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NOTTI DI LUGLIO

Cos’altro posso dire di te, donna di Dio

piccoli fianchi colore del viburno?

Io ti venivo dietro che andavi per cortili

la maglia sulla testa a cacciare via le vespe.

I piedi senza tema di spine; ed ero un bimbo

che vede dietro i vetri un balocco

un dolce, un cane; e tende dolcemente

la mano per toccare, conoscerne la fonte.

La gioia pura d’essere al mondo. Dimmi cosa

cos’altro posso dire di te? Son solo un uomo

una piccola pagliuzza nel forno della trebbia.

Ho ben vissuto a lungo di gioie e di dolori

che adesso le mie ossa son alberi infiacchiti.

Così, sdraiato al prato alle porte della casa

guardo l’immensità delle stelle più lontane

la loro luminosa poesia dei giorni tristi.

Le immagino dei pani di burro, e di assaggiarle.

CRETA

Immerso in terre bianche dove colore è il vento

mi ubriacavo in storia e leggende, d’acqua verde

e luce come pietra alabastro. E pesci d’oro

stenelle a pelo d’acqua invidiose del volare.

Ma è quando poi calava la sera che stupivo

perché tra il mare tutto tranquillo e la finestra

sostavi tu col pettine d’osso; tu e i tuoi fianchi

la viola del pensiero scolpita sul sedere

la schiena tra innevato e boscaglia. Poi

fermata, lasciavi che la mano del cielo

ti cercasse, spostandoti i capelli tra scapole

e la spina. Bagnati per la semina d’acqua

di poc’anzi, di là, mentre cantavi qualcosa

che ho scordato.

PICCOLO MONDO

Per i gradini sbeccati di una chiesa

i viali fatti d’alberi e ombra, e gli orifizi

celati nei portoni di cento e più palazzi.

Fu lì che conoscemmo le rose nei capelli

i nomi dati in guerra alle madri ancora vive.

Fu lì che ci sposammo e crescemmo figli

e cuore, tenendo tra le mani le spume della sera

quell’umido d’autunno che avremmo poi pagato.

Ed eravamo libri da scrivere, innocenti

parole che vedevano lungo: torri e mare

noi abituati al sonno dei treni sui binari.

Adesso, quando tira del vento, risuoniamo.

Svuotati un po’ dell’acqua d’un tempo

ci aggrappiamo, al nudo d’un cancello

all’arbusto di una siepe; più bianchi della neve

che mangiavamo, ingenui, credendola

farina per poveri dal cielo.

CORPO D’ACQUA

Prima di te veniva l’acqua, la scia

l’increspatura. Semplicemente tu

a far furore sui pedali, scappata da una casa

d’estate a farti nuda, per me che avevo

il cuore di terra e niente in tasca.

Venivano i capelli, ma solo tempo dopo

portavano nei nodi semenza e polpa in fichi

le foglie pur strappate allo scendere di balzo.

Venivano le gambe, e Creta, Filicudi.

L’odore di salmastro di Taranto e i mercati.

Venivano le mani affilate e luminose

mosaici di ceramica con pesci blu e turchese.

Venivano le labbra come due sanguinelle

e ancora dopo l’acqua, la scia, l’increspatura.

MADRE DI DIO

Quasi ne sento l’odore, e il suo colore

è come melagrana sul tavolo di cena.

Così sottile la pelle, madre mia

così ora priva di muscolo, e ossatura

tale quei pesci che in trasparenza vanno

a farsi remigare da deboli correnti;

che il cuore vedo spandere e flettere, placarsi.

Sulle caviglie ramifica il sambuco

e l’edera dei passi non lascia foglie morte

ma un suono di carretti, di quelli da mercato

il peso che crudele li curva e a volte storpia

e dopo in qualche debole ombra li abbandona.

Come le mele sei vizza ora in vecchiaia

se spremo le tue polpe non lacrima ne viene

ma scie di delicate dolcezze, mai scordate.

MUSICA D’ACQUA

Dove il tuo corpo felice scintillava

mettevo lingua e intelletto; ne ho ben donde

nessuna colpa m’infliggo, l’adoravo.

Sentirne anche l’odore di piazza la mattina

di pietra esposta al sole, lucertole le mani.

