Il diavolo venne in paese un pomeriggio di tramontana. Nessuno lo vide arrivare, entrò come polvere dalle porte aperte, senza motivo e senza chiedere permesso.
Il fornaio fu il primo a dire d’averlo incontrato.
«Era elegante e aveva le mani pulite», raccontò a tutti.
«Ha pagato il pane senza discutere.»
Sua moglie rise.
«Quello non era il diavolo. Il diavolo non paga.»
Poi toccò al pescatore. Disse che lo aveva visto seduto sul molo.
«Guardava il lago, sembrava aspettasse qualcuno.»
Il prete scosse la testa.
«Ma cosa dici? Il diavolo non aspetta nessuno.»
I bambini continuarono a giocare. Erano gli unici a non avere paura di lui, perché nessuno di loro sapeva quale nome dare alle ombre o al sospetto.
Il giorno dopo sparì una gallina, poi un anello. Poi si fermò l’orologio della torre, due fratelli smisero di salutarsi e un padre maledisse il figlio.
«È colpa del diavolo», pensarono tutti.
Ma nessuno si domandò perché avesse bisogno di una gallina, di un anello, di un orologio o di una famiglia.
Passò una settimana.
Una donna forestiera arrivò con una valigia sottobraccio. Cercava lavoro e un posto dove stare. Tutti le dissero che il paese era nelle mani del diavolo e che le conveniva andarsene.
«Dove posso trovarlo?» domandò.
«Lui è dappertutto!» risposero.
Ogni mattina la donna bussava a una porta diversa, entrava e rammendava vestiti, puliva scale, ascoltava vedove e vecchi. Alla sera, senza accorgersene, la gente ricominciava a parlarsi. Qualcuno notò che il diavolo aveva smesso di lavorare, da quando c’era lei.
Il prete disse che era merito delle sue preghiere.
Il fornaio disse che era il pane caldo.
Il pescatore disse che era il lago.
La donna non disse niente e ripartì una settimana dopo, più stanca di quando era arrivata.
Molti anni dopo, quando di quella storia restavano soltanto i ricordi, un bambino chiese al nonno: «Ma il diavolo esiste davvero?»
«Sì. Io l’ho visto.»
«E com’è fatto?»
«Dipende da chi lo guarda.»
Il ragazzo restò deluso, non riusciva a capire.
«Allora non ha una faccia.»
Il nonno sorrise, pensando a vecchi tempi andati.
«Ce l’ha, ce l’ha… ma gliela prestiamo noi.»

Guido Mazzolini

Siamo in pausa! Meritatissima, oserei dire…
“Tutti al mare, tutti al mare…a mostrar le…”
Caldo, sole e iodio!
A tutti voi amiche e amici un abbraccio e un bacio forte.
Grazie per esserci sempre e grazie per l’attenzione che dedicate ai nostri deliri letterari!!!!!
CI becchiamo presto.

