storici classici.

La versione di Apollodoro

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Marsia che suona l'aulo. Sul piedistallo c'è una dedica in greco ad Oxus, una divinità fluviale persiana. L'opera è conservata nel Museo Nazionale delle Antichità del Tagikistan.

Apollodoro racconta di Atena che modellò uno strumento utilizzando delle ossa di cervo e che fu chiamato aulo ed un giorno, mentre lo stava suonando durante un banchetto degli dei, si accorse che Era ed Afrodite la deridevano segretamente e lei, per comprendere il motivo del loro scherno, si recò nei boschi della Frigia e, specchiandosi nelle acque di un fiume quando soffiava nelle canne, comprese che lo sforzo di suonare lo strumento le deformava i lineamenti del viso e le gonfiava grottescamente le guance. Disgustata dal suo aspetto, la dea gettò a terra lo strumento musicale e scagliò una maledizione su chiunque lo avesse raccolto.[3]

Marsia raccolse lo strumento abbandonato nei boschi e, dopo aver compreso come usarlo sviluppò una tecnica d'esecuzione talmente sbalorditiva da fargli credere di essere più bravo di chiunque altro e, colto da un profondo accecamento d'orgoglio, osò sfidare apertamente Apollo (il dio della musica e della poesia), in un certame musicale volto a stabilire chi tra i due fosse il musicista più abile. Prima dell'inizio della contesa, fu esplicitamente stabilito che il vincitore avrebbe avuto il diritto di disporre del rivale a proprio piacimento, infliggendogli qualsiasi punizione desiderasse e la giuria incaricata di emettere il verdetto venne composta dalle Muse.[3]

All'inizio la sfida si mantenne in una situazione di perfetto equilibrio, poiché le melodie passionali del satiro riuscivano a reggere il confronto con l'armonia del dio ma questi, per volgere il giudizio delle Muse a suo favore, ricorse ad un'astuzia e propose al rivale di suonare lo strumento capovolto e di cantare contemporaneamente durante l'esecuzione, e così mentre Apollo (che suonava una lira) poté adempiere alle nuove regole, Marsia non poté suonare il suo aulo capovolto e cantare contemporaneamente. Le Muse quindi, di fronte a questo impedimento, assegnarono la vittoria ad Apollo che, come vincitore e rispettando i termini della sfida, appese Marsia al tronco di un pino e lo scorticò vivo.[3]

La pelle di Marsia gettata a terra diede successivamente origine al fiume Marsia.[3]

La versione di Diodoro Siculo

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Apollo (con la lira) e Marsia appeso ad un pino, 1888

Diodoro Siculo racconta di Cibele (a cui il padre Meone in greco antico Μήων?, Mēōn re della Frigia e della Lidia fece uccidere le sue nutrici e l'amato Attis), che in preda al dolore ed alla da follia, fuggì dal palazzo reale ed incominciò a vagare disperata per le campagne ed essere notata da Marsia.[6]

Il Satiro decise di seguirla spontaneamente ed alla fine del loro cammino giunsero nella città di Nisa dove incontrarono Apollo. Fu in questo luogo che Marsia decise di sfidare il dio in un certame musicale e con gli stessi abitanti di Nisa nominati giudici della contesa. Nella prima prova, Marsia surclassò nettamente il rivale, grazie alle melodie esotiche del suo aulo, e destando lo stupore ed il voto unanime del pubblico, ma nella seconda prova Apollo unì la propria voce armoniosa al suono della lira (surclassando il satiro che invece con la bocca poteva solo soffiare), ottenendo così un consenso di gran lunga superiore.[6]

Marsia provo a protestare sostenendo che la gara dovesse valutare esclusivamente la perizia tecnica sullo strumento e che fosse ingiusto sommare due arti differenti (il canto e la musica strumentale) contro una sola ma Apollo replicò che Marsia compiva la medesima operazione, poiché l'uso dell'aulo richiedeva l'azione della bocca e del fiato. Apollo propose anche che entrambi rinunciassero all'uso della bocca per gareggiare unicamente con la destrezza delle mani, oppure che venisse concesso a entrambi il medesimo privilegio e la giuria ritenne più giuste le ragioni di Apollo e così, dopo il terzo confronto, decretarono la sconfitta di Marsia.[6]

