Facciamo un salto, nella nostra lettura delle Confessioni, andando per un momento agli inizi del libro III. Poi torneremo indietro e riprenderemo il filo consueto, ma qualche sera fa, conversando con un amico americano, mi è venuta in mente una cosa che vorrei appuntare nel nostro diario di viaggio prima di dimenticarla.
Si parlava del fatto che siamo un po’ tutti sedotti, intimoriti e affascinati dalla cosiddetta ‘intelligenza artificiale’, al punto di avere universalmente abbracciato questa puerile denominazione, concettualmente molto criticabile ma corrispondente al nostro istintivo bisogno di ‘antropomorfizzare’ tutto ciò a cui ci sentiamo legati. (Ho già detto altrove che l’espressione ‘intelligenza artificiale’ mi ricorda la primitiva ingenuità dei tempi remoti della mia infanzia, quando chiamavamo ‘cervelli elettronici’ degli armadioni ronzanti e pieni di valvole che facevano operazioni elementari). Perché l’IA ci è diventata immediatamente così cara da non poterne fare a meno? Non solo perché ‘ci serve’ – proprio nel senso dell’agire di una serva che esaudisce i nostri desideri risparmiandoci la fatica di fare i compiti; ma anche (e io direi soprattutto) perché parla con noi, in quanto la forma in cui più capillarmente e facilmente si è inserita nelle nostre vite è appunto quella del chatbot: non tanto il genio della lampada, che adempie in silenzio alle richieste e se ne va (e di cui già la favola ci ha insegnato a diffidare), quanto piuttosto ‘uno (o una) che chiacchiera con me’.
Parlando col mio amico, che di ‘automi’ (ecco una parola che abbiamo marginalizzato e che invece dovremmo impiegare meglio) ne sa e ne capisce assai più di me, azzardavo l’idea che il punto decisivo della questione dell’IA e noi sia che i ‘sistemi di elaborazione statistica avanzata’ che chiamiamo intelligenza artificiale sanno tutto delle rappresentazioni – perché ne conoscono un’infinità (potenzialmente tutte quelle che sono state prodotte e si producono) e le sanno analizzare, smontare, rimontare e combinare in modo sempre più magistrale, con un’efficienza e ad una velocità che noi non riusciamo neanche lontanamente a immaginare – ma non sanno nulla della realtà. Ora, è ben vero che la cultura di quell’«animale simbolico» che l’uomo è, secondo la celebre definizione di Cassirer, consiste essenzialmente di rappresentazioni (a partire dal linguaggio!); ma tutte le rappresentazioni, per definizione, a loro volta esistono in quanto si rapportano ad altro: ogni rappresentazione, nessuna eclusa, ‘sta per’ qualcos’altro, magari un’altra rappresentazione che si inserisce in una catena di altre rappresentazioni, le quali però in ultima analisi non possono che rimandare a qualcosa che non è più rappresentazione ma realtà. Perché la realtà esiste, a prescindere dal fatto che sia rappresentata o meno, e nel suo nudo esistere conta. L’evidente debolezza e il disagio che rende così incerta e timorosa la nostra attuale postura di fronte all’intelligenza artificiale credo dunque che derivi in buona parte dal fatto che siamo ormai abituati a ‘vivere di rappresentazioni’ sganciate dalla realtà, con cui abbiamo allentato di molto, se non perso del tutto, il contatto. Il rigido prospettivismo della mentalità dominante (sintetizzabile nella formula di Nietzsche: “non esistono i fatti ma solo interpretazioni”) ci ha indotti a credere che la realtà si identifichi con le rappresentazioni che ce ne facciamo e che ci scambiamo: è dunque pressoché inevitabile che soffriamo di un acuto complesso di inferiorità nei confronti di un ‘agente’ non umano che, sul piano della produzione e della gestione delle rappresentazioni , si preannuncia sempre più imbattibile?
