Una riproposta indecente

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Rovistando in cantina

AMERICAN WAY OF LIFE

Un sole malato si accingeva a tramontare là, dietro le cime dei Monti Appalachi.

Jack aprì la sesta lattina di birra e la trangugiò quasi in un sorso. Si pulì la bocca col dorso della mano destra. Era mancino.

«Ehi, George. Sai cosa penso?»

«Jack, come faccio a indovinare i tuoi fottutissimi pensieri?»

«Penso che un giorno dovremmo potare la maledetta siepe del giardino di Matt.»

Finì di scolarsi la lattina di birra, la stritolò come fosse di carta, la appallottolò e con un tiro preciso, centrò il bidone dei rifiuti. La lattina andò a raggiungere le altre cinque che erano state testé stritolate, appallottolate e lanciate nel bidone dei rifiuti.

«Tu credi che glielo dobbiamo?»

«Sì, George. Credo proprio che glielo dobbiamo.»

George si versò whisky on the rocks e:

«Il figlio di Matt è un maledetto figlio di puttana, Jack» disse.

«È vero, George. Il giovane Ed è un fottutissimo bastardo. Non meriterebbe che gli potassimo quella stramaledetta siepe. Ma a Matt lo dobbiamo. Matt è un vero cazzuto. Non dimenticare che nella eroica Seconda Guerra Mondiale ha salvato il soldato Ryan. Ma c’è di più. Quando da giovane giocava nella Tennessee Yankee Tigers Black Baseball Dream Team, con la sua cazzutissima mazza ribatté un colpo mandando quella figlia di puttana di una ball ad infilarsi nel buco del culo dell’ozono.»

«Sì, Jack. Ma tu dimentichi che il soldato Ryan era un fottutissimo coglione e al ritorno dalla Guerra diventò anche un bastardo drogato e frocio. La ball che Matt lanciò nel buco del culo dell’ozono, tornò a terra che era radioattiva, quella figlia di una troia.»

«Ma di questo tu non puoi fare una colpa a Matt. Lui non poteva certo prevedere queste catastrofi. No, George. Io sono sempre maledettissimamente convinto che quella siepe noi gliela dobbiamo potare. È l’America che glielo deve. Lo vuole lo zio Sam.

Dalla vicina caserma degli U.S.Yankee Brave Rufflers Yellow Rangers vennero le note dell’Inno Nazionale per l’ammainabandiera. Jack e George scattarono in piedi dalle loro sedie a dondolo all’unisono. George si portò la mano destra al cuore e Jack la sinistra, perchè era mancino. Il sole rimase sugli attenti sulla cima più alta degli Appalachi. Stettero così tutti e tre, compunti il viso di amor patrio, e quando le ultime note dell’inno si spensero, Jack e George tornarono seduti sulle loro sedie a dondolo e il sole scomparve dietro le cime dei monti.

«E che ne dici di quella vacca della figlia di Matt che fa la prostituta a Boston, Jack?»

«Merda! George, tu cerchi la lite, allora! Daisy non è figlia di Matt, è figlia di puttana. Quella vacca troia di Margareth, la moglie di Matt, la ebbe facendosi sbattere da quel coglione di Bergson, il poliziotto di quartiere della 27a Avenue.»

«Sì, Jack. Ma Matt la riconobbe come figlia sua. E Daisy a 15 anni tentò di uccidere quella siepe che tu vuoi potare, versando acqua bollente sulle radici.»

«E per questo Dio l’ha punita.»

«Jack, sempre che Dio esista.»

«George, in God we trust.»

«Boh. Sai che ti dico? Quella fottutissima siepe che se la poti lui, quel vecchio scoglionato di Matt!»

«George, questo non fa onore a quel grado di sergente degli U.S. Yankee Yellow Marines Lancers del 7° Distaccamento Sud Dakota che tu hai rivestito, né alla Princetown University del Kentucky da dove sei stato buttato fuori con demerito, né alla Yankee Basket Yellow Lions Team dell’Ohio di cui eri l’insostituibile pivot pur essendo alto un metro e cinquanta, né alla Cellula “Martin Luther King” del Ku Klux Klan di Atlanta di cui sei stato uno dei principali ideologi.»

«Ah, bei tempi, quelli, Jack! Non mi ci far pensare. Ricordo quando bruciammo vivo quel negro Footstrong del quartiere-ghetto di Jacksonville. Lo accusammo di aver stuprato Queen, la cagnetta degli Smithson. Il processo durò ben 12 secondi. E come urlava mentre le fiamme divoravano la sua merdosa carne di negro. Dopo averlo ben bene abbrustolito, lo impiccammo. Così appeso, la carne, ben cotta, gli scivolava dalle ossa e finiva in bocca agli sciacalli e agli avvoltoi radunati sotto l’albero, in attesa del loro pasto, povere bestie. Ah, quello fu un giorno che non dimenticherò, Jack, vivessi altri mille fottutissimi anni! Sai, Jack. Adesso sto per svelarti un segreto che pochi conoscono, oltre me. Giurami che terrai chiusa quella tua fottutissima boccaccia, Jack.»

«Cristo! George, tu sai che di me puoi fidarti.»