Elena&Paola

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Novembre è la solita noia. Piove da ore e il vetro del bar respira di fiati. Lui è seduto in un angolo, ha una tazza di caffè davanti e le mani intrecciate di chi aspetta qualcuno.
«Sei in ritardo», dice, e non alza lo sguardo. Sorride, ma non è un sorriso gentile. Piuttosto è il sorriso di qualcuno che sa già come finirà la storia.
Mi siedo di fronte e per qualche minuto restiamo in silenzio. Fuori, le auto trascinano i fanali sull’asfalto.
«Parli ancora da solo quando hai paura?» mi domanda.
È strano, non ricordo di averglielo mai detto.
«Come lo sai, ci conosciamo?»
«Più di quanto immagini.»
Prende la tazzina e beve un sorso. Sembra nervoso, arrabbiato. Ha una cicatrice vicino al pollice destro, identica alla mia.
«Chi sei?»
«Dipende da chi me lo chiede.»
«Non fare il filosofo.»
«E tu non fare l’innocente.»
La voce ha qualcosa di familiare, una nota che conosco senza poterla afferrare. Parliamo di mia madre, della casa al mare venduta troppo in fretta, di Elena che avevo lasciato partire convinto che sarebbe tornata.
Di quel maledetto viaggio in automobile.
Sapeva tutto. Ogni dettaglio, ogni vergogna, ogni bugia.
«Perché stai raccontando la mia vita?» gli chiedo.
L’uomo si sporge appena sul tavolo. Sussurra.
«Perché qualcuno deve ricordartela.»
Ha smesso di piovere. Nel bar siamo rimasti soli.
«È ora di andare.»
Si alza. Lo vedo bene. La barba da fare, i capelli. Stessa altezza, stessi occhi, stessa piega agli angoli della bocca.
«Chi sei?»
Non risponde, ma indica lo specchio alle mie spalle.
Nel riflesso c’era una sola persona seduta al tavolo. Una sola tazza, una sola seggiola.
Mi volto di scatto. L’uomo è sparito.
Sul tavolo c’è una cartella clinica ingiallita.
La apro.
In cima alla prima pagina leggo la data.
12 novembre di dieci anni prima.
È il giorno dell’incidente.
Anche allora pioveva.
È il giorno in cui sono morto.
Il nome sulla cartella è il mio.
All’improvviso tutto torna.
Per troppi anni ho creduto di essere un sopravvissuto alla sfortuna. In realtà sono rimasto intrappolato nella memoria di un uomo che non ce l’ha fatta.
E questa sera, finalmente, il vero me stesso è venuto a riprendermi.

Guido Mazzolini

Ho le mani pulite, io. Per me il mondo è un bicchiere usato, lo tocco con la stessa prudenza e un po’ di disgusto per paura di contaminarmi. Perché la realtà non va tastata, no, ma solo additata e giudicata. Per questo ho trasformato la mia coscienza in un monolocale sfitto e dico sempre “bisognerebbe”, “la gente dovrebbe”, “serve più civiltà”, e ogni frase con la stessa compostezza di un tovagliolo piegato sul tavolo.
Voto a sinistra da sempre, senza entusiasmo, ma convinto di fare la cosa giusta e con un gran senso del decoro. Ho un’opinione sempre pronta. Sui migranti, purché restino lontani. Sui poveri, purché si comportino con dignità. Sugli operai, purché non scioperino troppo forte sotto casa mia. Per me i diritti umani sono sacri come i documentari in televisione, li guardo di sfuggita, a volume basso, senza troppo impegno.
Ogni tragedia altrui mi fa sentire migliore. Se qualcuno perde il lavoro, gli dico: “Eh, ma bisogna reinventarsi…” Se un ragazzo finisce nei guai: “Mancano i valori…” Se una donna viene umiliata: “Certo, però guarda come ti eri vestita…”
Sono io, l’uomo perbene, quello per tutte le stagioni e per ogni evenienza.
Relativo e relativista.
Qualunque e qualunquista.
Odio gli estremismi che richiedono sacrifici. Sono progressista e sempre al passo con i tempi, eppure non ho mai rischiato nulla per nessuno. La mia morale è un campo largo, un cappotto che indosso per uscire, poi tornando a casa lo piego e torna nell’armadio. La sera, annuisco davanti ai talk show, soddisfatto perché sento di appartenere alla parte giusta del mondo. Fuori, intanto, i cassieri chiudono i supermercati, gli infermieri tornano a casa, i rider pedalano sotto la pioggia.
Prima di dormire passo davanti allo specchio del corridoio. Mi fermo qualche secondo per sistemare il colletto del pigiama, liscio i capelli sulle tempie e osservo con l’orgoglio quieto di chi è convinto di meritare una giusta rispettabilità. Nel riflesso vedo un uomo moderato e corretto. Così diverso dalla massa volgare e ignorante.
Sorrido al destino, perché è un privilegio non essere uguale agli altri.
Tutto in ordine, liscio, perfetto.
Tutto nella mia testa.

Guido Mazzolini

E quanti ce ne sono! Io però voto a sinistra, ma non mi sento così. Elena.

