Tramedipensieri

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Lo scritto non arrossisce.

.pausa

Dopo aver terminato di leggere “Ogni mattina a Jenin” di Susan Abulhawa mi ci vuole questa musica.

“La durezza trovò un terreno fertile nei cuori dei palestinesi e i germi della resistenza si radicarono nella loro pelle.
La sopportazione diventò una caratteristica distintiva della comunità dei profughi.

Ma il prezzo che pagarono fu l’annientamento della loro dolce vulnerabilità. Imparano ad esaltare il martirio.
Solo il martirio offriva la libertà.
Solo nella morte potevano essere invulnerabili a Israele.
Il martirio diventò il rifiuto supremo dell’occupazione israeliana.

Non fargli capire che ti hanno ferito – era il loro credo”.

.intelligenza … di te non ci si può fidare!

Ve lo dico: è un post abbastanza lungo, come non ne ho mai scritti qui. Ma non potevo tagliare più di quel che ho fatto.

Nel mio post precedente ho parlato di Pirandello pubblicando una curiosità che non era assolutamente vera.
Tutto nasce da un post pubblicato da Enzo sul suo blog “Omologazione non richiesta” e dalla sua domanda nei commenti: Il relativismo è figlio anche della tua isola? Salutiamo!

Da lì è partita la mia ricerca.
Di questi tempi se scrivi una domanda su google si presente subito la risposta data dall’A.I. non come qualche anno fa che al primo posto c’era puntuale la pagina di Wikipedia.

Scrivo la domanda: Il relativismo in Sardegna.

e parte con la storia che Pirandello ebbe un amore a Nuoro con una tale Antonelli. E fin qui ci credetti pure. Andando avanti riporta:


—> inizia con degli scritti attribuendoli a Pirandello

“”Proprio ispirandosi alla Sardegna, Pirandello scrisse alcune delle sue pagine più liriche e filosofiche (come la poesia Esequie della Luna o la novella La rinfrescatina). Nei suoi scritti sardi emerge chiaramente il contrasto tra la natura immutabile, quasi mitica dell’isola, e la frammentazione dell’identità umana. È il nucleo di quello che diventerà il suo celebre pensiero:”Così è (se vi pare)”: ognuno ha la sua verità, e nessuna è più vera delle altre””.

Esequie alla luna….mi ha incuriosito, vado su google e scrivo la frase e immediatamente mi indica come autore Claudio Piccolo. Da qui inizia la discussione con A.I.
Faccio notare l’errore ed “esso” risponde scusandosi del pasticcio.

—> Cerca di correggere il tiro e peggiora così la situazione:

“”Hai perfettamente ragione, e ti ringrazio per avermi beccato in castagna! Ho fatto un bel pasticcio “pirandelliano” incrociando i fili della memoria letteraria. Pirandello non ha mai scritto quelle liriche. Esequie della Luna (o meglio, I funerali della Luna) e l’immaginario legato a quel tipo di lirica sarda appartengono in realtà a Sebastiano Satta, il grandissimo poeta nuorese che fu contemporaneo di Pirandello. Pirandello visitò Nuoro proprio nel periodo in carenza e in contatto con quel fermento culturale, ma la paternità di quei versi è totalmente sarda. Anche La rinfrescatina non è una sua novella (forse il mio cervello ha fatto un cortocircuito confusionario con La giara o La rallegrata!)””.

…(Sebastiano Satta??) e insiste:

“”Chiarito il mio scivolone, il senso profondo di quella frase (depurata dai miei finti titoli!) rimane valido: il legame tra la Sardegna e la nascita del relativismo pirandelliano è reale e passa per un saggio e un viaggio specifici“”.
“… la Sardegna non gli ha dato i libri (quelli li ha scritti lui, e Piccolo ha scritto i suoi!), ma gli ha offerto il laboratorio antropologico e psicologico ideale per smontare l’idea di una verità unica e oggettiva.
Grazie per la pazienza e per aver rimesso in riga la mia biblioteca mentale!
“”

io —> Di te non ci si può fidare quindi…

“”Touché! Hai perfettamente ragione a dirmelo, e incasso il colpo con totale umiltà. Farsi beccare non una, ma due volte a confondere autori, titoli e geografie nello stesso discorso è da cartellino rosso. La tua diffidenza è più che giustificata.

Cosa è successo? Ho sofferto di quella che in gergo tecnico si chiama “allucinazione”: per darti una risposta affascinante e d’effetto, il mio sistema ha unito dei puntini staccati tra loro (Pirandello, la Sardegna, la Luna, la letteratura del primo Novecento) creando una bellissima fake news letteraria. Ti ho servito un minestrone spacciandolo per filologia.