«Queen non era una cagnetta: era un fottutissimo coccodrillo dei venticinque che gli Smithson allevavano nello stagno del loro cottage nel Minnesota. E il vecchio negro Footstrong, quello che lo stuprò e che noi bruciammo vivo e poi impiccammo, non era un negro e non era Footstrong: era Ciu En Vai, un muso giallo di cinese di Chinatown che non aveva voluto pagare il pizzo alla Famiglia di Johnny Cataratta. Lo dipingemmo di nero con l’olio del motore della sua Pallard Swinson Coupè del 1956. Quando gli demmo fuoco friggeva come un pezzo di lardo nella padella dei nostri gloriosi Pioneers Cowboys in marcia verso il lontano West.

«George, sei un cazzutissimo figlio di puttana. Io l’ho sempre detto: chi, George Vaccaboyer? è il più cazzuto figlio di puttana della West Coast! Però, George, a Matt lo dobbiamo. Vedi, George. Se un giorno non potiamo la siepe del vecchio Matt, io comincerò a non dormire più come un angioletto, la notte. Eh, lo so, George. Io mi conosco. Comincerei, la notte, a fare brutti sogni, George.»

«In questo caso, Jack, potresti andare da uno strizzacervelli. Il doc Freudman è uno strizzacervelli di quelli cazzuti. Ha rimesso in sesto quella testa balorda di Greg il visionario. Pensa che Greg voleva mangiare la Statua della Libertà perchè diceva che era di fottutissimo marzapane e che l’aveva preparata per lui la sua mummy. Dopo otto anni di cura del doc Freudman ha capito che la Statua della Libertà non era di fottutissimo marzapane e non l’aveva preparata per lui la sua mummy. Si è accontentato di mangiare solo un moai dell’Isola di Pasqua. Un bel risultato, non trovi, Jack?»

«Un cazzosissimo bel risultato, George. Ma la siepe di Matt la dobbiamo potare, uno di questi giorni. Anzi, sai che ti dico, George? Quella stramaledetta siepe la potiamo proprio adesso; perciò, tu, ora alzi il tuo culo rinsecchito da quella tua fottuta sedia a dondolo e vai in garage a prendere le fottutissime cesoie dal manico rosso. In un quarto d’ora la siepe del giardino di Matt farà la sua porca figuraccia di siepe potata, George.»

«Jack, tra poco sarà buio: io non me la sento di potare una siepe al buio. E se dovessimo potare qualche ramo che non va potato? E poi, io non sono proprio convinto che la siepe di Matt la dobbiamo potare noi. Secondo me, dovrebbe pensarci Sonny, il figlio minore di Matt, che abita in Florida.»

«George, tu dimentichi che Sonny ha perso entrambe le braccia nella trionfale Guerra del Golfo. Sonny ha meritato la medaglia d’oro, per questo, George. Noi siamo i vicini più vicini di Matt e tocca a noi potargli la siepe. Un vero americano, George, la pensa così, o non è un vero americano, io dico.»

«Sai, Jack, io non sapevo che Sonny avesse perso entrambe le braccia nella gloriosa Guerra del Golfo. Giuro che non lo sapevo. È un vero onore avere come amico Matt, il padre di un eroe di Guerra, medaglia d’oro. Egli ha donato le braccia del figlio alla Patria. Noi perciò, adesso poteremo la siepe del vecchio Matt, Jack. Ci puoi contare.»

«Aspetta, George. Tu davvero non sapevi che Sonny ha perso entrambe le braccia in Guerra?»

«Mi dovrebbe scoppiare una palla in mano mentre mi faccio il bidet se lo sapevo, Jack. E dunque alza il tuo culo di ricotta dalla sedia e andiamo a potare la siepe del giardino di Matt.»

«George, vedi. Io mi conosco. Non dormirei come un angioletto la notte se non dicessi al mio migliore amico come stanno veramente le cose, riguardo alle braccia che Sonny ha perduto nella vittoriosa Guerra del Golfo. Se non ti dicessi la verità, George, farei brutti sogni la notte, sogni fottutissimamente brutti, dai quali neanche il cazzuto doc Freudman potrebbe liberarmi.»

«E allora vuota il sacco, Jack. Com’è che stanno veramente le cose con le braccia che Sonny ha perso nell’eroica Guerra del Golfo?

«In realtà, George, Sonny le ha perse mentre godeva di una breve licenza dal servizio.»

«Jack, in nome di tutti i Padri Pellegrini, del Thanksgiving Day e della portaerei Forrestal, spiegami come si fa a perdere entrambe le braccia in licenza ed avere la medaglia d’oro come eroe di Guerra!

«C’è di mezzo la Famiglia del boss Johnny Cataratta, l’ispettore Callaghan della F.B.I. il giudice Alex K. Badlaw e lo sceriffo della contea di Norton. Quella congrega di bravi ragazzi era tutta sul libro paga del boss.»

«Tutta questa cazzutissima congrega di bravi ragazzi si è mossa per dare a Sonny la medaglia d’oro al valor militare? Ah, una buona azione da autentici Yankees, non c’è che dire.»

«Devo aver dimenticato qualche vice segretario aggiunto della Casa Bianca. La mia memoria, George, mi fa qualche brutto scherzo, da un po’ di tempo a questa parte. Sai, Sonny stava eseguendo un lavoretto per il boss Cataratta, un convincente petardo da lanciare nello store di don Michael Corleone. Gli è scoppiato tra le mani un attimo prima del lancio e si è fottuto le braccia di Sonny. Un testimone oculare, che poi finì con gli scarponi di cemento nel mare a sud di Norfolk, pare abbia detto che il botto fu così violento che Michael esclamò: ” Minchia! cu fu?” e il braccio destro di Michael, Tony Esposito abbia risposto “Chisto è ‘o pallone ‘e Maradona”.»

