Tra le mie lettura di maggio, trovate il post poco sotto, spiccano due romanzi che hanno meritato 10. Uno è “Il fratello leggendario” di Bernardo Notargiacomo. Come prima cosa vorrei soffermarmi sul motivo che mi ha portata a leggerlo. Ed è che da qualche anno apprezzo molto i libri editi Atlantide a cui mi sono avvicinata perché la mia cara amica Clara Nubile è una delle traduttrici di Atlantide. Ho iniziato quindi a leggere i libri tradotti da Clara e poi, anche parlando con l’editore al Salone e al Book Pride, ho conosciuto altre storie trovandole, con le loro differenze, sempre di ottimo livello. Nel 2025 “Miracoli” di Anna Beecher, tradotto appunto da Clara, è stata tra le letture migliori dell’intero anno, così quando ho intravisto “Il fratello leggendario” prima di Torino ho pensato che potesse interessarmi. Al Salone, allo stand Atlantide mi sono avvicinata con il mio tipico piglio un po’ scanzonato dicendo: “Cosa facciamo? Il filone libri di fratelli morti?” Simone Caltabellotta ha riso dicendomi che si tratta di due storie completamente diverse, ma ugualmente belle. E sono tornata a casa col romanzo di Bernardo, a cui poi ho dedicato un paio di story su Instagram, riuscendo a mettermi in contatto con lui, fino a giungere all’intervista di seguito, che trovo davvero preziosa, per cui non posso che ringraziare l’autore.
Ci sono alcune sorprese meravigliosamente connesse con i lettori più affezionati di questo blog, come la Scozia, e un comune sentire colmo di tenerezza nell’approcciarsi alle pagine, tipico di chi, come me, ha scelto di portare avanti un blog lento, in un tempo di bookstagrammer di scarso spessore, che parlano sempre degli stessi libri. Partiamo dunque, che il preambolo risulta già ben più lungo di quanto non fosse nelle mie intenzioni.
Prima di entrare nel vivo del romanzo, vorrei chiederti chi è Bernardo Notargiacomo e come si colloca la scrittura nella tua vita?
Ciao, prima di tutto grazie per avermi qui nel tuo spazio, che io considero prezioso come tutti gli spazi personali di espressione e curiosità verso passioni comuni. La scrittura ha sempre fatto parte della mia vita, fin da quando avevo quindici anni e iniziai a scrivere poesie. Ero appassionato di Rimbaud, di Byron, ma scrivevo cose surreali che ricordavano musica. A volte ascoltavo Battiato per farlo. Nel tempo le poesie assomigliarono sempre più a epigrammi latini (per esempio Marziale) ma parlavano di viaggi e altre esperienze, spesso di ambienti decadenti. Poi passai a comporre racconti. A metà anni Novanta ho pubblicato La Pittura e la Pizza, con Castelvecchi. Un racconto lungo, o se preferisci romanzetto breve, che conteneva una sorta di storia Zen sull’ispirazione e sulla necessità di recuperare le proprie radici per esprimersi. Il protagonista si chiamava anche lui Adriano, in omaggio a un mio zio e a un attore francese (Belmondo) di un vecchio film che avevo amato. In quel periodo avevo anche iniziato a lavorare come copywriter, quindi in qualche modo ho sempre continuato a scrivere. Poi ho pubblicato il romanzo La Memoria degli Alberi con Piemme. Un libro magico, che narra la storia di un ragazzino che scopre di possedere un dono segreto: la capacità di comprendere (e parlare) la lingua segreta di piante e alberi. Un libro di avventura, ambientato secoli fa, che fa riflettere sul posto dell’essere umano nel mondo, o almeno questo era l’intento. Sono poi andato a vivere per circa dieci anni a New York, dove mia moglie viveva da tanto, lei è una cuoca fantastica. Nel frattempo, il manoscritto de Il Fratello leggendario è sempre stato con me.
Non saremmo qui se non avessi apprezzato così tanto “Il fratello leggendario”, per quanto possa essere banale ti chiedo di raccontarci la genesi della storia, le origini, un po’ tutto il dietro le quinte o dentro la tua testa e nel pc di questo romanzo.