Apollo dapprima scorticò vivo il rivale, ma poi fu colto dal pentimento e dall'angoscia e decise di spezzare le corde della propria lira, distruggendo l'armonia musicale che lui stesso aveva scoperto e che sarebbe stata ricostruita solo in seguito grazie agli apporti successivi delle Muse, di Lino, di Orfeo e di Tamiri.[6]

La versione di Igino

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Il mitografo latino Igino conferma la tradizione greca già scritta da Apollodoro ma introduce delle varianti e dei dettagli diversi riguardanti sia l'esecuzione materiale della punizione che la composizione della giuria e riferisce che Apollo, una volta ottenuta la vittoria grazie al giudizio della giuria, non scorticò Marsia di propria mano ma lo consegnò ad uno Scita, il quale eseguì materialmente la condanna legando il satiro a un albero e privandolo della pelle membro a membro. Igino precisa inoltre che il fiume omonimo nacque dal sangue versato dalla vittima e dalle intense lacrime dei pastori e del giovane allievo Olimpo, accorsi a piangere il proprio maestro.[4]

Igino inoltre, aggiunge alla giuria delle Muse il re Tmolo e il sovrano Mida, e mentre Tmolo assegnò la vittoria ad Apollo, Mida dissentì apertamente dal verdetto, dichiarando che la melodia espressa da Marsia fosse di gran lunga superiore a quella del dio, così Apollo indignato per l'evidente sfavore di Mida lo punì trasformandogli le orecchie in quelle di un asino.[7]

La versione di Ovidio

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Il poeta latino Ovidio, esclude invece la descrizione della sfida musicale per concentrarsi interamente sul pathos drammatico del supplizio e sulla conseguente metamorfosi fisica di Marsia e descrive con crudo realismo anatomico la ferocia della punizione e riportando il suo disperato grido di dolore contro Apollo.[8]

Nella narrazione ovidiana, la carne viva del satiro rimane interamente esposta, con i muscoli scoperti che tremano, le vene che palpitano senza protezione e le viscere visibili nel petto. Di fronte a tale atrocità, l'intera natura circostante viene colta da un pianto universale ed accorrono gli altri satiri, le ninfe, i pastori, gli altri dei dei boschi ed il giovane Olimpo, a lui profondamente devoto. La terra della Frigia, imbevuta e fecondata da questa immensa quantità di lacrime e dal sangue dello stesso musico, raccoglie il liquido nelle sue vene profonde e lo rigetta in superficie, dando origine al fiume Marsia, descritto da Ovidio come il corso d'acqua più limpido di tutta la regione..[8]

La testimonianza di Erodoto

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Lo storico Erodoto offre una testimonianza che esula dalla narrazione puramente mitica ed inserisce il personaggio di Marsia in un contesto documentario e geografico legato ai suoi viaggi. Descrivendo il percorso dell'esercitopersiano di Serse attraverso la Frigia e menziona la città di Celene situata presso le sorgenti dei fiumi Meandro e Marsia. Secondo lo storico, in questa città veniva conservata ed esposta all'interno di una grotta la pelle scorticata del satiro, che gli abitanti del luogo chiamavano tradizionalmente "la pelle del Sileno Marsia" e la leggenda locale voleva che il cimelio fosse stato appeso in quel luogo proprio da Apollo al termine della sfida musicale.[9]

La testimonianza di Pausania

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La sfida tra Marsia ed Apollo riprodotta su un sarcofago in marmo toscano circa 290–300 d.C., esposto al museo del Louvre.