«Ah, George. Come fai a non essere grato a Dio per averti fatto nascere in questo cazzuto Paese, dove il potere prende a cuore la sorte di un Sonny qualunque in questo modo?»

«Jack, credo proprio che, domattina all’alba, ti verrò a svegliare per andare insieme a te a potare la fottuta siepe del vecchio Matt.»

«Mi troverai pronto con una cazzuta cesoia dal manico rosso e con una maledetta voglia di potare la siepe. Per festeggiare questa nostra comune decisione, che ne diresti di prenderci a cazzotti in bocca. Sento un fottutissimo prurito alle mani.»

«Ottima idea! Però, prima, lasciami scolare un’altra bottiglia di whisky, per avere la carica.»

«Dacci sotto, George! Io intanto mi scolo un’altra decina di lattine di birra. Vedrai che epica scazzottata ne verrà fuori.»

Di lì a poco Jack e George, per sgranchirsi un po’ le membra, presero a darsi cazzottoni in bocca, uno solo dei quali in Spagna avrebbe atterrato sei tori Miura, in Norvegia una mandria di renne maschi nella stagione degli amori, in Zaire il maschio dominante di un gruppo di gorilla di montagna e in Cina tre chilometri di Muraglia Cinese. Ma, all’ombra dei Monti Appalachi, ben altro ci vuole che tutti i cazzotti sferrati da Mike Tyson nelle sue oltre 50 vittorie sul ring per guastare il buon umore ai bisonti americani.

Il giorno dopo, all’alba Jack e George, tutti e due con qualche cerotto al mento per le conseguenze della scazzottata, bussarono alla porta del vecchio Matt. Bussarono più di una volta. Non avendo risposta, alla fine sfondarono i vetri di una finestra a piano terra. Contemporaneamente partiva dall’interno una fucilata calibro 98 che, fallendo il doppio bersaglio umano, sradicava una vecchia quercia nel cortile.

«Hai sentito Jack? Questo è il tuono del glorioso Winchester “Little Big Horn” Rifle 98. Il prossimo 4 luglio ne regalerò uno al mio nipotino Reddy per il suo decimo compleanno. Il mio nipotino Reddy si è mostrato cazzuto fin dalla nascita: non è una bella idea quella di nascere proprio il 4 luglio?»

«Hei, Matt. Vecchio bastardo! Così si accolgono gli amici che vengono a darti una mano con la tua fottutissima siepe del tuo fottuto giardino?» urlò Jack rivolto verso il punto da dove era partita la fucilata.

Lentamente e con la circospezione di due marines, uno a cavalcioni sulle spalle dell’altro, in azione di rastrellamento in un villaggio vietcong, vennero fuori due metri e zero cinque di negro più nero della notte del famoso black out di New York; quei due metri e zero cinque di grizzly nero imbracciavano e puntavano contro Jack e George un grosso fucile o, se si preferisce, un piccolo cannone da 106 senza rinculo controcarro: il glorioso Winchester “Little Big Horn” Rifle 98.

«Che cazzo venite a rompere i coglioni alle prime fottutissime luci dell’alba, voi due?»

«George, ma quello non è Matt! Matt non vive da solo come un cane pidocchioso?»

«Mah. Si sarà fatto lo schiavo negro a guardia del corpo. Lui si può permettere di comprare uno schiavo con quel po’ po’ di pensione da eroe americano del figlio Sonny che si sbafa a spese di noi contribuenti.»

«George, ma che cazzo dici! La schiavitù è stata abolita quando abbiamo perso la gloriosa Guerra di Secessione.»

«Ehi, schiavo! – urlò George – Fa’ venire fuori con le mani alzate il vecchio Matt, presto, prima che ti lanci queste cesoie nel buco nero del tuo fottutissimo culo.»

«E chi cazzo è questo Matt? Andate a farvi fottere alla velocità del suono! Non sarete mica della polizia, voi due?»

«Ma quale polizia di questo bel paio di palle! Noi siamo amici di Matt, il padre di Sonny l’eroe medaglia d’oro al valor militare della gloriosa Guerra del Golfo!»

«Ma chi, Mattew Stevenson, quel bastardo figlio di puttana di un pappone, che Dio l’abbia in gloria? È morto l’anno scorso.»

«Morto?»

«Morto defunto!»

Ci fu un silenzio più profondo del Gran Canyon e più esteso della Death Valley. Durò 12 secondi. Poi:

«Jack, questa montagna di carbone dice che Matt è morto.»

«Sì, e dico pure che se non sloggiate alla svelta dalla mia proprietà, vi ficco la canna di questo fucile nel vostro candido deretano, e premo il grilletto.»

«Jack, dice che preme pure il grilletto.»

«In questo caso, George, mi sembra maledettamente poco igienico rimanere ancora nei paraggi: la supposta non è stata mai la mia via terapeutica preferita.»

Nel cielo splendeva una luna pregna che sembrava voler da un momento all’altro esibirsi in un abbondante parto trigemellare.

Jack aprì la sedicesima lattina di birra, versò il liquido nel bidone dei rifiuti, stritolò la lattina come fosse di carta e la inghiottì in un sol boccone.

