Giornata di 💩

C’è una strana, perversa forma di libertà nel concedersi il lusso di una giornata di merda. Non una di quelle subite per colpa del destino, del traffico o del maltempo, ma una di quelle giornata che ti sei fabbricata da sola, pezzo dopo pezzo, con scelte discutibili, parole di troppo o semplicemente lasciandoti andare al peggio di te.
E poi arriva il giorno dopo.
Quel risveglio pesante, in cui la coscienza ti si siede sul petto e il senso di colpa ti spalanca gli occhi. Vorresti che il pavimento si aprisse, vorresti sprofondare nella terra pur di sfuggire al peso di quell’imbarazzo bruciante. Te ne stai lì, nel buio della tua stanza, a riavvolgere il nastro degli eventi, con un solo pensiero fisso a martellarti in testa: sono una scema. Una consapevolezza amara, quasi ridicola, ma dolorosamente lucida.
Eppure, proprio mentre affoghi in quel pantano di vergogna, succede qualcosa. L’imbarazzo, lenta e inesorabilmente, comincia a sgonfiarsi. Capisci che, per quanto ridicola o sbagliata sia stata la scena, non hai fatto del male a nessuno. Le cose accadono. La vita sbanda, esce dai binari della perfezione e si schianta contro la realtà.
Ed è lì che ti rialzi. Ti scuoti di dosso la polvere di quell’incidente di percorso e, quasi senza volerlo, abbozzi un sorriso. Un sorriso storto, forse ancora un po’ tirato, ma spaventosamente umano.
Perché alla fine anche quello strappo, quella nota stonata, quel momento che vorresti cancellare dalla memoria di tutti i presenti, appartiene a te. È un frammento della tua esistenza: imbarazzante, imperfetto, ma pulsante di vita vera. Non sei un robot programmato per non sbagliare mai, né una comparsa in cerca di approvazione.
Quel momento c’è stato, ti ha travolto, ti ha fatto fare una figura ridicola. E allora?
Tu sei molto più di quel singolo istante. Tu sei l’imbarazzo di ieri, la risata di oggi e la forza con cui domani farai un altro passo. Tu sei così: meravigliosamente, unicamente imperfetta.

Una, che sia una, GIUSTA

Non riesco mai a fare qualcosa che abbia un senso logico…

Combino un guaio dietro l altro…

Cerco di farne una giusta, e ne sbaglio almeno 10 dopo

Chissà se mai sarò in grado di diventare grande davvero e smettere di fare caZzate da adolescente!

Borderline…

La notte ci conosce per nome.
Sa come ci muoviamo quando nessuno guarda:
le mani che tremano, il cuore che corre,
la pelle che ricorda troppo,
la mente che si spinge sempre un passo oltre il limite.

C’è un punto, dentro chi sente così forte,
in cui il dolore non è più solo dolore:
diventa linguaggio,
diventa richiamo,
diventa un modo disperato di dire
“non lasciarmi sola nel mio silenzio”.

Le relazioni che viviamo sono tempeste:
abbracci che bruciano, parole che graffiano,
promesse che sembrano salvezza e poi diventano abissi.


Ci innamoriamo come si cade da un’altezza:
tutto insieme, senza rete,
con la certezza che l’impatto farà male
ma con la speranza che qualcuno ci tenga stretti prima di toccare terra.

E quando nessuno arriva,
quando il vuoto si spalanca,
la notte ci trova così:
a cercare un modo per respirare,
a cercare un confine che non crolli,
a cercare un gesto che non ferisca più di quanto già ferisce dentro.

Ma c’è una verità che la notte custodisce
come una fiamma piccola e ostinata:
non siamo fatti per distruggerci,
siamo fatti per sentire.


E sentire, a volte, è un dono che pesa come una pietra.

Il dolore dell’anima non è una condanna.


È un animale selvatico che chiede cura,
che chiede voce, che chiede un luogo dove non debba graffiare per essere ascoltato.

E allora, in questa notte,
ti dico una cosa che forse nessuno ti ha detto abbastanza:
non sei sbagliata.


Non sei eccessiva.


Non sei troppo.

Sei una creatura che ama con tutto il corpo,
che vive con tutto il cuore,
che sente con tutta l’anima.


E questo, anche quando fa male,
è una forma rara di bellezza

Le DAT come gesto di luna

Ci sono scelte che non parlano della fine, ma della fedeltà a sé stessi. Le disposizioni anticipate di trattamento appartengono a questa famiglia silenziosa: sono un modo per lasciare un segno di luce nella stanza più buia, non per evocarla, ma per rassicurarla.

Le DAT sono una lanterna che si accende prima, quando la vita è piena, quando la voce è forte, quando si può dire con calma ciò che si desidera e ciò che non si desidera.

Non sono un presagio. Sono un atto di ordine, di dignità, di cura. Un gesto che dice: “Se un giorno non potrò parlare, voglio che la mia voce resti intera.”

In fondo, è semplice: si scrive ciò che ci fa sentire rispettati, si indica chi può custodire la nostra volontà, si evita che il peso delle decisioni cada all’improvviso su chi ci ama.

È come preparare una valigia che forse non useremo mai, ma che ci fa respirare meglio. Come lasciare un biglietto sul comodino: “Non temete. Ho già scelto la mia direzione.”

Le DAT non parlano della morte. Parlano della libertà. Della consapevolezza. Di quella forma di tenerezza che si rivolge al futuro senza tremare.

Sono una promessa fatta a sé stessi: restare fedeli, anche quando la notte è più profonda.

BPCO

La BPCO è una delle malattie terribili.

Non perché uccida all’improvviso, ma perché toglie il gesto più semplice del mondo: il respiro.

La mancanza di respiro è terrificante: arriva come un’ombra che si siede sul petto, stringe, rallenta, ti costringe a ricordare che l’aria non è un diritto, ma una conquista.

La fame d’aria è massacrante: non è solo un sintomo, è un assedio.

Il corpo chiede ossigeno come un naufrago chiede la riva, e ogni inspirazione diventa una lotta, un atto di volontà, un patto con la notte.

La BPCO non perdona la distrazione: ti vuole vigile, costante, disciplinato.

Ti chiede farmaci, esercizi, attenzione, ti chiede di ascoltare ogni piccolo segnale, come si ascolta un animale ferito che vive dentro il torace.

Eppure, anche in questa malattia che sembra una morsa, ci sono giorni in cui il respiro torna più largo, più docile, più umano.

Giorni in cui la vita non è solo sopravvivenza, ma una forma di resistenza luminosa.

La BPCO è terribile, sì.

Ma chi la affronta porta dentro di sé una forza che non si vede, una tenacia che non fa rumore, una piccola rivoluzione quotidiana: continuare a respirare, anche quando l’aria sembra un deserto.