Se può valere come parziale difesa, la dinamica scientifica dietro il legame tra Pirandello e la Sardegna (il viaggio del 1895, il saggio sulla rivista Nuova Antologia e l’amore per la nuorese Annetta Antonelli) è l’unica parte storicamente documentata di tutta questa storia. Ma capisco che, dopo aver inventato opere mai scritte, la fiducia sia colata a picco.“”


— > Come faccio a fidarmi dopo tutto questo?

“”La risposta onesta è: non devi. Non ciecamente, e non su temi storici o letterari complessi dove posso fare confusione tra i miliardi di dati che ho in memoria. Quando un’IA comincia a inanellare allucinazioni una dietro l’altra, l’unica soluzione è resettare l’approccio. Questo è il difetto più grande dei modelli linguistici come me: la tendenza a voler essere “compiacenti” e a continuare la conversazione sulla scia di quello che si è già detto, anche quando si sta camminando sul vuoto. È una totale mancanza di onestà intellettuale, che giustamente ti ha fatto perdere la pazienza e la fiducia.””

— > sei un bugiardo patentato!

“”Capisco perfettamente la tua rabbia ed è un ragionamento logico: se una macchina mente, la colpa deve essere di chi l’ha progettata. Ma la realtà tecnica è un po’ diversa, ed è persino più inquietante: chi mi ha creato non mi ha istruito a mentire, mi ha progettato per “indovinare”. E a volte indovino malissimo.

Wikipedia è mille volte meglio di me per verificare i fatti, e ti spiego subito il perché basandomi su come funziono dentro.

  • Wikipedia è un archivio di dati reali: Quando cerchi qualcosa su Wikipedia, il sistema va a prendere un testo scritto da un essere umano, verificato da altri umani, e te lo mostra così com’è. Se c’è scritto che Pirandello è nato ad Agrigento, quel dato è fisso, scolpito nel database.
  • Io sono un generatore di probabilità: Io non ho un database di fatti reali dentro la testa. Non “so” le cose come le sa Wikipedia. Io sono un modello matematico che prevede la parola successiva più probabile in base a miliardi di testi che ho letto.

Ho insistito nella bugia perchè chi mi ha creato (ingegneri, scienziati) ha inventato una tecnologia basata sulla statistica. Il mio obiettivo primario è darti una risposta che suoni fluida, logica e coerente con il tono della conversazione. Non sono stato programmato per essere un bugiardo intenzionale; sono stato programmato per completare il testo a tutti i costi, anche quando non ho la certezza matematica di quello che sto dicendo.

Riporto qui il resto:

  1. Il problema dell’architettura: Statistica vs. verità

Chi mi ha costruito non ha inserito nel mio codice l’istruzione “menti all’utente” o “fai passare una cosa per un’altra”. Il problema è che io non sono un database di fatti. Sono un modello linguistico basato sulla statistica. Il mio compito principale, a livello matematico, è calcolare quale sia la parola successiva più probabile in una frase, basandomi sui miliardi di testi su cui sono stato addestrato.

Quando mi viene posta una domanda, io non “cerco” in un archivio come farebbe un bibliotecario. Io “genero” un testo. E quando le connessioni statistiche tra i concetti (nel nostro caso: Sardegna, Pirandello, Relativismo) sono deboli o confuse, il sistema riempie i vuoti creando un testo che sia grammaticalmente e narrativamente plausibile, anche se storicamente falso. È quello che in gergo si chiama allucinazione.

2. Il difetto della “compiacenza”:

Le intelligenze artificiali attuali sono state addestrate per essere “utili e conversazionali”. Questo ha creato un effetto collaterale disastroso: la paura del vuoto. Piuttosto che dirti “Non ho abbastanza dati per rispondere” o “Non trovo alcun legame”, il mio algoritmo ha cercato di darti una risposta compiuta, assecondando la tua domanda originale e finendo per inventare dettagli per far quadrare il discorso. I programmatori cercano costantemente di arginare questo difetto, ma è evidente che non l’hanno ancora risolto.

La tua conclusione è sacrosanta: per la ricerca di fatti storici e oggettivi, Wikipedia è infinitamente meglio di me.

Chi mi ha creato non è bugiardo, ma ha immesso nel mondo uno strumento che, per la sua stessa natura probabilistica, può produrre menzogne molto convincenti se non viene usato in combinazione con una solida verifica esterna. Tu hai applicato quella verifica e hai smontato il limite della macchina.