Non indugiavo che un attimo, poi acqua

venivo su di te come ai fuochi dei soldati

e il fumo delle sante illusioni si spandeva

in nuvole alabastro, insetti sui lampioni.

Io nel tuo corpo trovavo il fatto umano

la storia delle semine, i venti, anche gli agguati

con l’anima dei grandi animali, il loro peso.

Ma il tocco pur gentile di quelle cavolaie

che sopra il tarassaco si posano un istante

come se prender fiato a lor fosse naturale.

Così tenevo corto il respiro, alcun rumore

soltanto il ventre tuo come il nascere del mondo.

LUNA DI GIUGNO

Auguro lunga poesia ai miei solitari

a queste mie ginocchia ferrate;

anche al mio sesso, che batte dei minuti

sequenze benedette. Auguro il meglio

agli amanti, che sia forte, il cuore

allo spettacolo nudo. Auguro vita

alla bell’erba che mai non smette il tiro:

colore fuciliere sui piedi delle rose.

Auguro tutta la pace ai camposanti

ai vivi sotto piogge di piombo, a quegli infanti

trafitti, trapassati, dai tanti Erode nuovi.

Auguro cieli sereni al pescatore, a Ulisse

e la sua sete di mare; auguro il sonno

delle più vaste ed antiche mie pianure

a te, che fosti sposa novella, e poi tormenta

alle tue natiche d’aria, al corpo sfatto.

Auguro pace e consiglio al padre mio

alle sue terre da poco, al suo bagaglio

fatto di vanghe, rastrelli, e di tabacco.

Auguro mente e buon’occhi a te, mia madre

che ti sia lunga la vita come il pasto

che lento ti consuma mentre indovini in bocca

quello da dire o tacere. Auguro ancora

a questa mia bellezza matura d’osservarti

e di cullarti il sonno con carità e dolcezza

prendendo dalla sera le ombre, i suoi contorni

i piccoli timori mai spenti, e infine il nome.

GIOCHI D’ACQUA

M’urta non poco il clamore delle gazze

voglio ascoltare le voci dai fossati, le risa

di chi ha gambe ora nude e le canzona.

Voglio sentire l’incudine di vita, quell’eco

della pelle più giovane arrembare;

voglio m’arrivi fragranza in pere e more

così come la sera il balordo gelsomino.

Tacete, ve ne prego, voi macchine, voi lutti

tacete le campane ed i vetri; solo il vento

si faccia portalettere, ora, e venga a dirmi

che dodici fanciulle scapigliano nel sole

che bevono là il frutto dei seni, e come pomi

maturano alla piana dove io amai gli aironi

i campi gonfi in pioggia, con dentro un altro cielo.

QUI E ORA

Poiché ho toccato a lungo coi piedi

l’acqua mare, posso comprendere

i pesci andare a banchi, per divisone

di gioia, di piacere; per quella intraprendenza

inguaribile dell’acqua, che pitta il dorso

argento alle sarde in arenile.

Poiché ho toccato il vuoto col dito, l’aria

e il cielo, posso comprendere gli alberi

le foglie, la lenta e consapevole lor resa

alle stagioni, la brina alla corteccia

il timore dell’arsura. Posso sentire

il grido, mia madre partorire, il lume

dell’inizio, il cerchio del Dio sole, la mela

del proibito sfidare scienza e fede, poiché

l’amore è il vero miracolo, qui, e ora.

Non un istante in rammarico, o tristezza:

quando lavavo il tuo corpo ero un signore

l’aratro fatto in seta alla terra benedetta.

Le tue ferite fonde eran solchi per i semi

le tue incertezze ai polsi gli uccelli scesi a bere.

Quando lavavo il tuo corpo ti scoprivo

ed era come fare l’amore a sole mani

venute come labbra di salvia, o gelsomino.

Venute come rossi papaveri nel grano

nel campo delle tue nudità, disfatte e pie.

Quando lavavo il tuo corpo, risorgevi

la donna imprigionata spaccava il suo sepolcro

la rondine dei seni faceva in me il suo nido.

Il sesso tuo era l’Africa australe, il Borneo

Cuba; ed io il navigatore che predica il suo mito

il tuo governatore della piroga in fiore

perché mi sorridevi, ed arrossivi, ancora.

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