Leone Bassi il suo nome. Mani precise e minute, riparava orologi da quarant’anni e quando apriva il fondello di un vecchio segnatempo lo faceva con la delicatezza e la passione di un chirurgo.
Nel suo negozio le ore non passavano. Entravano, ticchettavano, cantavano. Le pareti erano vive di pendole ondeggianti, casse lucide e lancette che si rincorrevano in direzioni diverse. Alcuni orologi andavano avanti di tre minuti, altri restavano indietro, ma Leone diceva che era giusto così.
“Il tempo perfetto non esiste…” ripeteva ai clienti. “Esistono solo persone che fingono di averne tanto, o di non averne affatto.”
Ogni mattina, puntuale alle otto, entrava una donna. Trench grigio, rossetto marcato e un profumo leggero di pioggia tra i capelli. Portava al polso un vecchio Omega da uomo che si fermava continuamente alle 5:32.
“Ancora lui?” chiedeva Leone.
Non parlavano molto. Lui smontava l’orologio, puliva gli ingranaggi, cambiava molle minuscole consumandosi gli occhi sotto la lente. Poi lo restituiva funzionante. E puntualmente, il giorno dopo, la donna tornava con l’orologio fermo, sempre alle 5:32.
Una sera Leone glielo chiese.
“Perché continua a portarmelo se sa che si fermerà di nuovo?”
Lei abbassò gli occhi sul quadrante.
“Mio padre è morto alle 5:32. Da allora l’orologio non vuole più andare avanti.”
Leone non rise, e non disse nemmeno che era impossibile. Gli orologiai sanno che gli oggetti assorbono la vita di chi li tocca. Aveva visto orologi portare addosso il sangue delle guerre, i battiti degli amanti, le attese negli ospedali.
“Crede che non serva ripararlo?” gli chiese la donna.
Leone ci pensò su, poi guardò il muro pieno di lancette in movimento.
“Non saprei”, rispose, “in fondo il dolore è questo. Continuare a dare corda a qualcosa che sappiamo si fermerà ancora.”
Da quel giorno, la donna non tornò più.
Passarono mesi, stagioni, anni. Ma ogni mattina, alle otto precise, Leone alza lo sguardo verso la porta. Aspetta, perché il tempo non annulla le persone. Le trasforma in assenze che continuano ad arrivare in orario.

Guido Mazzolini

Di tempo sembra di averne sempre meno….ma il tempo per leggere questo racconto trovatelo! OK????? Ciao e tutti, buona domenica e un beso caliente!!!!!! E&P

I morti mi hanno insegnato a non fidarmi dei vivi. Arrivano ogni giorno nel mio ufficio e sono figli che non piangono il padre da vent’anni e scelgono il legno della bara come fosse una cucina.
“Mi raccomando, in rovere chiaro, papà era una persona solare.”
E magari li prendeva a cinghiate.
Io annuisco, è il mio lavoro. Restare serio, composto. Ascoltare e assolvere, senza troppe domande. L’impresario funebre è un prete triste che ha perduto il paradiso.
Mi chiamo Ettore e vendo l’ultima stanza di questa terra. Maniglie dorate, imbottitura in raso e sconti solo se paghi subito. La morte oggi è discreta, educata. Una cosa da fare in fretta, tra un impegno e l’altro, stemperando il dolore.
Una volta i morti si tenevano in casa. Le donne urlavano, i bambini guardavano. Si imparava presto che il corpo è una candela che all’inizio illumina e piano piano si spegne. Oggi invece i morti li nascondiamo ancor prima di seppellirli. Li imbellettiamo, un po’ di fondotinta e via.
I giovani sembrano addormentati dopo una festa finita male, i vecchi invece hanno nel viso una pace che fa rabbia, come se sapessero qualcosa che noi ancora ignoriamo. E se lo tengono per loro, maledetti.
Mia moglie diceva che porto addosso odore di fiori e formalina. Se n’è andata con un massaggiatore dalle mani calde. Ho sofferto, sì, ma l’ho capita, io ormai tocco soltanto corpi incapaci di restituire il calore.
La notte però succede una cosa curiosa. I morti tornano tutti, non come fantasmi, tornano come domande e mi chiedo che senso ha correre tanto, se poi finiamo in un cappotto di legno? Perché abbiamo paura della morte, ma non delle vite vissute a malincuore?
L’altro giorno ho vestito un ragazzo di trentadue anni. Un infarto improvviso e vigliacco. La madre mi guardava mentre gli sistemavo la cravatta. Una bella cravatta blu scuro. Tremava. Mi ha chiesto: “Secondo lei, ha sofferto?”
Avrei voluto dirle la verità, che soffriamo tutti molto prima di morire. Non solo dolore fisico, ma paura del precipizio, del salto, dell’abisso oscuro che ci aspetta.
Ma ho preferito abbassare gli occhi e stringere il nodo, come faceva mio padre.
“No signora”, le ho detto. “Adesso non più.”

