Ed ecco un’altra lista! Passo dal genere più gettonato a uno molto di nicchia e generalmente poco amato. Infatti ero indeciso se inserire o meno il western, ma alla fine due sono state le ragioni che mi hanno indotto a farlo: 1) il genere esiste e 2) se non ne parlo io, che sono fissato con il suo cinema, chi dovrebbe farlo?
Come sempre, qui trovate la spiegazione di come faccio le liste e, in fondo, alcune considerazioni sparse.
Santiago è l’isola più grande e popolosa, che ospita la capitale. Se uno va lì solo per le spiagge, ha fatto male i conti, e ci sarà un motivo se i balneari puntano a Sal e Boa Vista. Se, invece, uno va lì solo per la storia e la cultura, come dicevo parlando di Praia, rischia di cavarsela in pochissimo tempo. Se, al contrario, fate come noi e puntate a un mix di cultura, spiagge e paesaggi, Santiago è probabilmente la migliore opzione a Capo Verde. Tre sono le cittadine principali dell’isola, oltre alla capitale.
Cosa c’è da fare a Praia, capitale di un Paese noto perlopiù per il turismo balneare? Non molto, in realtà. Giungendovi, ne ero consapevole, nondimeno – abituato a vacanze in cui le cose da vedere abbondano – abituarmi al fare niente non è stato semplice. Resto dell’idea che la bellezza di una vacanza sta anche nel modo in cui ci si pone di fronte alle cose che si vedono, e quindi sono soddisfatto perché ho avuto modo di “studiare” un Paese nuovo.
Praia de Gamboa. Sullo sfondo, a sinistra, la Ilheu Santa Maria, sede un tempo di un lazzaretto e al momento purtroppo non visitabile.Cuartel Jaime Mota.Continua a leggere →
Salve! Torno – prima del solito – con un’altra lista per generi. E questo è forse il genere che – se fossi un blogger con del seguito – i miei follower aspetterebbero con maggiore interesse. Infatti il fantasy è quello che più ha riscosso successo a partire da – la butto lì – fine anni ’90 / primi anni 2000, e tutt’ora ha una discreta platea, traslatasi sempre più da un pubblico prettamente maschile a uno prevalentemente femminile. Ma più grande è la fanbase e più c’è il rischio che questa sia tossica, pronta a inalberarsi se i suoi autori preferiti non sono presenti. Inoltre, più sono i libri celebri e più è arduo scremarli. C’è poi un terzo problema: i fantasy sono spesso saghe, e questo mi ha posto di fronte a tre possibili opzioni: 1) Leggermi le saghe per intero, cosa che avrebbe significato passare da 15 a centinaia di volumi… anche no, grazie; 2) Inserire nella lista solo opere singole o perlomeno con primo volume autoconclusivo… ma avrebbe lasciato fuori troppi titoli famosi e/o importanti; 3) Leggere solo il primo volume a prescindere… scelta che ho fatto e che scontenta tutti. Infine, come ultimo inghippo, c’è da dire che qui più che mai il recentismo è in agguato, ovvero i tanti titoli recenti (e con fanbase tossica di cui sopra) tendono a far dimenticare che per diventare dei must è necessario lasciar passare decenni, così che sia il tempo a dire quanto siano davvero meritevoli. Per le suddette ragioni, questa è forse la top più difficile, perché è quella che più probabilmente avrebbe dei critici. Però, come dicevo, non avendo follower ho già risolto il problema. Come sempre, qui trovate spiegato come scelgo i titoli. In fondo alla lista, alcune considerazioni sparse.
Buongiorno, gente! Rieccomi con l’ennesima classifica di libri per genere. Spero abbiate apprezzato le liste precedenti (per chi se la fosse persa, l’ultima è stata sui romanzi di guerra) e che continuiate a dare un’occhiata a questi post! Come sempre, qui trovate spiegato il modo in cui ho compilato queste top. Stavolta ho affrontato quei libri famosi perché hanno lo scopo di strappare uno sghignazzo al lettore, missione che è forse tra le più difficili in letteratura. Dopo la lista, trovate alcune considerazioni personali e qualche informazione extra.
Eccomi di nuovo, dopo i consueti mesi di intervallo, con una nuova lista dei migliori libri per genere. Vi ringrazio se avete ancora la pazienza di aspettare così tanto tra una top e l’altra e di leggermi ancora! Come potete notare, stavolta il genere è un po’ più settoriale o, se vogliamo, di nicchia. Tuttavia, esistono certamente libri che si distinguono in quanto hanno come focus un qualche evento bellico. Un po’ come si fa generalmente per il cinema, ho considerato quelle opere che sono ambientate dall’Ottocento in poi, ritenendo quelle in periodi precedenti come afferenti maggiormente allo storico in senso lato. Come sempre, qui potete trovare spiegata la metodologia con cui le top vengono redatte e il link alle liste precedenti. In fondo a questo articolo, invece, trovate una breve osservazione conclusiva.