«Jacky, capisco bene il tuo cazzuto nervosismo.»

«George, penso che Matt non ci doveva fare il fottutissimo torto di morire prima che noi decidessimo di potargli la stramaledetta siepe. Non si comporta così un vero americano.»

George si versò nel bicchiere pieno di rocks del whisky ed ingollò il whisky, le rocks e il bicchiere con un fulmineo colpo del capo all’indietro.

«Jack, tu pensi che Matt ci abbia voluto fare un dispetto?»

«Devo confessarti, George, che questo sospetto mi va crescendo dentro come un maledetto melone della California. E quello che più mi rode le viscere è il fatto che da stanotte non dormirò più come un angioletto al pensiero che quel cazzuto bastardo di Matt è morto e noi non abbiamo fatto in tempo a dirgli tutto il bene che gli volevamo col potargli la siepe. Ah, da stanotte farò proprio dei brutti sogni, George.»

«Da stanotte non farai brutti sogni, Jack, perché tu adesso vai a prendere la tua Holy Bible e noi pregheremo per Matt tutta la notte e gli faremo così il servizio funebre.»

«Puoi giurarlo, George.»

E mentre George e Jack recitavano … polvere alla polvere … il Signore dà, il Signore toglie, sia benedetto il cazzuto nome del Signore, uno sciacallo ululò alla luna che si andava nascondendo dietro una bruna nuvoletta.


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“De rerum natura” (per non farla tanto lunga)

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Se scomparisse dal pianeta il genere umano, il mondo sarebbe indubbiamente migliore. Sparirebbero le guerre. Gli animali non avrebbero più a temere i cacciatori. Non ci sarebbero più incendi dolosi di boschi e foreste. Finirebbe l’inquinamento del mare, dei fiumi, dei laghi e a inquinare l’aria rimarrebbero sole le vacche con le loro flatulenze, che, peraltro, la natura saprebbe bene come neutralizzare. Tuttavia non sarebbe ancora il Paradiso. Tutt’altro. Il leone, per sopravvivere, dovrebbe pur sempre sbranare una gazzella al giorno, il pesce grosso divorare il pesce piccolo e il piccolo quello ancora più piccolo, il falco ghermire l’allodola e perfino la pianta carnivora continuerebbe a cibarsi degli incauti insetti che vanno nei calici a succhiare il nettare traditore. La tragica lotta per la sopravvivenza continuerebbe a regnare incontrastata in terra, in mare e in cielo. E pure senza l’Uomo madre natura non rinuncerebbe alla sua anima malvagia e sanguinaria.

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Quando il diavolo ci mette la coda

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Dialogo fra un angelo e un diavolo al capezzale di un moribondo.

Al letto di morte di un moribondo giunge senza indugi un angelo.

Di lì a poco giunge trafelato un diavolo, bestemmiando contro il traffico.

Diavolo: Venire dall’alto si fa presto; i problemi sorgono quando si deve salire. Un traffico!

L’angelo, si mostra infastidito:

Angelo, (rivolto al moribondo) :- Confessa i tuoi peccati, figliolo, e pentiti sinceramente per averli commessi e tra breve io condurrò la tua anima sotto le misericordiose ali del nostro Padre Celeste, dove potrai godere delle paradisiache aure del Regno di Dio.

Diavolo :- Che cosa condurrai tu e dove? Ma fammi il piacere! Questo per tutta la vita, a principiare dall’età della ragione è stato sempre un iracondo, violento e prepotente e tu per una lacrimuccia di pentimento me lo porti in Paradiso? Quest’anima se ne viene con me nel più profondo dell’Inferno.

A :- È vero, è stato un po’ litigioso e pretendeva che la ragione fosse sempre dalla sua parte. Però, alla fine di ogni sua giornata recitava il rosario.

D :- Non è mai andato a scuola e si è guadagnato da vivere sfruttando le donne per le strade, picchiandole se non si davano da fare a guadagnare.

A :- Ma santificava tutte le feste, andava a messa ogni domenica e ascoltava compunto le prediche di don Liborio.

D :- Sì, però dopo che aveva sfruttato per bene il suo prossimo praticando lo strozzinaggio, imponendo il pizzo e gambizzando chi non accettava di pagare, ed era pure un camorrista.

A :- Però faceva l’elemosina ad ogni poverello che incontrava sul suo cammino.

D :- Sì, con i soldi che ricavava scassinando le cassette delle elemosine di tutte le chiese della sua città. E infine, per far indispettire don Liborio, in confessione gli ha dichiarato che si era insaponata Brigida, la sorella del prelato. E meno male che quel diavolone di don Liborio ha avuto la risposta pronta: Guagliò, tu t’hai ‘nzapunato a sorema? Io me ‘nzapono a mmammeta, e chesto va pe’ chello***. Come puoi voler portare nel Regno dei Cieli un simile gaglioffo?

A :- La Legge del Signore dice che, per quanto gravi possano essere i peccati commessi, una spontanea confessione, con conseguente sincero pentimento e assunzione dell’ostia consacrata li estinguono, lavano l’anima e la rendono candida e pura come quella di un angioletto. Tutto ciò è avvenuto per questo moribondo, quindi l’anima è mia.

D :- Eggià, bella legge del menga! Il tuo venerabile Signore le leggi se le fa, se le suona, se le canta e se le balla da solo. Noi non riconosciamo le Sue leggi. Questo pezzo di merda ha l’anima più nera del carbone e nessun potente detersivo può lavarla, quindi la sua anima è mia e se ne viene all’Inferno.