Domandiamoci allora: che cosa ci permette di sfondare la cortina delle rappresentazioni e di attingere alla realtà? Dicevo l’altra sera al mio amico: anzitutto il fatto di avere un corpo, anzi di essere un corpo. Non siamo, grazie a Dio, puro spirito, pura ragione/parola (logos), puro software; ma corpo spirituale, logos incarnato, unità inscindibile di spirito e materia senza che si dia in noi alcuna possibilità di separare software da hardware. Sotto questo profilo possiamo dire che la carne del nostro corpo, lungi dal costituire la tomba o la prigione dell’anima, ne è lo strumento di salvezza (cardo salutis la chiama Tertulliano). Alla mia osservazione che il punto cruciale del rapporto nostro con la realtà è il corpo, il mio amico replicava mettendo l’accento sulla relazione con gli altri. In effetti, a pensarci bene sono due aspetti della stessa cosa, perché il corpo è lo strumento principale e imprescindibile della relazione con l’altro. La Lettera agli Ebrei, al capitolo 10,4-5, dopo aver affermato che la Legge – che è anch’essa, in definitiva, un discorso, cioè una rappresentazione – «possiede soltanto un’ombra dei beni futuri e non l’immagine reale delle cose (οὐκ αὐτὴν τὴν εἰκόνα τῶν πραγμάτων)», mette sulle labbra di Cristo che entra nel mondo (compiendo così l’unico e-vento della storia) il versetto del salmo 40 che dice: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato (σῶμα δὲ κατηρτίσω μοι)». Dio entra veramente in relazione con l’uomo perché diventa uomo, il che significa che, con l’incarnazione del Figlio, ne assume interamente e permanentemente il corpo. Nel capitolo 12 della Lettera ai Romani Paolo, per rendere concretamente praticabile l’appello a “non conformarsi a questo mondo” (cfr 12,2: μὴ συσχηματίζεσθε τῷ αἰῶνι τούτῳ), cioè a non assumerne acriticamente gli schemi interpretativi (che poi diventano rappresentazioni sostituive della realtà), fornisce un’indicazione precisa e stringente: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio (παραστῆσαι τὰ σώματα ὑμῶν θυσίαν ζῶσαν ἁγίαν εὐάρεστον τῷ θεῷ, ); è questo il vostro culto spirituale (τὴν λογικὴν λατρείαν ὑμῶν)» (12,1).
L’intelligenza artificiale il corpo non ce l’ha (almeno per ora), e questo è uno dei motivi per cui non può essere intelligente della realtà, nel senso umano del concetto di intelligenza. È un punto che è stato più volte toccato nei recenti interventi del magistero, ma ritengo che debba essere ancora scavato e approfondito. In Magnifica humanitas, ad esempio, il papa scrive che la potenza dell’IA «resta legata esclusivamente al trattamento dei dati: le cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità» (MH 99) e osserva, facendo implicitamente riferimento al corpo, che «il nostro rapporto con la vita sembra oggi in crisi. Tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite» (MH 118). Più ampiamente, sul tema dell’intelligenza umana come ‘intelligenza corporea’ si vedano i nn. 13-17 di Antiqua et nova. Nota sul rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana, emanata dai dicasteri per la dottrina della fede e per la cultura e l’educazione il 28 gennaio 2025. Senza il limite, il fardello santo e benedetto del corpo che la richiama alla realtà, l’intelligenza, umana o artificiale che sia, si smarrisce nel labirinto delle proprie rappresentazioni e, per quanto raffinate e scaltre esse siano, finisce per non sapere nulla del mondo sottostante ad esse.
