STORIA DEI MIEI TI AMO.

Il primo ti amo l’ho detto che non ci credevo, l’ho detto perché dovevo, l’ho detto per farmelo dire, come merce di scambio, per mettere l’altro sotto pressione e infatti il primo ti amo cadde nel vuoto, ci fu un lungo fiuuuuuu e nessuna esplosione, è ancora lì che affonda in un altro spazio-tempo, in un’altra dimensione.

Da ragazza ho preso un ti amo, volevo che apparisse perfetto, che la gente sapesse, che a guardarlo da ogni lato splendesse, l’ho lucidato così tanto che lo smalto ha perso uno strato. Lui l’ha buttato.

Da giovane ho preso un ti amo, cinque lettere, le dita di una mano, l’ho riempito di sottintesi e intenzioni, ho sferrato un ti amo in un pugno. Lui, non “ti amo” ma “andiamo” ha capito e se ne è andato, da solo, stordito.

Quando da adulta un altro mi ha detto ti amo, il suo ti amo significava sesso al risveglio, forse un cane, un cucciolo, un film di spara spara, una passeggiata al sole, mangiare bene, sedersi con gli amici e io nei paraggi, lontani e insieme, stare tranquillo, il mondo che tace, poche chiacchiere, niente tragedie, mi diceva ti amo come una richiesta di pace.

Il mio ti amo significava resa, un carrello pieno di cose buone e sane quando fai la spesa, cercarsi di notte, una vasca da bagno, un libro di cui parlare, un giro in auto, il vento, far l’amore e ridere come cretini, rubarsi i cuscini. Quando alla fine ci restituimmo i ti amo, la conta non fu complicata, significavano da sempre due cose diverse, ognuno riprese la sua manciata.

Oggi noi, noi ci diciamo ti amo come una constatazione, come si indica il mare, le onde, le viole, un ti amo che non vuole dire e non prova a sentire, un ti amo come una pianta che hai messo a dimora, un ti amo radice del mondo, un ti amo che ci àncora, ancora.

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La scatola nera.

Andavano avanti da tempo col pilota automatico, lui era bravo a ignorare i segnali, uno struzzo acrobatico, lei era brava a mentire su cosa sentisse, tirando le somme tradiva sé stessa più di quanto lui la tradisse.

Erano la brutta copia di tante altre coppie distrutte, nella trama banale del vivere, le fini si assomigliano tutte. Così tristi da non sapere più niente, perché l’incuria intontisce, come la mancanza di ossigeno, annebbia la mente. Non c’era una rotta, perdevano quota, lei si riempiva di rabbie, più ne stipava nel cuore più si sentiva vuota.

Non credo volessero farsi del male, tra tanti modi di dirsi addio il peggiore è restare, speravano solo che il male finisse, per tornare alla vita si passa talvolta per l’apocalisse.

Fu un addio supersonico, un incidente atomico, due solitudini in rotta di collisione, kamikaze che si fanno saltare per aria dalla delusione. Tutto precipitò all’improvviso, perso il controllo erano entrambi impauriti, ovunque volavano libri, ricordi comuni, foto, vestiti, volavano lettere scritte e mai ricevute, ebbero all’ultimo la forza del lancio con il paracadute.

Naufragata in un’isola nessuno rispose ai suoi esse o esse, lei scoprì che sapeva restare da sola più di quanto credesse. Reimparò a occuparsi di sé, a procurarsi del cibo, a non temere il silenzio, a piacersi anche nuda, ad affrontare la notte, a rimettere in sesto cuore e ossa rotte, a scordare ci vuole forza e pazienza, è un dolore sordo, così breve è l’amore, così lungo il ricordo.

Ci volle il suo tempo, la rabbia scomparve e con lei anche il vuoto, prese coraggio e ripartì verso terra, fu una traversata lunghissima, verso l’ignoto.

Raggiunta la riva si sdraiò stremata di schiena a riprendere fiato, ascoltava il richiamo del mondo, le voci dei bimbi, finché aprì gli occhi e lo vide: un aereo che nel cielo tendeva il suo arco. Alzò il braccio, lo seguì con le dita, poi sorrise, sfinita.

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L’ora di ginnastica.

Esercizio di umiltà.

Ripetere io io io fino a ragliare

camminare e ancora camminare

sudare via lo snobismo

diluire l’ego

riempire la vasca

fare un bagno di realismo.