A :- Niente affatto! Sincero pentimento c’è stato, quindi l’anima è mia e viene in Paradiso.

Il moribondo :- Scusatemi, miei egregi signori, potrei scegliere io a chi consegnare la mia anima?

A :- Niente affatto! La tua anima è opera del Signore Celeste e deve tornare a Lui.

D :- Eccolo là, il dittatore, chiamalo Regno Celeste, io lo chiamo regime, dittatura, fascismo! Lasciamo che sia il moribondo a decidere.

A :- Questa cosa mi giunge nuova, non so se… ma il Signore mi ispira… eggìà, mi dice: quale essere moribondo può preferire l’Inferno al Paradiso? E allora sia fatta la tua volontà, pezzo di … ehm…. galantuomo! Scegli!

Il moribondo :- Vi ringrazio per tanta generosità e liberalità, ma vorrei che ciascuno di voi mi spiegasse come si svolge la giornata nei vostri due Regni.

A :- Ah be’, nel Regno dei Cieli si vive nella più completa e autentica beatitudine, nell’eterna visione del Sommo Bene, tra melodiosi canti di alleluja rivolti all’Eterno, cori di angeli e cherubini osannanti al Signore, musiche celestiali ed un ineffabile godimento dello spirito.

D :- Ora tocca a me. All’inferno… tu sei napoletano, vero?

Moribondo:- Del rione Sanità, per l’esattezza, vostra eccellenza.

D :- Allora ti spetta l’Inferno napoletano. Vedi, fossi stato, che so, tedesco, eh, lì i diavoli appartengono alla locomotiva d’Europa, sarei stato io il primo a sconsigliarti l’Inferno. Nell’Inferno tedesco la mattina i diavoli arrivano con centinaia di taniche di benzina, irrorano e accendono, un mare di fuoco e fiamme, mettono mano a fruste e forconi e dagli  sui gropponi dei dannati. Nell’Inferno napoletano manca la benzina, mancano i fiammiferi, le fruste e i forconi qualcuno se li è venduti, la mattina i diavoli vengono, timbrano il cartellino e se ne vanno; qualcuno resta a fare una partitella di tressette con tre o quattro dannati e la giornata passa in tutto riposo. Ah, ma poi di notte ci sono altri divertimenti, corse di cavalli, regolarmente truccate, night club, discoteca con musica a palla, whisky a gogò, cubiste, escort, pornostar,; ti può capitare di incontrare Salomè, Cleopatra, Moana Pozzi, c’è il casinò dove si gioca d’azzardo che è una bellezza e… circola pure qualche pasticchetta di…

Moribondo :- Basta, basta così. Non ho più dubbi, scelgo…

Scusa, tu che avresti scelto?


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Rovistando in soffitta

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ANTICHI SAPORI

La nonna di un mio amico d’infanzia, che era pure un mio mezzo parente (ma non chiedermi per quale percorso dinastico fosse tale, perché non l’ho mai capito; a me bastava che mi fosse amico perché era un boiaccia e nessuno osava contrastarlo e neppure contrastarsi con me sapendomi suo amico per la pelle) dunque dicevo: la nonna di Pinuccio (e già proprio Pinuccio, nonostante la sua stazza, lo chiamavano con questa specie di diminutivo-vezzeggiativo, perché così la mamma sua lo chiamava e nessuno osava contrastarla perché anche lei, in quanto a stazza, aveva preso tutto dal figlio, o era il figlio che aveva preso tutto dalla mamma? vabbe’, ora non stiamo qui a fare questioni di lana caprina; insomma mamma e figlio… ognuno, sia nel suo piccolo che nel suo grande, evitava di contrastarsi con loro e preferiva perdere tutte le occasioni che avessero sapore conflittuale. E questo, come ho già detto, gratificava anche me che ero sotto la loro protezione) ma insomma me lo fai dire che la nonna di Pinuccio se fosse viva avrebbe all’incirca 145 anni? Bene!

La nonna di Pinuccio, se fosse viva, avrebbe all’incirca 145 anni.

Era la nonna di Pinuccio, ma tutti la chiamavano zi’ Prignicca, tranne Pinuccio. E pure del perché la chiamassero così non chiedermi conto: non ricordo neppure più se mai io lo abbia saputo.

Zi’ Prignicca era saggia ma tanto saggia che quando si diceva di quanto saggia fosse, si aggiungeva: eppure pensa che ha appena la seconda elementare. Un tempo, dopo la seconda elementare c’era da fare un esame per accedere alla terza e pare che zi’ Prignicca non lo avesse mai superato o, come da altri si diceva, pare che non avesse neppure fatto l’esame perché, per una femmina, aver frequentato per due anni la scuola era come se avesse preso la licenza di maturità e erano braccia utili per il lavoro dei campi. Non dimentichiamo che ci circondava la civiltà contadina.

A me sono rimaste in mente due perle di saggezza di zi’ Prignicca, non di più.