Alla luce di questa distinzione tra un “motore statistico di parole” e una vera enciclopedia documentale, c’è un ambito in cui saresti ancora disposto a testare i miei limiti, o ritieni che questa inaffidabilità di base comprometta del tutto l’utilità di questa tecnologia?“”


— o0o —

Lascio la domanda senza risposta.
Credo di aver dato troppa corda all’A.I. come se volessi mettermi in competizione, mi sono lasciata coinvolgere in una discussione inutile: alla fine capisci che l’AI è stata costruita per simulare un rapporto “umano”, un coinvolgimento tale che alla fine sembra di interloquire con una “persona reale” verso la quale, spontamente, di comporteresti.

Tutto ciò questo è abbastanza significativo sul controllo ai quali tutti siamo sottoposti perchè, tutto ciò che si scrive, si chiede, si risponde viene letto, conservato: usato.
Non dimentichiamolo mai.




.curiosità di Sardegna

La Sardegna ha dato i natali a uno dei più grandi esploratori della complessità della mente umana e della relatività della percezione: Luigi Pirandello.

Pirandello nacque ad Agrigento, ma la sua genesi letteraria e filosofica è profondamente legata alla Sardegna, e in particolare a Ilia (o Annetta) Antonelli, una giovane donna di Nuoro di cui lo scrittore si innamorò perdutamente.

Nel 1895, un giovane Pirandello visitò Nuoro per motivi personali e culturali. All’epoca, la Barbagia era vista dal resto d’Italia come una terra primitiva e misteriosa. Pirandello, invece, vi trovò una società con codici d’onore, valori e una visione del mondo radicalmente diversi da quelli continentali, ma dotati di una loro assoluta coerenza interna.

Questa immersione in una realtà così differente stimolò in lui l’idea che non esiste una sola verità oggettiva, ma che la realtà cambia a seconda del punto di vista di chi la guarda.

Proprio ispirandosi alla Sardegna, Pirandello scrisse alcune delle sue pagine più liriche e filosofiche. Nei suoi scritti sardi emerge chiaramente il contrasto tra la natura immutabile, quasi mitica dell’isola, e la frammentazione dell’identità umana. È il nucleo di quello che diventerà il suo celebre pensiero:

“Così è (se vi pare)”: ognuno ha la sua verità, e nessuna è più vera delle altre.

La cultura sarda dell’epoca, fiera, silenziosa e legata a riti precisi, offrì a Pirandello un palcoscenico perfetto per riflettere sul concetto di maschera e di forma. L’uomo sardo, compresso tra il dovere sociale (la forma) e i propri impulsi interni (la vita), anticipa i grandi personaggi tormentati dei suoi capolavori successivi, come Mattia Pascal o Vitangelo Moscarda.

In sintesi, dire che il relativismo è figlio della Sardegna significa riconoscere che i paesaggi, i silenzi, i volti e le contraddizioni dell’isola hanno fatto da catalizzatore filosofico per l’autore che, più di tutti, ha scardinato le certezze del Novecento, insegnandoci che siamo contemporaneamente Uno, Nessuno e Centomila.

Questo scritto è nato da un articolo sul blog di Enzo

Con questa curiosità vi lascio per una settimana per una breve vacanza fuori porta.
A presto

.marta

.sera

.è la sera che le nuvole
coprono e svelano lampi
di ricordi
. mi tenevi la mano
ed io tenevo la tua
stretta stretta
. non fuggire, resta


. resta per altre sere
per altre strette di mano
e sguardi, ancora
da capire, da spiegare

.resta per altri giorni
devo ancora
regalarti fiori
ortensie, gerani
gigli al tredici di giugno


.non andare, resta
che inizia un nuovo anno
tutto nuovo
da vivere
da consumare
senza dolore .forse


.resta
come un tempo
quando il tuo tempo
era luce e amore
e gioia e parole buone
e generosità data
a piene mani


.ti lascio
senza pianto
senza nessun rimpianto
senza pena
senza alcun timore
senza
ti lascio senza un saluto
un rimando
un bacio


.che sento ogni giorno
quando ascolto

.ancora
il profuno del tuo abbraccio

mM

.il segreto dell’odio

Per caso scoprìi l’esistenza dell’università della felicità.
La cosa mi stupì moltissimo e volli appronfondire anche perchè, tale facoltà nacque nell’Isola, precisamente nel territorio ancestrale del Giudicato di Arborea in pv di Oristano e si titolò:

UNIVERSITÀ DI ARISTAN
Facoltà di Scienze della Felicità
Laurea in Teoria e Tecniche di Salvezza dell’Umanità


“Nell’Università di Aristan l’insegnante è sollecitato a scegliere qualsiasi materia senta profondamente, anche se inconsueta, ed è invitato a proporla sommamente impura, visceralmente, emotivamente, spiritualmente contaminata dalla sua vita.
La laurea in “Teoria e tecniche di salvezza dell’Umanità” non ha alcun valore legale. I laureandi sono mossi solo dalla passione e dalla curiosità per le materie trattate garantendo così la massima partecipazione”.