Esercizio di presenza.

Unire i piedi

incrociare le mani

tronco dritto

piantare radici

se c’è troppo sole o pioggia

dare riparo agli amici.

Esercizio di verità.

Prendersi la pancia a due mani

creare due grandi labbra di ciccia

lasciarla parlare.

Esercizio di autocontrollo.

Per le spalle.

Alzare e abbassare

alzare e abbassare

alzare e abbassare

per dire senza dire

che me ne può importare.

Esercitare l’ascendente.

A coppie

afferrare le mani dell’altro e tirare

fare stretching insieme

mai forzare.

Esercitare il diritto.

Prendere un bilanciere

a due pesi

alzare anche il dovere.

Esercizio di pazienza.

Sei set ott

fino a dieci

poi perdere il conto

sei sett ott

ricominciare

non arrivare mai in fondo.

Esercizio di potere.

lavorare di precisione

non forzare

se l’avversario batte tre volte la mano a terra

lasciare andare.

Esercizio di resistenza.

Appendersi a un principio

o a una speranza finché tiene

contare

quando il tempo è finito cadere

bene.

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Tra poco saprò tutto?

Tra poco saprò tutto?

Mi hai chiesto prima di andare.

Tra poco tutto saprai.

Saprai le capitali di ogni paese, l’atlante a menadito, le bandiere, colori, linee e frontiere. Saprai le soluzioni delle parole crociate, le potrai fare direttamente a penna, anche quelle crittografate. Saprai come smacchiare i vestiti, fare le torte, le trecce alte alle bambine, quando fermarti perché la lite abbia fine, saprai come abbinare le fantasie e i colori, i nomi in latino di piante, stelle e fiori. Saprai che ti ho mentito per non andare a scuola, saprai tutte le volte che ho scaldato il termometro e ho finto di avere mal di gola, saprai il testo di un’intera canzone, saprai… perché ti faceva arrabbiare non sapere, in fondo eri una maestra, ti pagavano per avere ragione.

Saprai se sei stata tradita e da chi, saprai le volte che hai detto no, ma sarebbe stato meglio sì. Saprai che tutto si infinisce, nulla si distrugge e che vince chi resta e perde chi fugge.

Saprai la dialettica hegeliana dell’amore, quella che regola i rapporti figlia genitore, che è prima tesi, quando ci si conosce, poi antitesi da adolescenti e sintesi in età matura, saprai che ci si stringe, ci si spinge, si fa pace e che è vero, con calma si trova la misura. Saprai che ciò che ci allontana è spesso ciò che ci lega, se non capisci una persona il tempo te la spiega. Tra poco saprai tutto, ma soprattutto in tutto sarai.

E tra poco cosa saprò io?

Ti ho chiesto prima che andassi.

Saprai guardare le cose belle due volte, una la terrai per te e l’altra la porterai a me.

Sarà il tuo fiore sulla mia tomba, saprò che è il bacio della mia bimba. 

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Troppo pigra per essere figa.

Il fatto di non essere stata mai indiscutibilmente bella mi dà un vantaggio competitivo sull’invecchiamento. C’è meno roba da rovinare. Mi stiro le rughe? A che pro? Per tornare a una situazione, diciamoci la verità, non ottimale, non vale la pena. L’intervento estetico è per gli ottimisti.

Ho sempre pensato al mio aspetto come uno stallo alla messicana di difetti, un jenga estetico, in pratica sono precariamente in equilibrio, sul chi va là, ma in qualche modo va. Il naso è quel naso lì, rotto, che mi fa sembrare strabica perché bisogna scegliere se guardare dove puntano gli occhi o dove punta la pinna. Perché non ti rifai? Perché non saprei dove iniziare e soprattutto dove finire.

Se parto dal naso poi resta il mento, se vado di mento, le labbra si sentono trascurate, se gonfio le labbra le tette mi si indispettiscono e così un domino fino ai piedi. Sono troppo pigra per essere figa. Però pensa a quanta energia ho risparmiato… metti le sopracciglia, assottiglia le sopracciglia, fai le ali di rondine, una rondine non fa bona vera, volano le rondini, tatuati le sopracciglia. Metti i ricci, togli i ricci, fai la permanente, fai la cheratina, fai crescere le unghie, addobba le unghie, taglia le unghie, fai un villaggio lillipuzziano sulle unghie.

