e la loro pietà sia più perfetta

(Mario Luzi)[1]

È stato interessante pubblicare ad agosto un articolo su Elio Pagliarani e ricevere tramite Instagram due critiche che –   concentrandosi sulla superficialità dell’articolo e sul suo implicito classismo –   riguardavano un concetto effettivamente vago come il meramente lirico in poesia ed il concetto di sensibilità in poesia.[2] Critiche che trovo intelligenti e che richiedono sicuramente un tentativo di risposta nello stringato spazio di un articolo. 


Anzitutto, le due critiche, pur articolate in due messaggi diversi, vanno di pari passo: la centralità o la perifericità dello scrivente rispetto all’opera, e di come quindi un Io può essere trascritto su una pagina. La difficoltà nel rispondere è notevole: come diceva la critica stessa, le sensibilità vanno connotate storicamente. L’io superomistico D’Annunziano de La Pioggia nel pineto è sicuramente diverso dall’Io –   mutato in sosia –   del Benedetti di Tersa Morte così come è diverso dal teatrale e spudorato Io di Patrizia Valduga delle Cento Quartine e altre storie d’amore. Questo per ragioni esplicitamente storico – materiali legate all’evoluzione stessa della società: un individuo non può più dirsi centro del mondo e si storicizza attraverso la relazione di conflitto, per volgarizzare in maniera becera il pensiero di Habermas. Lo stesso uomo non può più dirsi centro del mondo ma essere che agisce e subisce il mondo: la genialità di Bataille nella Storia dell’Occhio, libro del 1928 ma che rimane, almeno dal mio punto di vista, una delle vette più alte della letteratura erotica occidentale, sta nel rendere lo scrivente personaggio dell’azione chiamandolo Je, ma rendendolo sempre mezzo e mai fine dell’azione, reificandolo in ogni modo. Fino ad arrivare ai punti più estremi di questa reificazione con l’antologia de I Novissimi del ’63: per quanto provenienti da geo-grafie completamente diverse e concettualizzazioni diversissime del mondo (tra l’antologizzato Pagliarani di cui abbiamo già riportato una citazione ed un poeta come Antonio Porta ci sono numerose differenze, anche e non solo di natura ideologica), i Novissimi provano ad uccidere (o meglio: ledere) il fantasma dell’Io in questa antologia. Giuliani nell’introduzione all’antologia scrive d’altra parte che Le tecniche della cultura di massa comportano una scomposizione mentale di cui occorre tener conto quando si vuole produrre una ricomposizione dei significati dell’esperienza. Un’opera di chiaro stampo avanguardista.


L’antologia de I Novissimi rappresenta un caso culturale ed editoriale di notevole interesse per l’Italia del boom economico: si stimano 16000 copie vendute. Risultato particolarmente degno di nota per un’antologia di poeti ai più sconosciuti al tempo della pubblicazione e in generale per il genere letterario forse più faticoso a livello editoriale quale è la poesia dopo la pubblicazione de Le Occasioni di Montale[3]. Soprattutto numerosi critici, poeti ed intellettuali si interrogano a partire da questa operazione di poetica assolutamente nuova nel panorama italiano: a pochi anni dall’antologia Zanzotto, poeta sperimentale e figlio in quella stagione dello strutturalismo psicanalitico lacaniano –   che nel rapporto tra Io e paesaggio ha costruito una vera e propria carriera poetica –   nel ’68, nella terza poesia della Beltà, chiede provocatoriamente E l’avanguardia ha trovato? Ha trovato?. Ma è altrettanto interessante notare come lo stesso Zanzotto nella redazione de Gli Sguardi I Fatti I Senhal abbia preso spunto dallo stesso Laborintus , come rilevato grazie ad un lavoro marcatamente filologico da Chiara Portesine in un articolo pubblicato su Nazione Indiana[4].


È interessante notare come spesso, come ci spiega la tradizione buddhista, i dualismi siano la cosa più fallace esistente. Nella meditazione Vipassana il senso dello stare al mondo sta nello stesso stare al mondo. Ecco, quindi, che possiamo trovare monaci, ma anche persone normali, capire il proprio stare al mondo in una stasi apparentemente infinita, e che porta a nuove propriocezioni, nuovi stati di alterità, nuovi stati di non  –  alterità.


Dubito che nel 1963 quando escono le prime poesie di Nel Magma Mario Luzi conoscesse la meditazione Vipassana. Quello che è certo dell’opera di Luzi, se analizzata sotto il punto di vista dell’Io, sono tre cose:
  –  una forte riflessione sul proprio ruolo all’interno di una tradizione letteraria: il riferimento del poeta toscano è sicuramente Dante. In particolare, i canti del Purgatorio paiono echeggiare attraverso le poesie, sebbene il “viaggio” Luziano sia di natura quasi Infernale.
  –  Una forte riflessione sul proprio ruolo nella società e sui mutamenti che la realtà sociale propone al poeta. Che spesso reagisce quasi ammutolendosi, non riuscendo a comprendere a pieno, se non attraverso la preghiera o l’ingiunzione (ricorrono molto spesso termini cattolici all’interno delle poesie), il suo posizionamento nella dialettica della realtà.
  –  Una posizione dell’Io che è sempre dialogante o silente ed immersa nel dialogo. Questo permette un respiro: un tono che si fa tra il meditativo e appunto il dialogante, e mai, in nessuna poesia, oracolare. Anche questa poesia dialogica, nel panorama novecentesco, è una novità. Ed è interessante che queste dinamiche poetiche avvengano tutte negli anni ’60 prima degli avvenimenti che sconvolgeranno il mondo della cultura e della vita pubblica in generale nel 1968(e sarebbe interessante se qualcuno analizzasse i mutamenti della poesia italiana dopo il ’68: personalmente mi ritengo incapace).


Se c’è una presa di posizione poetica che secondo me tiene conto del punto di vista della sensibilità storica, delle problematiche dell’Io in scrittura e di un’idea di lirica, credo che possa valere ciò che scrisse Paul Celan in una lettera ad Hans Bender nel 1960. Solo mani vere scrivono poesie vere. Io non vedo alcuna differenza di principio tra una poesia e una stretta di mano. Viviamo sotto cieli cupi − e ci sono pochi esseri umani. Per questo anche le poesie sono poche.
E su questo, mi taccio.

– Luca Martinelli


[1] da Presso il Bisenzio, Nel Magma (Garzanti, 1966)

[2] All’accusa, fatta in buona fede, di plagio, si è già risposto su Instagram

[3] Che rappresenta forse una delle cesure più importanti per quanto riguarda il “mandato sociale del poeta” nel contesto culturale italiani

[4] https://www.nazioneindiana.com/2018/07/19/edoardo-sanguineti-e-andrea-zanzotto-storia-di-un-tributo-intermittente/

Lascia un commento

in tendenza