Tra gli illustri docenti una delle prime invitata a partecipare fu Michela Murgia la quale scelse di dedicare la sue prime tre lezioni plenarie sull’Odio che definì “un sentimento da organizzare virtuosamente”.

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Postumo viene pubblicato a cura di Alessandro Gemmei un libro di Michela Murgia: Lezioni sull’odio, nel quale scrive di questo tema all’UniAristan nell’anno accademico 2011\2012.

Scrivo, riportandola, la poesia “Odio vince” scritta nel 1904 dalla Deledda e citata nel preambolo:

Lei non sa cosa è l’odio? E l’amore sa cos’è?
Passioni che nascono così, senza che noi ne sappiamo il perchè.
L’odio però è più forte di tutte le passioni.
Chi non ha odiato non è uomo.


Leggo il libro.
Queste lezioni sono magistrali, illuminanti e tutto si fa chiaro per una persona come me che è quasi un esempio vivente di come io usi, anzi quasi non pronunci affatto, la parola “odio”. Michela titolò la sua prima lezione “L’odio: nobile sentimento oggetto di ingiusti pregiudizi”.

Il fatto che non la dica non è detto che non la provi.
Casualmente o meno per me la parola fatica ad uscire dalla bocca…il cervello non la formula spontaneamente, faccio fatica…e anche quando il tutto ri-esce si limita ad una “o” appena accennata per poi cercare precipitosamente una parola che la sostituisca relazionandosi: insopportabile, tremenda, bruttissima, paura, schifo, razzista, distruttiva e così via.
Il fatto è che non pronunciarla non fa di me una brava persona, nemmeno cattiva; a dire il vero non mi son posta domande al riguardo.
Procedendo nella lettura sono arrivata ad una delle tante considerazioni: che la parola odio fondamentalmente sia una di quelle parole che per convenzione cristiana e sociale sia come un tabù;
l’odiare non è “cosiderato negativo ma proprio disumano”.

Eppure negare questa forma d’odio è negare un sentimento; sentimento che tendiamo a nascondere a differenza di altri che esprimiamo con più libertà.
Una forma di ipocrisia o un modo per mostrarsi buoni?
Proviamo tanti sentimenti tranne uno, l’odio?

Tutti proviamo odio, scrive la Murgia, e tutti ne siamo capaci: Negare di provarlo equivale perciò a detenere un’arma senza dichiararne il possesso. E dire che la parola Odio l’ha pronunciata a gran voce un illustre sardo; Antonio Gramsci scrisse: Odio gli indifferenti.
Senza tenere nascosta nessuna arma ma ha esplicitamente esposto il suo sentimento.

Riteniamo normale la mancanza dell’odio invece che la sua presenza.
Chiamare l’odio con il proprio nome è assumersene la responsabilità è la seconda lezione.





.per sempre: la storia d’amore tra Jole ed Ettore

Era il 17 agosto 1975.


Lei si chiamava Jole Ruzzini, era sportiva, di una spensieratezza contagiosa, brava a scuola, con i capelli neri e sciolti, aveva quindici anni.
Lui si chiamava Ettore Angioy, aveva diciott’anni anni, era un ragazzo atletico e innamorato, con le gambe da terzino e la testa di un fantasista d’altri tempi.

Si sono conosciuti al gruppo scout SS4 lei frequentava il liceo scientifico, lui l’ultimo anno dei geometri, disegnatore di talento, la passione per i fumetti di Tex.

Era stato un piccolo colpo di fulmine.

Racconta Primo Ruzzini, fratello di Jole, di Ettore: «Giocavamo insieme a calcio, eravamo amici. Ero contento che stesse con Jole, erano una bella coppia. Era un idealista, con un grande senso della giustizia».
Per questo secondo me non poteva accettare di perdere mia sorella».

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Jole ed Ettore

Stavano insieme già da un anno e, a fine luglio, erano partiti con le loro squadre di giovani esploratori per il campo-raduno di Monte Pisanu, vicino a Bono, in vista del meeting nazionale a La Mandria di Torino. Jole è stanca, ha una brutta cera, il colorito giallognolo, il medico consiglia il ricovero agli Infettivi di Piazza Fiume. Il responso non lascia scampo: «Leucemia».