Ma passiamo alle scelte di abbigliamento punitive. Abbiamo indossato i jeggins, ma che mente perversa può inventare i jeggins? Jeans dopati di elastene, jeans che hanno fatto yoga, degli ibridi mal riusciti, i cachi mela della moda. Quando eravamo ragazze non esisteva l’elastene, i jeans erano un blocco unico cementificato a ogni lavaggio nella lavatrice-betoniera. Una volta puliti dovevi issartici dentro da sdraiata trattenendo il respiro e poi sfondarli a forza di piegamenti, buttando fuori tutta l’aria e gonfiandoti come un otre fino a farti saltare qualche capillare, gli squat li abbiamo inventati noi.

Io ho anche ceduto agli skinny, per due anni sono andata in giro vestita come un cotton fioc o come Lupin terzo. Agli uomini è andata peggio, loro avevano i risvoltini con caviglia paonazza gotta style e un problema circolatorio appena pre-necrosi compreso nel prezzo.

Ora invece ci sono i barrel, calzoni per il ginocchio varo, che in effetti è l’unica cosa che ti mancava… quindi aggiungi anche il traforo del Frejus tra gamba e gamba e cavalca verso il tramonto della tua dignità.

Mia figlia mi ha recentemente illuminato sull’esistenza dei jeans mom, che sono jeans mom solo se la mom è Brenda Walsh, danno quell’allure primi anni Novanta ma non donano a nessuno perché ti fanno la panza a puff.

Effetto sferico Beverly Hills 90 – 210 – 90.

I Jeans a vita alta, quelli sì mi piacevano, ma erano amletici, ti ponevano di fronte alla consapevolezza che la moda è spietata: la vita alta il culo ti asfalta. Non si può avere tutto.

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Decalogo (più uno) di cose inutili comprese in ritardo:



1. Se ti fermi al colore ti perdi lo sguardo

2. Diffida di chi, di carezze, ti assale
ti rimpinza d’amore chi ti vuole mangiare

3. Ci servono i fiori, un mazzetto di viole
per dire a chi piange che la pioggia ci vuole

4. Non esiste un giudizio che non faccia una piega
se non capisci qualcuno, il tempo lo spiega

5. Sei la sola a evitare che il mondo ti illuda
non covare una pietra sperando che schiuda

6. Avrai sempre risposte perfette

per domande mai state fatte

7.  La coscienza pulita è di chi ha scarsa memoria
lascia stare la cronaca, vai a studiare la Storia

8. Una cornetta da sbattere a fine chiamata

mancherà ogni volta quando sei arrabbiata

9. Invecchiare è una beffa perché a ben vedere
si perdono cose che ignoravi di avere


10. Funziona al contrario con ciò che proviamo:

abbiamo soltanto l’amore che diamo

11. QB è un’assurda unità di misura
quanto basta non basta, puoi starne sicura,
con un misurino non ci fai proprio niente
e parlo di shampoo, balsamo, baci,

dell’anima il miglior detergente.

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LA LISTA.

Colonna sinistra.

1.
Ti arrabbi e stringi la moka col massimo sforzo
(piuttosto che chiederti aiuto ad aprirla
mi converto a quello schifo di orzo)

2.
Mi rifili pile di «Dormi, ne parliamo domani»
(i litigi notturni che insceno da sola
fanno invidia ai titani)

3.
Sbuffi un «non so, non ricordo»
se ti chiedo delle storie passate

4.
«Ci completiamo»
è roba da amate parole crociate

5.
Sbucci la frutta
che ho appena lavato

6.
Se mi lamento degli altri,
del diavolo tu fai l’avvocato

7.
La tua insonnia
russa di brutto

8.
Se perdi qualcosa,
è colpa mia che lo butto

9.
Non ti inventi mai scuse
ma nemmeno le porgi

10.
Sai essere il più duro dei muri
e non te ne accorgi.

Colonna destra.

1.
Mi guardi
e la cosa rannicchiata in fondo a me stessa
si alza in punta di piedi a baciarti

2.
Quando stai coi bambini sei lì,
concentrato,
e non c’è niente a distrarti

3.
Il tuo modo di amare
è venire al binario,
all’arrivo in stazione

4.
Discutiamo di tutto e di tutti,
non siamo mai in discussione

5.
A volte hai un’ombra negli occhi,
un mistero che non riconosco
(avrei perso tutta la favola
non fossi entrata nel bosco)

6.
Mi chiami mia moglie
anche senza sposarci

7.
Ci teniamo presenti
anche senza pensarci

8.
Pronunci il mio nome
come fosse un segreto

9.
Il tuo silenzio è la voce
di un altro alfabeto

10.
Mi hai messo l’anima in pace,
dico quella gemella
la tua è diversa, ardente, preziosa
anima mia, sentinella

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Sabato di shopping con figlia tredicenne.