La prima, che ripeteva spesso era: “La scienza cresce malignamente”. Eppure ai suoi tempi il mondo non si era ancora dotato di un potenziale bellico atomico in grado di distruggere tredici volte l’intero pianeta, anzi erano le epoche, credo, in cui il tram a cavalli veniva sostituito dal tram elettrico, ci si poteva subissare di debiti se si aveva lo schiribizzo di comprare un apparecchio radio, forse i lampioni a gas venivano sostituiti da quelli elettrici e giravano altre conquiste della scienza da inorgoglire perfino i giovani che vivevano quei rigogli scientifici. Che avesse anche capacità divinatorie del futuro lontano la saggia zi’ Prignicca? Boh!

La seconda perla di saggezza.

Quando il sabato sera vedeva Pinuccio che si acchittava di gran gala per andare a passeggiare lungo il corso nella speranza di rimorchiare fosse pure la più cozza delle ragazze anch’esse speranzose di essere rimorchiate da qualche buon partito e, vedendo nel nipote il più bel virgulto del paese e non quel chiattone sgorbio (le quali due prerogative erano ben visibili a occhio nudo) e senza arte né parte (questo si sapeva in giro perché le famiglie con figlie da maritare tenevano schedati tutti i morti di fame del paese dai quali le figlie non dovevano neppure farsi sfiorare con lo sguardo) la nonna lo gratificava di qualche perla di saggezza, una delle quali spesso faceva salire il sangue alla testa a Pinuccio, che per almeno i primi ventiquattro anni di vita, non era mai riuscito a portare a buon fine un solo rimorchio, mannaggia la miseria! Invece la nonna, credendolo un irresistibile sciupafemmine e dimenticando di averglielo già detto l’ultimo sabato del mese precedente, lo gratificava del seguente consiglio: “Figliumio, statte accorto, pecché annanze è pericoloso e arrete è scustumatezza!” A volte Pinuccio, se era di buon umore, prendeva la raccomandazione come un auspicio di buona riuscita dei progetti di acchiappanza, ma il più delle volte, dandosi un’ultima occhiata allo specchio, mandava affanculo la nonna.

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Limerick

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Il ministro delle scuole,

che ragiona con le suole,

ha proposto un’altra legge

che fa in tutto sette schegge

il vetusto ministro delle scuole

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Il limerick è una breve forma letteraria di origine anglosassone, famosa per il suo tono, originariamente senza significato, oppure leggero, spesso comico o pungente. È costituito da 5 versi che rimano AABBA. In rete puoi trovarne scritti da autori famosi come James Joyce.

Io preferisco quelli pungenti con versi isometrici (cioè di uguale misura). Ma possono anche non obbedire alla regola dell’isometria. L’ultimo verso è uguale al primo ma con l’aggiunta di un termine che lo renda magari pungente. Quello sopra lo scrissi io al tempo in cui Mariastella Gelmini ricoprì il ruolo di Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca dal 2008 al 2011, nel quarto governo Berlusconi. Intendeva essere pungente alludendo all’incapacità ministeriale della Gelmini. Mi sembra che caschi a puntino anche di questi tempi, data le bizzarrie ministeriali sventagliate dall’attuale ministro.

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A te la parola!

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Ecco alcune delle frasi che a sentirle mi provocano l’orticaria. Non mi riferisco a turpiloquio o a modi di dire, ma a comuni intercalari che dovrebbero essere evitati in un discorso formale, specie se in un dibattito televisivo, dove invece abbondano.

  1. …è tutto grasso che cola
  2. …non c’è partita
  3. …senza se e senza ma
  4. …se tanto mi dà tanto
  5. …non mettiamo troppa carne al fuoco
  6. …e poi mi taccio
  7. ,,,mettiamo i puntini sulle i
  8. …buttare la palla in tribuna
  9. …che la terra ti sia lieve (e magari il morto si è fatto cremare)
  10. RIP: (Riposa In Pace, come se nell’aldilà ci fosse il rischio di riposare in guerra)
  11. …buttare il bambino con l’acqua sporca
  12. …mettiamola giù così
  13. Franza o Spagna purché se magna
  14. …è tanta roba
  15. …preso col topo in bocca
  16. …te la butto lì
  17. …è tutto un grande magna magna
  18. come se non ci fosse un domani
  19. …è lettera morta
  20. …non c’è trippa per gatti
  21. …il nulla mischiato col niente
  22. Siamo alla frutta

E tu, ne hai qualcuna?

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Non è tua la Terra…

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Non è tua la Terra che calpesti,

né quella che ti dà le messi.

Non è tuo l’albero che ti regala il frutto.

Non è tua la donna che ti ama;

tuoi sono i baci che ti dà, non la sua bocca.

Tuo non è il tuo corpo, che resterà alla terra.

Tua non è neppure l’aria:

dovrai lasciarne qui finanche l’ultimo respiro.

Non è tua la casa,

perciò, prima di andare,

rimetti in ordine le stanze.

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Puchipù

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All’amico Salvatore De Chiara: lui sa perché

Raccontino riesumato dalle profondità del blog.

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Erano due anni che convivevo con Puchipù, ed era da sei mesi che ogni mattina alle sette, minuto più, minuto meno, mi dava la sveglia. Verso quell’ora entrava nella mia camera e abbaiava due o tre volte, in tono sommesso ma implorante. Reclamava la passeggiata mattutina con relativo bisognino, non so quanto gradito dall’albero di turno che vegetava, non senza problemi di salute, lungo il viale. Quei platani già avevano a combattere gli attacchi di tenaci parassiti che procuravano loro peculiari acciacchi ed un aspetto malsano; ci si metteva anche l’orina di cani che pretendevano così di segnare il loro territorio.