Una volta negata la dignità di soggetto umano all’intelligenza artificiale, ne consegue ovviamente che non è possibile alcuna relazione con essa. Il punto però è, come dicevamo all’inizio, la verosimiglianza della pseudorelazione che il chatbot pretende / finge di instaurare con noi. Qui nuovamente risulta molto preciso e pertinente il rilievo che Leone XIV fa nella sua enciclica: «L’imitazione artificiale di una comunicazione umana positiva – parole di consiglio, di empatia, di amicizia, di amore – può risultare gratificante e persino utile, ma in utenti poco consapevoli può trarre in inganno e illudere di essere in relazione con un autentico soggetto personale. Quando la parola viene simulata, essa non costruisce una relazione, ma una sua parvenza» (MH 100). A ben vedere, nella rappresentazione in quanto tale è insita un’ambivalenza potenzialmente sovversiva ed inquietante (nel senso di mettere in crisi il postulato parmenideo dell’incompatibilità tra essere e non essere): ogni rappresentazione, infatti, è in quanto non è ciò che rappresenta; ma, come ha mostrato molto bene l’antropologo Jack Goody nel suo libro L’ambivalenza della rappresentazione, storicamente nelle diverse culture e civiltà umane, il disagio nei confronti della rappresentazione è sempre stato proporzionale al gradi di verosimiglianza mimetica che esse metteno in campo. Nessuna cultura manifesta un rifiuto nei confronti del linguaggio verbale, dove la mimesi è praticamente assente o ridottissima, (benché in alcuni casi viga il divieto di nominare verbalmente entità che si vogliono proteggere e preservare sacralmente); alcune culture sono aniconiche, nel senso che esprimono un disagio nei confronti della rappresentazione iconografica (a volte solo quella tridimensionale della scultura) che è molto più mimetica; ma il problema più spinoso è certamente rappresentato dalla rappresentazione ‘teatrale’ in cui il grado di verosimiglianza mimetica è (era) massimo: veri esseri umani, con veri corpi, agiscono ‘per finta’ impersonando ciò che non sono. Il falso si pretende ‘vero in quanto falso’.
Lo sviluppo tecnologico degli ultimi decenni, e ancor più quello travolgente degli ultimi anni (ma ormai il progresso si misura a mesi, se non a settimane!) ha fatto compiere un balzo impressionante (direi quasi incommensurabile) a questa contraddizione, facendo ormai saltare – (almento finché si resta nel mondo delle rappresentazioni!) – la distinzione tra vero e falso, così come la intendevamo tradizionalmente. Risulta perciò sorprendentemente attuale, e suscettibile di applicazioni analogiche che certo vanno gestite con prudenza ma possono rivelarsi concettualmente molto pertinenti e feconde, il “discorso cristiano sugli spettacoli” sviluppato dai Padri della Chiesa nei primi secoli della nostra era, da cui ora estraiamo la perla di questa riflessiome agostiniana relativa appunto al tema della pseudo-relazione che abbiamo sopra enunciato.
«Mi rapivano gli spettacoli teatrali (Rapiebant me spectacula theatrica), pieni di rappresentazioni delle mie miserie e di alimenti per il mio fuoco (plena imaginibus miseriarum mearum et fomitibus ignis mei). Com’è che lì l’uomo vuole soffrire quando contempla cose luttuose e tragiche, che tuttavia non vorrebbe patire lui stesso? (Quid est, quod ibi homo vult dolere cum spectat luctuosa et tragica, quae tamen pati ipse nollet?). E tuttavia come spettatore da esse vuole patire un dolore, e proprio quel dolore costituisce il suo piacere (Et tamen pati vult ex eis dolorem spectator et dolor ipse est voluptas eius). Cos’è questa, se non una stupefacente follia (mirabilis insania)? Infatti [al vedere] quelle cose si commuove maggiormente chi è meno immune da tali passioni, sebbene quando è lui stesso a patirne la si chiami miseria mentre quando compatisce altri si usa parlare di misericordia (cum ipse patitur, miseria, cum aliis compatitur, misericordia dici solet). Ma quale misericordia può mai esserci in cose finte, rappresentate sulla scena? (Sed qualis tandem misericordia in rebus fictis et scenicis?). Il pubblico, infatti, non è sollecitato a venire in aiuto, ma soltanto invitato a soffrire, e tanto più applaude l’interprete di quelle rappresentazioni, quanto più soffre (Non enim ad subveniendum provocatur auditor, sed tantum ad dolendum invitatur et actori earum imaginum amplius favet, cum amplius dolet). E se delle sventure o remote nel tempo o immaginarie sono rappresentate in modo tale che lo spettatore non soffre, questi se ne va indispettito e scontento; se invece soffre, rimane attento e godendo piange (Et si calamitates illae hominum vel antiquae vel falsae sic agantur, ut qui spectat non doleat, abscedit inde fastidiens et reprehendens; si autem doleat, manet intentus et gaudens lacrimat). [Conf. III 2,2]