Entrate nella catena di fast fashion che tua madre chiamava Beriscia.

C’è una musica fortissima che copre la puzza di sudore e di poliestere, i commessi si spostano da una parte all’altra del negozio, indaffarati, stropicciano ulteriormente cose già stropicciate, l’importante è non girarsi quando vengono chiamati o si trasformeranno in statue di rayon. Ne blocchi uno per chiedere una taglia, quale taglia? Io sono qui per il rave. In effetti all’ingresso avevi notato un buttafuori con un auricolare, è lì per verificare che nessuno esca con l’antitaccheggio. Gli antitaccheggio hanno infatti più valore dei vestiti. Lui è buttafuori e anche antifurto, l’energia elettrostatica è a un livello tale che quando becca qualcuno rubare si infila una lampadina in bocca e lampeggia per lanciare l’allarme.

Tua figlia ti vuole costringere a comprare una pelliccia. C’è l’imbarazzo della scelta, ma soprattutto c’è l’imbarazzo. Hanno scuoiato tutti i feticci della tua infanzia: Uan, Four e anche Bear nella grande casa blu. Che poi è inutile che tu faccia tanto la superiore, tua zia Daniela un Natale dei primi Novanta arrivò indossando la famosa pelliccia della Mongolia, un agglomerato riccio color champagne in peli pubici di Enzo Paolo Turchi, una roba schifosa da dire quasi quanto da vedere. Dici a tua figlia che apprezzi il tentativo di coinvolgerti, ma no, non farai il cosplay dell’Orso di Revenant.

Andiamo da Humana, mamma? Dai, ok. Entrando una sensazione fortissima di déjà vu ti coglie, “ancora tu? ma non dovevamo vederci più?” dici a una gonna scozzese con lo spillone per l’harakiri. D’altronde il vero highlander della moda, non poteva che essere un kilt.

Più ti sposti tra gli stendini e più capisci che sei al centro di un complotto internazionale. Dieci anni fa abbiamo letto tutte il magico potere del riordino della Kondo, abbiamo dato via tutti i vestiti e dopo un anno è esplosa la moda del second hand. Ti pare evidente: ci stiamo ricomprando le cose che abbiamo buttato, è il magico potere del ricompro.

Fantozziano a dir poco, infatti in vetrina c’è quel cappotto del ragioniere, spalla larga, spigato. Lo provi, la commessa ti dice: questo è proprio il suo, le sta benissimo. Sì, è proprio il mio, di nuovo. Come è Humana lei.

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Oggi mi sono svegliata con una tristezza.

Oggi mi sono svegliata con una tristezza.

Quando una tristezza si ferma a dormire la sento che si muove nella stanza, a piccoli passi, è come una danza. Ho aperto gli occhi e mi era accanto, mi fissava. Ah, sei qui? Ha alzato le spalle, Pare di sì. Mi sono fatta il caffè e lei con me. Le ho chiesto le sue intenzioni, le ho ricordato che nel duemiladiciotto una tristezza è arrivata a casa, di botto, e li si è piazzata, non sapevo più come mandarla via. E dire che se stantia, una tristezza pesante di quella stazza, dopo qualche giorno come l’ospite… puzza.

Questa di stamattina era una tristezza gentile, ha detto ok ho capito il messaggio e mi ha garantito che era solo di passaggio. Mi sono vestita, un poco truccata, intanto mi sono anche raccomandata: Non sono solita uscire con una tristezza, non è che posso andare in giro a presentarti ai conoscenti, non siamo intime, al massimo lontane parenti. Lei era quieta, annuiva. Se incontriamo qualcuno non dirgli chi sei, comunque non ti fermerai.

In auto abbiamo ascoltato le canzoni d’amore e lei mi ha spiegato la musica e il senso delle parole. Non è stato male stare lei ed io, sole. Per strada abbiamo incontrato un bambino con una gioia al guinzaglio, mi si è premuta addosso spaventata, la tristezza non ama la gioia, la fa sentire sbagliata. In mezzo alla gente, al lavoro, mi parlava all’orecchio, mi distraeva, contava gli assenti, ignorava chi c’era, mi toglieva il respiro. Finché le ho proposto dai usciamo, facciamoci un giro.