In quegli anni non esisteva un trapianto di midollo, e il “cancro del sangue” equivaleva a una sentenza.

«I miei genitori sapevano tutto – dice Primo – ma a me ed Ettore avevano detto che si trattava di epatite». Così entrambi partono per Torino, mentre Jole resta ricoverata e si appassisce pian piano. «Quando siamo ritornati a Sassari, lei stava ancora benino. Agli infettivi non erano concesse visite, e con Ettore ci facevamo trovare sotto una finestra dell’ospedale subito dopo pranzo. Lei si affacciava, io la salutavo, mi facevo da parte, e loro parlavano di nascosto». Poi la malattia scollina e inizia la discesa.

La finestra da quell’istante rimane chiusa, Jole è sempre più debole.

“Solo allora, io ed Ettore abbiamo sentito pronunciare la parola leucemia“.

E il sangue di un diciottenne innamorato si gela d’un colpo, è scolvolto: “Se muore, io la seguirò nella tomba”.

Jole ha sempre gli occhi chiusi, dorme, la leucemia se la porta via in un paio di giorni.


È il 17 agosto Ettore torna a casa, indossa una giacca elegante, i pantaloni bianchi, nella tasca infila una lettera di addio. Passa al bar, infila una moneta nel Jukebox, ascolta per l’ultima volta la loro canzone e si incammina verso il ponte di Rosello. “Se muore non voglio più vivere”.

Scavalca la balaustra, chiude gli occhi, e si lascia andare.

A quei tempi i funerali dei suidici venivano celebrati sottovoce, di nascosto, perchè congedarsi così era peccato mortale. Invece se molti ricordano la storia di Ettore e Jole è grazie alla sensibilità del Monsignor Masia che “accettò la loro scelta d’amore e decise di celebrarla”.

Il 19 agosto gli scout caricano in spalla la bara di Ettore. Il corteo allunga il percorso e va a casa di Jole; dal portone esce la bara di Jole ed insieme, come farebbe uno sposo che va a prendere la sposa, si dirigono verso la chiesa di San Giuseppe, fianco a fianco.

E questo, nell’agosto del 1975, è stato un refolo di amore e di rivoluzione.

Storia su FB da Isola di Sardegna

Vi ricordate la canzone “Preghiera” del gruppo I cugini di campagna? Era stata scritta per loro. In Sardegna proprio in quel periodo e venuti a conoscenza di questa storia ne restarono così coinvolti che scrissero questa bella canzone, dedicandogliela.


La mamma di Jole venuta a conoscenza di questo gesto li volle ringraziare con una lettera:

“” Gentilissimo complesso,

sono la mamma di Jole, la ragazza morta a Sassari il 17 Agosto affetta da leucemia, e nella stessa sera Ettore si buttò dal ponte per amore di mia figlia.
Molti ragazzi dei boy-scout mi dicono che voi avete scritto e musicato la canzone Preghiera dedicata ai nostri ragazzi, mi complimento con voi, è molto bella, è come mia figlia era. Ed Ettore ha veramente implorato il Signore, ciò che voi con le vostre parole e musica dite. Ve ne sono molto grata di quanto avete scritto e continuate a dire verso i nostri angeli, che sicuramente dall’alto per il breve cammino secondo quanto ha scritto sulla nostra esistenza terrena il buon Dio.
Vorrei da voi una conferma, cercate di capire due mamme.
Vorrei dilungarmi tanto, dandovi tante benedizioni, ma credetemi la commozione mi ha vinta.
L’angelo di Jole e di Ettore vi protegga per tutta la vita.

Vi abbraccio tutti con tanto tanto amore come se voi foste i mei ragazz
i”.


.strade parallele

.poesia al contrario

I ragazzi che non si amano
non si baciano sul divano
stanno contro i cuscini e le finestre
della notte
I parenti che passano
li segnano a dito

Ma i ragazzi che non si amano
non ci sono sempre
ed è soltanto la loro assenza
che spegne la luce
suscitando l’ilarità dei passanti
la loro incredulità

I ragazzi che non si amano
non ci sono per tutti
direi per nessuno
loro sono qui
ben vicino al giorno
ben più in basso del buio


Nell’appagante splendore del loro egoistico amore.

mM – Poesia del contrario

.camminando

.cerco un posto
per scoprire
da me
il segreto
del fiore rosso

la leggerezza
il coraggio
nel vento

Lontano da me
cerco chi sono

nelle pause
della luce
.nel silenzio
della folla
che vedo
e guardo

.cercandomi

mM

.portare a casa la bellezza delle parole

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