Il primo ti amo l’ho detto che non ci credevo, l’ho detto perché dovevo, l’ho detto per farmelo dire, come merce di scambio, per mettere l’altro sotto pressione e infatti il primo ti amo cadde nel vuoto, ci fu un lungo fiuuuuuu e nessuna esplosione, è ancora lì che affonda in un altro spazio-tempo, in un’altra dimensione.
Da ragazza ho preso un ti amo, volevo che apparisse perfetto, che la gente sapesse, che a guardarlo da ogni lato splendesse, l’ho lucidato così tanto che lo smalto ha perso uno strato. Lui l’ha buttato.
Da giovane ho preso un ti amo, cinque lettere, le dita di una mano, l’ho riempito di sottintesi e intenzioni, ho sferrato un ti amo in un pugno. Lui, non “ti amo” ma “andiamo” ha capito e se ne è andato, da solo, stordito.
Quando da adulta un altro mi ha detto ti amo, il suo ti amo significava sesso al risveglio, forse un cane, un cucciolo, un film di spara spara, una passeggiata al sole, mangiare bene, sedersi con gli amici e io nei paraggi, lontani e insieme, stare tranquillo, il mondo che tace, poche chiacchiere, niente tragedie, mi diceva ti amo come una richiesta di pace.
Il mio ti amo significava resa, un carrello pieno di cose buone e sane quando fai la spesa, cercarsi di notte, una vasca da bagno, un libro di cui parlare, un giro in auto, il vento, far l’amore e ridere come cretini, rubarsi i cuscini. Quando alla fine ci restituimmo i ti amo, la conta non fu complicata, significavano da sempre due cose diverse, ognuno riprese la sua manciata.
Oggi noi, noi ci diciamo ti amo come una constatazione, come si indica il mare, le onde, le viole, un ti amo che non vuole dire e non prova a sentire, un ti amo come una pianta che hai messo a dimora, un ti amo radice del mondo, un ti amo che ci àncora, ancora.