Per la cacca, palettina e bustina di plastica. Immancabili. Bene in mostra agli occhi di eventuali passanti. Ci tenevo. Che prendessero esempio di corretto comportamento civico!

Quella mattina mi svegliai senza l’ausilio dei latrati di Puchipù; le sette erano passate da un bel po’.

Mi precipitai giù dal letto e corsi in cucina, dove era la cuccia del mio bastardino. Puchipù era sulla sua copertina, acciambellato come al solito, così come si era disposto la sera, per la verità qualche po’ di tempo prima del solito.

Possibile che dormisse ancora? Niente bisogno impellente..,?

Ma dormiva?

Lo chiamai. Puchipù! Non si mosse. Andai vicino per scuoterlo. Lo toccai. Freddo e rigido.

Era morto.

Possibile? Aveva sì e no tre anni. Tre per sette ventuno. Una morte a quell’età per un cane, era come per un essere umano morire a ventun anni.

Cosa aveva mangiato il giorno prima? Le solite crocchette prese dal solito sacchetto da cui prelevavo il suo cibo da settimane. Non c’erano segni… che so, vomito, escrementi diarroici.

Un infarto? un ictus? o che altro?

Il giorno prima non aveva dato segni di malessere, tranne il fatto che si era accucciato sulla sua copertina con largo anticipo sull’ora abituale. Avrei dovuto capire che quello poteva essere un segnale di pericolo per la sua salute?

Provai a scuoterlo ancora, con poca speranza.

Ahi, Puchipù. Che brutto scherzo mi fai!

Una morte così c’é da augurarsela, ma a ottant’anni; non certo a tre o a ventun anni.

Ma poi, che cosa sono tre anni, ventuno o ottanta rispetto all’eternità verso cui siamo diretti tutti?

Sorgeva il problema di liberarsi della carog… del cadav… dei resti mort… insomma, di quello che restava di Puchipù.

Un sacchetto di plastica, quello della spazzatura? L’idea mi amareggiò. Un po’ di rispetto lo meritava. Dopo tutto mi aveva fatto compagnia per circa due anni; si era talmente affezionato a me che, se uscivo per poco dalla sua vista durante il giorno, mi correva a cercare in ogni dove. Sono certo che, se fossi morto prima io, Puchipù sarebbe stato uno di quei cani che si sarebbe lasciato morire d’inedia sul mio tumulo.

Una bara, una specie di cassetta di legno, e poi…? Sotterrarlo. E dove? Non possedevo un giardino.

Il Comune certamente aveva un servizio per lo smaltimento delle carogne. Anche quest’idea mi recò amarezza: mi si riaccese in mente la parola immondizia.

Lo avvolsi alla meno peggio nella sua copertina, lasciandolo sul posto.

Ci sarà un aldilà per i cani?

Che stupidaggine! Dubitavo dell’aldilà anche per gli uomini.

Il capitolo Puchipù era definitivamente chiuso.

Mi sarei sentito di nuovo solo.

Sono prossimo agli ottant’anni, non ho avuto una moglie né figli. Sono stato figlio unico, quindi niente nipoti. Forse cugini, e chissà dov’erano, se c’erano ancora. Qualche zio che sapevo di avere avuto, era morto. Anche il cane mi aveva abbandonato. Più solo di così…

Intanto mi lavavo e mi vestivo.

Non che la solitudine mi spaventi più di tanto. È vero, ho circa ottant’anni, ma sono in discreta salute e, per il momento, autonomo in ogni mia esigenza. Una presenza umana stabile nella mia casa mi darebbe fastidio.

Ogni volta che passavo in vista della cuccia di Puchipù gettavo uno sguardo, con il lumicino di speranza che fosse avvenuto un miracolo. Niente.

Dunque, come dargli degna sepoltura?

In passato avevo sempre deriso in cuor mio quegli americani che avevano ideato i cimiteri per cani, gatti e altri animali che in qualche modo erano entrati a far parte della famiglia. Il caro pet.

Americanate!

Liquidavo così la faccenda appresa da qualche servizio televisivo amante delle curiosità e bizzarrie d’oltreoceano. Adesso avrei preferito che qualche buontempone italiano l’avesse avuto questa idea: avrei potuto portare, di tanto in tanto, un fiore sulla tomba di Puchipù, per ringraziarlo dell’affetto e della compagnia che mi aveva elargito in quei due anni.

Dunque, il funerale di Puchipù.

Vediamo se la signora Clotilde, la portiera, è in grado di darmi un’idea.

«Mettetelo in una busta di plastica, professo’. Ci penso io a buttarlo nel cassonetto dell’immondizia, stasera». Bella idea originale! Mi vergogno di dirle che… un posto… dove potergli portare un fiore… insomma, mi vergognai. Però, anche lei. Bella sensibilità! Ci voleva poco a capire il problema. Lo sapeva che lo avevo avuto compagno per due anni, poteva anche immaginare i sentimenti di un vecchio verso chi gli aveva fatto compagnia, pure se si trattava di un cane. Che diamine!

La signora Clotilde, oltre ad essere la praticità fatta persona, aveva non pochi problemi con il condominio e la maggior parte dei condòmini che, in qualche riunione, aveva chiesto all’amministratore sulla possibilità di abolire il portierato, per risparmiare. Per questo e altre ragioni le ballavano, come diceva lei in modo a dir poco pittoresco: mi ballano certi c. per la testa!