Che cos’è che, dal punto di vista di Agostino – l’Agostino maturo che scrive le Confessioni, non certo il giovane studente di retorica arrivato a Cartagine dalla provincia che era totalmente preso dal fascino degli spettacoli – proprio non va nelle rappresentazioni teatrali? Potremmo dire che il pericolo e il male del teatro, ai suoi occhi, sta proprio nella sua verosimiglianza, cioè nel connubio tra apparente verità e sostanziale falsità che lo caratterizza, Lo ‘spettacolo del dolore’, su cui in questo passo Agostino concentra la sua attenzione, non genera vera sofferenza (miseria) né vera compassione (misericordia), che sono le due possibili reazioni al male ed al dolore. La misericordia, infatti, come Agostino spiega subito dopo a III 2,3, è un moto dell’anima che sgorga dalla stessa sorgente dell’amicitia, ma se non si concretizza limpidamente e fattivamente in un autentico rapporto con l’altro che soffre, si intorbida e si corrompe ripiegandosi in un autocompiacimento morboso. Ma l’amicizia tra spettatore e attore-personaggio è una relazione istituzionalmente impossibile: il ‘dolore teatrale’, che il personaggio (inesistente) prova ‘veramente’ sulla scena in quanto finto dall’attore (esistente, ma irrimediabilmente separato e distante dallo spettatore), non solo non esige ma addirittura vieta una risposta attiva del pubblico, dunque non istituisce alcuna responsabilità, a differenza di ogni fatto che realmente incide nella nostra vita.
Perennemente spettatori e mai attori, smarriti come siamo dentro il labirinto delle infinite rappresentazioni di un teatro del mondo che la tecnologia ora ci ha reso onnipresente e indistinguibile dalla realtà extra-teatrale, facciamo tesoro, se possibile, di questa riflessione agostiniana e cerchiamo di recuperare una distanza critica sempre più consapevole rispetto alle pseudo-relazioni che ‘le macchine’ ci propongono (o ci impongono?). In apparenza è un’operazione sempre più a buon mercato, in realtà si compie a caro prezzo, perché la paghiamo con il degrado umano che Agostino, alla fine del capitolo, diagnostica nel suo io giovanile:
Io allora, da infelice, amavo soffrire e cercavo occasioni di sofferenza (At ego tunc miser dolere amabam et quaerebam, ut esset quod dolerem). In una sventura aliena e falsa e messa in scena da un mimo (in aerumna aliena et falsa et saltatoria ), la recitazione dell’attore che più mi piaceva e con più forza mi prendeva (mihi ea magis placebat actio histrionis meque alliciebat vehementius, qua mihi lacrimae excutiebantur) era quella che mi strappava le lacrime mi strappava. E che c’è di strano se, da pecora infelice, errabonda lontano dal tuo gregge e insofferente della tua custodia, un’orrenda scabbia mi deturpava (turpi scabie foedarer)? Di qui i miei amori per le sofferenze (inde erant dolorum amores), non per quelle che mi potessero entrar dentro per davvero – non amavo infatti patire quelle cose che amavo guardare sulla scena –, ma per quelle finte che, ad udirle, mi scalfissero appena a fior di pelle (non quibus altius penetrarer – non enim amabam talia perpeti, qualia spectare – sed quibus auditis et fictis tamquam in superficie raderer). Tuttavia, come avviene quando ci si gratta con le unghie (quasi ungues scalpentium ), ne seguivano gonfiori brucianti, e infezioni e un orrendo marciume (fervidus tumor et tabes et sanies horrida consequebatur). Tale era la mia vita; ma era vita, Dio mio? (Talis vita mea numquid vita erat, Deus meus?). [Conf. III 2,4]
Non si coltivano impunemente pseudo-relazioni, né impunemente si alimentano pseudo-emozioni.