La genesi di questa storia risale a tanti anni fa, subito dopo La Pittura e la Pizza. Allora però non ero pronto, credo, per narrare una storia così profonda. O meglio, iniziai a farlo, poi mi fermai più volte. Alcune parti, però, sono rimaste immutate da allora. La vicenda prende le mosse da eventi reali: il fratello maggiore di un mio amico dei tempi del liceo, era morto in Scozia quando aveva circa vent’anni e il mio amico quattordici. Questo fratello era un tipo particolare, in qualche modo “eroico”. Era stato adottato da un clan, in Scozia, indossava il kilt (la gonna classica degli scozzesi) con i colori di quel clan e suonava anche la cornamusa da solo nei boschi. Era un tipo eccentrico e carismatico. Credo abbia rinunciato a vivere, e questo provocò grandi capovolgimenti in famiglia. Quando seppi di questa storia, mi venne in mente di guardarla da un altro punto di vista, di dare una chance al mio amico e a quelli come lui d’incontrare ancora il proprio fratello (o sorella). Insomma, si scatenò in me una specie di ostinazione, che poi è la più antica mai esistita (vedi l’Epopea di Gilgamesh per esempio), pur di riavvicinare questi due personaggi. Poi la storia rimase lì, nel cassetto della vita, finché un altro caro amico non perse il proprio fratello e io la ripresi in mano. Stavolta pensavo di poter essere d’aiuto, di poter lenire il dolore. Ne è scaturita una storia di formazione, in cui il lutto iniziale è la premessa per ricominciare a vivere e per crescere affrontando le difficoltà che la vita ti pone davanti. Una storia che è una corsa continua contro il tempo.
C’è un dettaglio non trascurabile: non viene mai detto come muore Giorgio. Tu di sicuro lo sai, ma hai deciso di non raccontarlo. Ci riveli le motivazioni di questa scelta?
Ho voluto lasciare aperta la questione di proposito. Non ho “voluto saperlo” io stesso, come se fosse una questione intima dei miei personaggi. Potrebbe aver deciso di farla finita, perché in fondo troppo sensibile? È possibile. Un incidente? È possibile. C’è un passaggio, in cui si allude alla forza necessaria per andare avanti, che potrebbe farci credere qualcosa. Ma è anche vero che c’è sempre la necessità di scoprire la forza in sé stessi o sé stesse per poter affrontare la vita. Per me l’importante è la poesia che spero di aver trasmesso con la storia. Il senso di tenerezza, il desiderio di riabbracciare, rivedere, di dedicarsi con affetto a qualcuno e, nel frattempo, crescere.
La parte onirica ha un grosso peso, e ti dico che mediamente non sono scene che apprezzo. La commistione tra reale e sogno di solito mi infastidisce, amo le narrazioni nette. Eppure, tu hai saputo creare una magia concreta senza scadere nell’immaginifico troppo poco connesso con la realtà. Innanzitutto ti faccio i miei complimenti. Questo aspetto quanto è stato immediato e quanto più funzionale alla trama e quindi costruito?
Riguardo la componente onirica, è stata naturale, immediata. È stata sì funzionale alla trama, ma non ho mai, neppure per un secondo, pensato al sogno in modo razionale pur di giustificare la narrazione. In apertura ho inserito un’antica poesia giapponese che parla di un incontro in sogno, al riparo da tutti. Era da tanti anni, da quando comprai la raccolta in cui è contenuta (Il Muschio e la Rugiada) che volevo utilizzarla, perché perfetta. Detto questo, hai ragione nel pensare che un sogno possa essere un elemento estraneo, difficile da gestire. Bisogna calibrare bene il suo peso. Deve essere “inevitabile”.
Non credo nell’efficacia di interviste lunghe, soprattutto in un blog come il mio, perciò nonostante avrei ancora molte curiosità, l’ultima domanda è sulla parte anche divertita nel dramma, per esempio le pagine con la chiromante, o la scoperta da parte di Adriano di avere avuto un fratellone che combatteva a scuola contro i bulli. Ti va di dirci qualcosa?
Certo. Il Fratello Leggendario, oltre a essere una vicenda commovente, è anche una storia a tratti buffa. In gran parte riguarda la mia stessa crescita e quella di miei amici o amiche. Quest’alternanza di emozioni provocata dal romanzo è dovuta al fatto che, quando si è molto giovani (come il protagonista Adriano) si cresce spesso in modo disarmonico, assestandoci al cambiamento e imparando ad avere coraggio in modo a volte goffo. Tutto ciò non deve farci sentire a disagio, ma dobbiamo comprendere che è naturale e andare avanti. E tutto ciò è poetico, tenero e bellissimo.