Fuori le ho dato la mano, si è presa anche il braccio, mi si è appesa quasi al cappotto: mi stanchi, non far la bambina,mi son lamentata, fermiamoci qui, che c’è una panchina. Siamo rimaste a lungo in silenzio, le foglie per terra, il freddo sparso per aria, finché è arrivata un’anziana, l’espressione bonaria. Ma guarda che belle tristezze che abbiamo, ha detto sedendosi piano, se mi presenta la sua le presento la mia e magari insieme se ne andranno via.

Sa, ha aggiunto, la tristezza vuole essere vista, considerata, è un passero a terra con un’ala spezzata, bisogna curala, ma lasciarla anche andare, non darle un nido, una casa, deve essere libera per volare e tornare. Se cresce in casa, in cattività, non può farne più a meno e il suo mezzo bicchiere non sarà mai più pieno.

Mi sono stupita di tanta saggezza: sono vecchia, ha risposto, vado al rallentatore, così vedo meglio e riguardo col cuore.

La mia amica è scomparsa in un solo volteggio.

Oggi non son stata triste, ho solo portato una tristezza a passeggio.

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Quarantasettembre.

Il mio quarantesettesimo compleanno chiude l’estate. l’estate che ricorderò come infinita perché ho avuto la fortuna di poter lavorare in smart dal mare, ma soprattutto l’estate in cui ho dovuto farmi una ragione di mio figlio Mister Bis-Mutanda.

So che non sono l’unica madre di un Mister Bis-Mutanda, ne ho visti moltissimi in spiaggia, giovani baldanzosi che mettono i boxer sotto il costume. Il mio giovane e baldanzoso dice per comodità. Ma per il massimo del comfort prova a infilartelo anche in un calzino, gli suggerisco, ma non coglie. Il mio John Frusciante, dopo aver nuotato, si imbozzola sotto un asciugamano e libera le pudenda (non oso immaginare lo stato del red hot chili pepper là sotto) dall’amalgama mutandale, un insieme informe di stoffa, salsedine e sabbia che viene immantinente lanciato, anzi schiaffeggiato contro ringhiere, ombrelloni, superfici varie, persino muri. A quel punto il sole fa il resto perché stoccafissa il tutto nel giro di dieci minuti e, al tramonto, la madre recupera la mutanda di waferizzata che si sbriciola sotto le sue mani inermi.

Il malumore non va in vacanza se c’è Mister bis-mutanda! Infatti abbiamo spesso discusso anche dei compiti, il fatto di essere stato promosso l’ha reso spavaldo, da giugno mi spiega il suo programma di studi estivo. Spiegarmi il suo programma di studi estivo è il compito delle vacanze evidentemente perché non ha fatto altro. Ma non voglio incazzarmi, ho tanti di quei mesi per incazzarmi diligentemente… Marta pure non si è ammazzata sui libri, sono più i libri che ora invocano una degna sepoltura. Ha trascinato l’isola di Arturo avanti e indietro tra spiaggia e casa (non che Arturo avesse bisogno di prendere altro iodio, tra l’altro), l’ha cosparso di crema, gli ha fatto prendere aria, sole e vento, l’ha fatto raddoppiare di volume per via dell’umidità, quel poveretto sta messo peggio delle mutande di Lorenzo. Elsa è Morente.

Ammetto che siano stati bravi ugualmente entrambi: hanno preso l’aereo da soli per venire da me a Maiorca, hanno partecipato a due vacanze studio con entusiasmo, non si sono vicendevolmente ammazzati, hanno dato molto retta alla Piccola. Anche perché non c’è alternativa, lei impone la sua presenza con determinazione. “Non giocate a palla! Voi dovete giocare solo a me!” urla e come darle torto?

Così abbiamo giocato tutti a lei, io ho anche corso ogni mattina, letto un libro dopo l’altro, chiacchierato, preso sole e vento, preso in giro la mia famiglia e mi sono fatta prendere in giro dalla mia famiglia, ho cercato di dimenticare cosa mi aspetta, ho cercato di scordare te settembre, settembre che mi guardi e mi sfidi. Settembre che mi guardi e, bastardo, ridi.

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