Guido Mazzolini

L’inverno cremonese ha un odore inconfondibile, di ferro bagnato e nebbia. Lo senti addosso, ti entra dentro e ci resta come un animale morto.
Giona lavora al mercato, scarica cassette di lattuga e arance, dall’alba fino al tramonto. Ha quarantadue anni, il naso aquilino e le mani spaccate dal freddo.
Ogni notte sogna di volare. Nel buio plana sopra i tetti rossi, le antenne, i coppi umidi. Passa davanti al Torrazzo come un falco ubriaco, con il vento che gli sfonda il petto. Sotto di lui, la città è innocua, piccola e buona. Nessuno grida, o piange, o chiede giustificazioni. Nessuno muore.
Quando si sveglia nel suo monolocale ha gli occhi bagnati di lacrime. La madre è finita in un ospizio, l’anno prima. “Hai sempre avuto la testa piena di nuvole”, gli diceva quand’era bambino. E lui le credeva, perché certe persone nascono già con il cielo addosso e qualcosa di storto dentro.
Ogni sera Giona cammina fino alla piazza. Resta immobile, piantato come un palo a guardare il Torrazzo della Cattedrale. Le pietre bianche, antiche, i mille gradini di mattoni, storti come denti vecchi.
Il custode fuma dietro la sagrestia e nemmeno se ne accorge. Giona sale adagio, con il respiro che si consuma dopo ogni rampa e il cuore che picchia nelle orecchie. Fuori, le campane hanno smesso di suonare. Cremona è un gatto rannicchiato nel gelo.
Arriva in cima, e ha finito il fiato. Sotto di lui la nebbia è latte sporco che galleggia, le luci arancioni filtrano e sembrano stelle accese troppo in basso.
Ride sottovoce e scavalca la ringhiera. Per un istante sente il corpo alleggerirsi, le ossa svuotarsi, la testa felice, il sangue luminoso, le braccia aperte come ali d’aquila.
E vola, vola davvero.
Almeno per quei pochi secondi prima del selciato.
Un balzo che a lui sembrò eterno, pur durando quasi niente.
Rimase così, un angelo precipitato, catturato, sospeso in un mare di fragole. Qualcuno lo coprì con un telo che il vento continuò a sollevare.
Una donna disse che sembrava volesse ancora alzarsi.
Ma nessuno conosce i sogni di chi è morto.
Solo il cielo, forse.

Guido Mazzolini

Racconto domenicale! Da non perdere!!! Ciao a tutti voi da noi, e una buona domenica piena di sole e amore!!! E&P