Dopo aver scoperto solo in data odierna che in italiano scriviamo il nome della città così –> Seul, mi accingo a trascrivere una specie di stream of consciousness sulla mia esperienza nella capitale sudcoreana, lasciando alle foto il compito di illustrare alcuni must-see, che a parlarne uno per uno diventerebbe lungo e noioso da leggere. La prima cosa che mi viene in mente pensando a Seoul è che anche qui per servirsi senza limiti dei mezzi pubblici è necessario fare una tessera che si può acquistare e ricaricare solo in contanti. Una cosa che a oggi capisco ancora poco, ma tant’è. Però la metropolitana è tanta roba. Ogni volta che in una città che devo visitare c’è una metro, tiro uno sospiro di sollievo, soprattutto se è capillare. Per me è di una comodità assurda, rende quasi impossibile perdersi e non è necessario studiare gli orari perché è frequente. Così è stato a Seoul, dove oltretutto le stazioni erano pulite, sicure, intuitive. C’è però da dire che, per un buon camminatore, le principali attrazioni della città non sono neppure troppo lontane tra loro, il ché non è così comune in metropoli di tali dimensioni. Unica eccezione, il quartiere Gangnam che ho voluto visitare per la sua fama e perché nei pressi ci sono delle tombe che troverete nelle foto.
Cheonggyecheon: canale la cui area è stata infighettita e ammodernata spazzando via uno slum abusivo. Il risultato finale è davvero apprezzabile ed è un’ottima passeggiata in piena metropoli.
Per chi fosse stato un po’ distratto negli ultimi settanta anni, ricordo brevemente che il confine tra la Corea del Sud e quella del Nord è chiuso, blindato, invalicabile. A separare i due Paesi c’è una sottile striscia di territorio chiamata Zona Demilitarizzata che – a dispetto del nome – è una delle più militarizzate al mondo. Lunga 250 km e larga 4 km, si estende per 2 km a nord del confine e per 2 km a sud. Barriere e filo spinato, assieme a posti di blocco e sistemi di sorveglianza, tengono lontani eventuali trespassers da entrambe le parti. L’unica nota positiva di questa netta divisione è che all’interno della DMZ la natura ha approfittato del vuoto lasciato dall’uomo e oggi molte specie vivono in una relativa tranquillità che sarebbe altrimenti impossibile.
La Corea del Sud ha furbescamente pensato di approfittare della triste situazione per, almeno, guadagnarci qualcosina. La fama della netta divisione tra i due Paesi e del confine militarizzato attira infatti orde di turisti, che possono visitare la zona servendosi di tour organizzati da agenzie autorizzate. Per arrivarci si deve prima attraversare una zona cuscinetto chiamata Civilian Control Line (CCL), la cui larghezza varia da 5 a 20 km e in cui l’accesso è strettamente monitorato. Il suo scopo è rendere difficile ai civili del Sud avvicinarsi al confine pericoloso e a quelli del Nord di infiltrarsi.
Imjingak Pyeonghwa Nuri Park. Oltre a vari monumenti, si vedono il ponte Imjingang (quello bianco) e il Freedom Bridge (quello rosso), sul quale passavano i prigionieri di guerra del Sud che tornavano a casa. Sullo sfondo, le montagne della Corea del Nord.
Suwon – capoluogo della provincia di Gyeonggi – dista una trentina di chilometri da Seoul, ma fa parte dell’area metropolitana di quest’ultima (come anche tutta la sua provincia e pure Incheon), creando un agglomerato impressionante di 26 milioni di persone. Se è vero che qua e là si scorgono campi o foreste, andando da una città all’altra quasi non si avverte il passaggio, ma tutto sembra parte di una sola conurbazione, senza soluzione di continuità. Una vera megalopoli, insomma – anzi, forse sarebbe meglio dire “mega-metropoli” o “mega-città”: il ruolo centrale di Seoul è evidente e, senza offesa, le altre città le ruotano intorno e da lei dipendono sotto più aspetti, mentre una megalopoli è più una “collaborazione” tra realtà più o meno sullo stesso piano. Ma torniamo a Suwon e al perché andarci. Da Seoul o da Incheon ci si può arrivare prendendo una serie di metro o bus. Non è comodissimo, perché sono previsti dei cambi, ma è anche vero che il fatto che si possa raggiungere quasi ogni punto di un’area così estesa senza servirsi dell’auto è encomiabile e rivela una notevole efficienza dei mezzi pubblici.
Pur essendo la città che ospita il principale aeroporto di Seoul, per andare da quest’ultimo al centro di Incheon è necessario cambiare due volte la metro. Ma… ormai avevo deciso di vederla e, quindi, non mi sono fatto scoraggiare da questo primo ostacolo. Né mi ha fermato la lunga passeggiata necessaria per giungere dalla stazione alla zona di Wolmido, una delle attrazioni principali. Devo dire che il mio primo impatto con la Corea è stato un po’ brutale. Forse perché le precedenti metropoli dell’Asia orientale che avevo visto avevano un’aria molto moderna, ma Incheon mi è parsa un po’… normie. Pur non mancando grattacieli ed essendo tenuta bene, è piena di scorci che ricordano quasi l’Italia delle palazzine di dubbio gusto degli anni ’70/’80, oppure perfino i Balcani, con i suoi numerosi edifici parzialmente fatiscenti e i cavi elettrici sopraelevati. “Be’, si vede che Incheon è una città qualsiasi, per cui gliene importa il giusto della sua estetica” mi dicevo. Eppure la sensazione di stranezza non mi lasciava.