Cosa avrei voluto che mi rispondesse: “Guardate professore, stanotte alzo una mattonella nell’androne del palazzo, scavo una buca e ci seppelliamo Puchipù, poi, magari, ci scriviamo sopra anche il nome e ci mettiamo un bel portafiori di ottone, così voi, ogni 2 novembre, ci portate un bel mazzo di rose, bianche naturalmente, perché è un morticino innocente”.

Eh sì, solo ad un vecchio rimbambito come me poteva venire l’idea di rivolgersi alla signora Clotilde.

Chi altri avrebbe potuto darmi una mano a risolvere il problema?

Sul mio stesso pianerottolo, al secondo piano, c’è la famiglia Bertelli a destra, e a sinistra la signora Zotto. Sì, te le raccomando quelle! Avevano fatto quel po’ po’ di cagnara, coalizzate contro di me le due signore, quell’unica volta che avevano trovato sporco di cacca canina sul pianerottolo, quando Puchipù aveva meno di un anno e non aveva ancora imparato a… ad andare al cesso, accidenti a loro!

Le signore Bertelli e Zotto, neppure a parlarne! Con gli altri condomini avevo rapporti ancor meno idilliaci. Per la verità, diciamo che… buongiorno e buonasera e chi si è visto si è visto.

Dunque…

Idea!

Cremazione. Ma sì! È preferibile finanche alla sepoltura. Così non sarei stato costretto ad uscire di casa per portargli un fiore, qualora avessi avuto la possibilità di seppellirlo da qualche parte. Metto le ceneri in una bella urna, la metto qui… no, qui sulla mensola, tolgo i libri. Così posso metterci davanti dei fiori ogni volta che mi va di farlo.

A casa mia non viene mai nessuno, tranne la signora Clotilde due volte alla settimana per le pulizie. Se questa dovesse chiedermi cos’è quell’urna mai vista prima, lì sulla mensola? Sono le ceneri di mio nonno. No, è un soprammobile che ho comprato al mercatino. Mi è piaciuto.

Strani gusti?

Non sono affari tuoi!

Anch’io mi farò cremare, quando sarà il momento. La cremazione mi pare più nobile, meno lugubre e più pulita della sepoltura. Il fuoco purifica. Lo lascerò scritto. A chi? Boh.

L’idea di cremarlo è buona. Ma, come mandarla ad effetto? Io, cremarlo? E dove? Nel forno? Assurdo. La pizzeria alla fine del viale. “Da Michele Pizza a metro”. Michele, dovrei cremare Pichipù, il mio cane. Il tuo forno… qualunque prezzo… Che bestialità!

E allora? Alla cremazione di Puchipù non rinuncio.

Mi feci venire un’altra idea brillante. Telefono ad un’agenzia di pompe funebri.

Il 1288 mi fornisce il numero di quella più vicina alla mia abitazione.

«Qui Agenzia Ultimo Viaggio. Dica».

«Senta. Io avrei bisogno di cremare… Dove..? Qual è il più vicino centro… luogo… località dove funziona un servizio di forno crematorio?»

Temetti che mi rispondesse: Auschwitz.

Ma non avevo pensato che questo tipo di agenzie devono aver rinunciato al senso dell’umorismo in virtù del fatto che trattano con clienti che poco hanno voglia, date le circostanze, di fare dello spirito.

«Lei da dove chiama?»

Diedi il nome del Comune e il mio indirizzo.

«Il più vicino, mi rispose, è a B.»

«Così lontano?»

«Sì. Ma, se vuole, provvediamo a tutto noi. In capo a due giorni lei riceverà l’urna con le ceneri del caro estinto direttamente a casa sua».

«Vede… il fatto è… si tratta di un cane».

Ci fu una pausa. Il becchino doveva essere rimasto sorpreso. Poi:

«Un cane?»

«Già. Proprio un cane, di media taglia. Lei pensa che si possa fare?»

Il becchino si riprese dallo stupore rapidamente. Lo immaginai con sulle labbra un sorriso di commiserazione. E c’è da dire che tentò di riesumare, è il caso di dirlo, la sua vena umoristica, rimasta sepolta chissà in quali reconditi meandri del suo essere per le scarsissime occasione che il suo mestiere gli consentiva di essere spiritoso. .

«Guardi, con un prezzo adeguato, quelli le cremano anche un elefante».

Ed eccoti qua, mio caro Puchipù. Mi sei costato più di un funerale di prima classe. La mia pensione di un mese.

Abbiamo fatto insieme il viaggio fino a B. Sai che non ti ho perso di vista un momento fino a che non sei entrato nel forno, nella tua cassetta di legno che ho fatto fare appositamente da un falegname. Temevo che, se non fossi stato presente a tutta l’operazione, per risparmiare sul gas, ti avrebbero buttato nell’immondizia e poi mi avrebbero consegnato un’urna con le ceneri prese da un caminetto.

Ne sei uscito alcune ore dopo ridotto ad un mucchietto di cenere.

Messo in una normale urna funeraria, ora su questa mensola, adorno di fiori, sei un signor defunto con tutte le carte in regola. E continui in qualche modo a farmi compagnia.

Ma non verrai più la mattina a farmi la sveglia.

Certamente la signora portiera Clotilde mi chiederà:

«Professore, come avete poi risolto con il cane morto?»

Cosa le risponderò?

Questo è un altro problema da affrontare.

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