Il tuo nome resta sulle labbra e non vuole cadere. Finisce solo ciò che non ha radici, e noi — alberi senz’acqua, storti, incompleti, sbagliati — sotto terra ci andiamo a cercare.
Oggi siamo nei posti più strani e indecenti, nelle tasche di un paio di jeans, nel riflesso di una vetrina al sole, nel rumore di un bicchiere appoggiato sul tavolo.
Ci ritroviamo lì, dove non dovremmo essere. E io m’incazzo, perché credevo bastasse andarsene, lasciare lavorare il tempo, girare l’interruttore come si spegne una luce uscendo da una stanza.
Ma tu sei una lampadina che dondola.
Accesa, ostinata.
Le paure ci attraversano e non chiedono permesso. Entrano e basta, si infilano, cercano spazio tra un respiro e l’altro. Sono la somma di noi, anche quando pensi di averle gettate lontano, così ti ritrovi a inalarle, a deglutirle di nuovo, senza accorgertene.
Lasciarti andare non è smettere di averti, ma imparare a tenerti da lontano, come un gioiello in un cassetto, o una ferita nascosta che ha smesso di sanguinare, e si fa sentire quando non deve.
E allora vai, fallo tu, convinciti che sia finita.
Io resto a contare le crepe nei muri, le seguo col dito mentre riconosco il tuo passo in quello degli altri, e vivo del mio sopravviverti, in un luogo solo nostro dove tutto ha cambiato forma, ma niente muore davvero.

Guido Mazzolini

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Bella riflessione, secondo me. Ma davvero conviene restare appesi a un amore finito, cercando di ricostruirlo? Ai posteri l’ardua sentenza. E voi che ne pensate? Elena.

Da quando non ci sei, in me è nata la consapevolezza che il tempo tra noi non si misura con orologi e calendari, ma attraverso i ricordi e nei gesti miei che ancora ti raccontano.
Una madre è il primo sguardo che ci riconosce, è la voce e il respiro che ci insegna il mondo regalandoci alla vita, al tempo, a questa giostra arrugginita che ogni giorno rallenta un po’ la corsa. E i giri sono sempre meno, e il clamore cala, nell’attesa di un finale che prelude a un inizio.
Una madre è rifugio, è porto, sicurezza e vento alle spalle quando spicchiamo il volo per partire. Una madre accompagna, dona. Non chiede, non pretende.
Ci sono amori che finiscono, che cambiano, che si dimenticano. Quello di una madre rimane inciso nei gesti più semplici, nei nostri occhi e nel modo in cui affrontiamo la vita, nel coraggio che abbiamo, nei ricordi, nelle attese e nelle speranze.
Anche quando il tempo passa, quando le distanze crescono e il silenzio prende spazio, una madre continua a vivere nelle nostre scelte, nei nostri sogni, nei battiti più profondi dell’anima.
Perché una madre non è soltanto origine.
È presenza eterna.
Oggi tu vivi d’infinito, nell’abbraccio di un amore incomprensibile, non misurabile dalla mia mente troppo piccola e incapace di contenerlo. Ma ti penso così, viva tra i vivi, per sempre.
Auguri mamma.

Guido Mazzolini

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Auguri a tutte le mamme, siamo forti e indistruttibili!!!! E&P

Per me, scrivere non è entrare a piedi nudi in un tempio, cercando redenzione o misteri da adorare nel silenzio. Direi piuttosto che si tratta di qualcosa simile all’ingresso in una tana umida, sporca. Non la genuflessione del sacerdote, ma l’inciampare del clown che entra in scena e strappa al pubblico una risata.
Per me, scrivere non è un’ossessione, nessun chiodo fisso, o mania, o voglia di fama, o ricordo postumo e glorificazione.
Nessuna fame, o sete, o voglia.
Piuttosto è una voce sommessa e clandestina che a volte muta e cresce, deformandosi. È un colpo di teatro improvvisato, un palcoscenico con le assi che scricchiolano sotto il peso delle parole. E tutto è finzione. ma niente è falsità.
Per me, scrivere è un intermezzo che accade tra due atti, tra un prima e un dopo, a sipario aperto e luci basse. Qualcuno ascolta, qualcuno tossisce, un altro si alza ed esce. Ma in questo spazio ci siamo tutti, creature eroiche, bellissime e disarmate, pronte a togliersi la pelle per diventare altro.
A volte si ride amaro, prima dell’applauso. Una risata che invita gli altri a salire su quel palco traballante, sapendo che prima o poi — senza eccezioni o scuse — toccherà anche a loro fermarsi, guardarsi attorno, capire e scrivere un verso che dica il proprio nome, prima dell’inchino.

Guido Mazzolini