Pausania racconta di Marsia analizzandone l'iconografia sacra e le rappresentazioni artistiche presenti nei grandi santuari greci del suo periodo (II secolo d.C.) e parla dei dipinti del pittore Polignoto di Taso posti all'interno della Lesche dei Cnidi a Delfi ed offre un ritratto psicologico e malinconico del satiro prima della tragedia. Nel dipinto, Marsia viene raffigurato seduto su una roccia mentre stringe tra le mani l'aulo ed accanto a lui si trova il giovanissimo allievo Olimpo che, ritratto nelle sembianze di un fanciullo nel fiore della giovinezza, viene colto nell'atto di imparare l'arte musicale dal maestro prima dello scontro fatale.[10]

Pausania documenta anche la presenza di monumenti dedicati al mito sull'Acropoli di Atene (dove sorgeva un celebre gruppo scultoreo di Mirone raffigurante Atena nell'atto di colpire Marsia poiché intento a raccogliere i flauti gettati dalla dea[11]) e nella città di Alifira, dove era presente una statua del satiro dedicata al dio Asclepio.[12]

L'interpretazione romana di Servio

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Moneta romana coniata nel 82 AC da L. Censorinus, con la testa di Apollo e la figura di Marsia che regge un otre, basato sulla statua del Foro Romano.

Nel suo commento all'Eneide di Virgilio, il grammatico latino Servio Mario Onorato tramanda una rilettura razionalizzante e politica del mito, che inserisce Marsia all'interno della storia religiosa e giuridica dell'Italia romana e commentando le doti divinatorie dell'indovino Eleno, riporta una tradizione secondo la quale Marsia non era un essere ferino, bensì un sovrano della Frigia. Secondo questo resoconto, durante il regno del mitico re Fauno in Italia, il re Marsia inviò dalla Frigia alcuni suoi ambasciatori per insegnare alle popolazioni italiche la dottrina e la disciplina dei segni augurali (auguria).[13]

In un altro passo del commento, Servio collega questa tradizione alla presenza della statua di Marsia eretta nel Foro Romano e posizionata nei pressi del tribunale del pretore. Il testo spiega che l'effigie del satiro (tradizionalmente raffigurato con il braccio teso) non aveva un valore puramente religioso, ma era divenuta il simbolo politico della libertà civile (libertas) e dell'autonomia dei plebei e conclude notando che la presenza di una statua di Marsia nelle piazze delle città alleate (le coloniae) fungeva da vero e proprio contrassegno giuridico, a testimonianza del fatto che quella specifica comunità godeva del diritto di amministrare autonomamente la giustizia.[14]

  1. (EN) Nonno di Panopoli, Dionisiaca, libro X, 230, su topostext.org. URL consultato il 29 giugno 2026.
  2. (EN) Pseudo Plutarco, Sulla musica, 5, su topostext.org. URL consultato il 29 giugno 2026.
  3. 1 2 3 4 5 6 (EN) Apollodoro, Biblioteca, libro I, 4.2, su topostext.org. URL consultato il 29 giugno 2026.
  4. 1 2 (EN) Igino, Fabulae,165, su topostext.org. URL consultato il 25 giugno 2026.
  5. (EN) Igino, Fabulae, 273, su topostext.org. URL consultato il 25 giugno 2026.
  6. 1 2 3 4 (EN) Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, Libro III, 59.1, su topostext.org. URL consultato il 28 giugno 2026.
  7. (EN) Igino, Fabulae, 191, su topostext.org. URL consultato il 28 giugno 2026.
  8. 1 2 (EN) Ovidio, Le Metamorfosi, libro VI, 382, su topostext.org. URL consultato il 28 giugno 2026.
  9. (EN) Erodoto, Le Storie, Libro VII, 26, su topostext.org. URL consultato il 28 giugno 2026.
  10. (EN) Pausania, Periegesi della Grecia, Libro X, 30.9, su topostext.org. URL consultato il 28 giugno 2026.
  11. (EN) Pausania, Periegesi della Grecia, Libro I, 24.1, su topostext.org. URL consultato il 28 giugno 2026.
  12. (EN) Pausania, Periegesi della Grecia, Libro VIII, 32.5, su topostext.org. URL consultato il 28 giugno 2026.
  13. (LA) Servio, Commento all'Eneide, Libro III, 359, su topostext.org. URL consultato il 28 giugno 2026.
  14. (LA) Servio, Commento all'Eneide, Libro IV, 58, su topostext.org. URL consultato il 28 giugno 2026.

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