Incontro con Simona Cocchi, giovane poetessa

– Luca Martinelli

Il panorama della poesia contemporanea italiana è vastissimo. La voglia di scrivere è tanta e diverse raccolte uscite negli ultimi tre anni confermano che la poesia in Italia sta bene. Mancano i lettori: non perché – come semplicisticamente dice qualcuno, snocciolando numeri – tutti vogliono scrivere, nessuno legge. Ricordiamo che nell’Ortis Foscolo sosteneva che servissero solamente pochi testi per la formazione di un uomo, che Dante sicuramente non ebbe letto numerosi autori suoi precedenti, ma soprattutto ricordiamo che l’uscita di una quantità enorme di voci, più o meno originali, negli ultimi anni, rende praticamente impossibile un aggiornamento costante su tutto ciò che esce in Italia. Occorre fare una selezione e capire come ci si vuole orientare, per non perdere il filo d’Arianna di un labirinto comunque interessantissimo. In aggiunta a ciò, occorre tenere presente la perdita dello status sociale della poesia: se era normale nel 1960 vedere Ungaretti parlare in Tv della propria poesia, è praticamente impossibile trovare programmi di approfondimento legati alla poesia negli ultimi anni.
Ho scelto di parlare con Simona e non con altri- validissimi – nomi per tre motivi: il primo è banalmente l’amicizia e quindi il fatto che, conoscendola, si sarebbe prestata volentieri ad un’autoanalisi del proprio percorso  poetico che l’ha portata a vincere il Premio Violani Landi 2021 senza cedere ad eccessivi intellettualismi. Il secondo è che trovo la scrittura di Simona realmente convincente: ritmicamente i versi sono abilmente scanditi, con un lessico estremamente ricercato nella sua semplicità e nella sua essenzialità priva di oscurità. Il terzo è un interrogativo che mi si pone sempre di fronte ai suoi testi: si può parlare ancora di una poesia al femminile? Ho sempre trovato le poesie di Simona legate al mio immaginario di femmineo, anche per le immagini corporali che essa evoca. Impone quindi a me un cambio di prospettiva, una rotazione dello sguardo. Ma la risposta alla domanda precedente richiederebbe uno spazio più amplio. Il quarto sono i medium che utilizza per diffondere la sua poesia, che sono diversi dai metodi editoriali tradizionali. Passo dunque la parola al dialogo che abbiamo avuto in quel del Giardino Renato Bentivogli, e, naturalmente, alle parole di Simona.

autenticità
Il mio problema principale è riconoscere una voce autentica dentro di me. Leggere impone uno spazio concentrato nella mia mente durante il quale devo necessariamente concentrarmi sull’oggetto della mia lettura. Al contrario in un periodo di silenzio affiora direttamente una voce, un’invenzione comunicativa.

critiche
Mettere una poesia su un medium come Instagram è in un certo qual modo tranquillizzante. E’ diverso da un feedback che si può avere dal vivo, dove si può notare da espressioni facciali gesti ecc. che il messaggio non è passato e ciò mi impone di cambiare, e di conseguenza essere “meno autentica”.

scrittura
Scrivo principalmente per me stessa: la mia scrittura nasce dal mio antro, da un posto nascosto, senza una necessità ossessiva di un confronto con l’esterno. Scrivo da un involucro: ciò comporta che ciò che scrivo ha una fragilità, che se non suona alle mie orecchie necessita di un lavoro di riscrittura continua fino a raggiungere un’ideale armonia col mio pensiero.

viscere o cervello
E’ un problema su cui mi soffermo molto nell’ultimo periodo

letture e scritture
Ho iniziato a leggere paradossalmente molto tardi, a 14 anni. Le mie prime letture si concentravano su un mondo fantasy: sessioni di lettura quasi bulimiche, dove mi ingozzavo di lettura e poi lasciavo perdere i libri per settimane. Inizialmente non leggevo poesie, nonostante iniziassi a scrivere in versi abbozzando dei lavori. Ho scoperto così di avere un talento verso una scrittura che si mediasse attraverso i versi, sentendo di avere in questo il mio modo di comunicare. Dopodiché è arrivato il tempo della lettura: specialmente attraverso il web.
Le poesie premiate al Concorso Violani Landi sono quelle scritte tra i 16 e i 20 anni.

La poesia non cambierà il mondo
Deve esserci un’aderenza tra scrittura e sentimento. Se non c’è possibilità di dirlo, allora si apre per me la possibilità del silenzio. La scrittura è un atto d’amore prima di tutto verso me stessa. Non credo affatto che la poesia possa cambiare il mondo o mondarlo dai suoi mali (sebbene faccia molto piacere vedere una certa empatia verso i miei testi).

20 anni
A 20 anni ho iniziato a leggere in maniera diversa: la prima poetessa che ho approfondito è stata Mariangela Gualtieri, successivamente Borges-sebbene riconosca una distanza con l’argentino-. Con la prosa mi sono dedicata alla lettura di Nabokov e della Morante. C’è anche un’influenza filosofica in quello che scrivo, come certe letture di Schopenhauer. Allo stesso modo ho riconosciuto una forte influenza del mio vissuto personale all’interno della mia scrittura, e la scrittura è stata mezzo di accettazione del mio vissuto.

Al momento
Al mio momento la mia scrittura si concretizza in piccole vendette verso il passato, verso un ruolo in cui mi sentivo costretta. C’è stata quindi una riscoperta della corporalità, del mio sentirmi corpo.
 

Bambola di porcellana
lo graffio via dalla tua schiena
cosicché un giorno, fra tanta violenza
mi convinca anch’io di esser donna
che il pezzo di carne l’ho meritato
come giardino segreto, mio soltanto
Sapessi quanto sani anche quando
ti fai strumento della mia introspezione

Ed ogni azione riposa col suo cessare
l’ennesima morte di quell’età galera
Temo vorrò affondare Sempre
un po’di rabbia nel mio selciato
della pelle – squama di serpente – parallela
alla riga che scorre verso il fondo

Mentre tu me lo permetti chissà
quale soglia stai passando
e la visione, tua soltanto commovente.


Ci intendiamo
ma con errore marginale
come quando a volti speculari
lo sguardo di uno ricade – suo malgrado –
su un solo occhio

eleggere una parte e farsela bastare
tanto da dire: io ti conosco
per quel che posso
fin dove le pupille si incrociano
e sento male

mi chiedo se può esistere amore
senza l’iride lasciata da parte
che sia quella – sfocata –
il segreto margine che ci rende soddisfatti
forse in quella sta il senso del continuare

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