Piccolo aggiornamento

Ci siamo lasciati una settimana fa e io ero in cerca di un equilibrio nel caos dell’accaduto. Non posso dire di averlo trovato, non sono propriamente in asse, ma ho comunque raggiunto una dimensione accettabile dal punto di vista organizzativo ed emotivo. Accettabile non significa ideale, è molto dura e il futuro troppo incerto, però metto insieme i giorni tra lavoro, caldone, casa (odio trascurarla, c’è un minimo sindacale di mestieri che non va mai abbandonato), vita sociale (che rappresenta come ha scritto Francesca Belgio una bolla bella) e mamma in un modo che non mi fa stare troppo male, se non a sprazzi.

Lunedì mi è arrivato l’editing del romanzo che uscirà ad aprile 2027 quello della influencer e proprio non me lo aspettavo. Eravamo d’accordo per la consegna della bozza definitiva a novembre da parte mia e insomma benone un’organizzazione che gioca così d’anticipo, ma temevo di aggiungere un ulteriore elemento sbattimento. Invece no, perché mi hanno segnato pochissimo, e dato più macro info generali, per cui non devo agire con la revisione di Word accetta rifiuta che detesto, ma proprio rileggere e fondamentalmente accorciare un po’ – norme redazionali impongono romanzi con al massimo 200 pgg – e fare frasi più semplici che io scrivo abbastanza arzigogolato e talvolta ci si perde. Per cui ho calcolato i tempi e ce la dovrei fare per fine luglio. Tutto ciò, superato il primo momento di panico mi sta dando tanta gioia.

Come il temporalone appena concluso e la prospettiva che da lunedì le temperature scenderanno sensibilmente, sono certa che 30° anziché 37° daranno una grossa mano al mio stato mentale.

L’estate che ruppe ogni cosa

La settimana che ha preceduto la partenza per Rodi è stata molto critica, a parte il caldo oggettivamente disumano, è iniziata un’escalation di mal di schiena di mia mamma, che l’ha portata due volte al PS, sempre con me, disertando l’ufficio, di cui la seconda durata oltre otto ore. Non ero tranquilla, ma aveva la sua diagnosi, lombo sciatalgia acuta, una cura fortissima e un buon rinfrescatore d’aria e mia sorella. Così il 28 nel pomeriggio inoltrato eccoci a Rodi per la terza volta nella mia vita, di cui la seconda a distanza di soli due anni, nella medesima struttura. Una piccola località che ci ha davvero conquistati. Per una serie di circostanze avevamo scelto di trascorrere solo 10 giorni, invece delle solite due settimane, con il progetto – naufragato in realtà tre giorni dopo aver prenotato – di andare di nuovo via verso fine agosto.

La Grecia sa sempre restituire magia e accoglierti con generosità. E’ una terra incredibile e lo è ancora di più se si evita agosto. Abbiamo deciso di non affittare l’auto, realizzando una giostra solo nostra fatta di relax, nuotate, tantissima spiaggia, taverne, tutto lì, tra l’inizio e la fine della baia, un chilometro e mezzo di strada lungomare, punteggiata dal blu di cielo, mare e sedie. Il nostro bar preferito per il dopo cena. I libri. I vestitini pieni di sabbia. Certe polpette che me le sono sognate per due anni. Gli aperitivi all’anguria in bottiglietta da Giannis, introvabili in Italia. Chi si ricordava di noi. Il caldo bello non devastante.

Ma non ero davvero spensierata, la terapia per mia mamma stava dando effetti collaterali importanti, e c’erano diversi problemi, in qualche modo però tenevo a bada i pensieri brutti, fino a quando non è stato più possibile perché sabato 4 è caduta in casa e si è fratturata il bacino.

E’ stato come prendere il mio mondo metterlo a testa in giù e dirmi “adesso vai avanti così”.

Rientrare prima oppure no, non poterle parlare, ore e ore senza notizie.

Siamo atterrati, come da programma, mercoledì alle 13.15. Mia mamma è ricoverata in una RSA, rimarrà allettata per almeno un mese. Le dimissioni dall’ospedale raccontano la fine dello stato sociale. Una persona molto anziana, immobilizzata, per la sanità non ha ragione di rimanere in ospedale perché la frattura del bacino si cura semplicemente con il riposo. Tutto è a carico del privato, al punto che tra poco torno in ospedale per prenotarle il controllo, ed è affar nostro come ci arriva mia mamma dalla RSA, spoiler, pagando un’ambulanza, come del resto è stato per il percorso inverso.

Ma il punto cruciale è un altro. Una donna completamente autonoma che ora è in questa situazione, il suo orizzonte un comodino.

Emotivamente per me è durissima, non entro nei dettagli di ieri, quando l’ho vista.

Sto cercando un nuovo equilibrio, un passo alla volta, trovando spazio per lei, per ciò che faceva lei, tutto o quasi, e che ora tocca a me, tempo che andrà sottratto ad altro, serenità che andrà conquistata in una dimensione al momento straziante. E poi non lo so.

Le mie letture: giugno 1-20

Anticipo il post delle letture per più di un motivo. Ci sono già tre libri da 9 e 10 che meritano attenzione, ma anche il primo, con una valutazione insufficiente, chiede qualche spiegazione e il post è già lungo così.

  1. Il club delle arzille detective Amanda Ashby Traduz. Martina Moggi voto 5
  2. L’educazione delle farfalle Donato Carrisi voto 9
  3. Pearl Sian Hughes Traduz. Clara Nubile voto 10
  4. Nelle terre estreme Jon Krakauer Traduz. L. Ferrari voto 9

A un certo punto Stefano Izzo, il favoloso editor Salani, mi ha scritto per dirmi semplicemente che “Il club delle arzille detective” stava vendendo bene, con la foto della copertina. Izzo ha visto un analogo posizionamento editoriale con il mio romanzo delle Miss Marple da lui valutato. Sono rimasta molto positivamente colpita dal suo messaggio, segno che in qualche modo si ricorda di me, quindi ovviamente poi l’ho comprato. E le cose non sono andate affatto bene. Ciò che lo fa risalire dal 4 pieno è un pub che mi ha ricordato quello di Ilfracombe, ma la bellezza finisce lì. Per il resto noia e rabbia, rabbia e noia perché il mio è molto migliore sia come trama che come personaggi (in questo club non sono per niente ben definiti, tutto risulta pasticciato) ma di sicuro non verrà mai portato ad esempio come romanzo che vende tanto.

Non avevo mai letto nulla di Carrisi! E’ successo che al Salone il quotidiano La stampa abbia organizzato una sorta di ruota scambio libro, ho portato una copia del mio “Incanto in Bretagna” e ho preso “L’educazione delle farfalle” che pare un dizionario per la mole. La faccenda dello scambio me l’ero immaginata più partecipata, ma comunque è stata un’occasione per toccare con mano il successo di Carrisi che, al solito è un parere personalissimo, ha una scrittura estremamente commerciale ma comunque molto buona. La trama di questo romanzo che parte con un incendio nella località svizzera di Vion (e diamine come non pensare al rogo di Crans Montana, nei pressi di Sion, nome tanto simile? Ma il libro è precedente) con undici bimbette sopravvissute e una dispersa è assai intrigante. A tratti la storia è magnetica, e al netto, soprattutto nel finale, di qualche svarionamento ascrivibile a un sonoro “too much!” è un ottimo libro. L’ultimissimo breve capitolo non l’avrei proprio messo. Nel complesso però nonostante il voto molto alto non mi ha fatto venire tutta sta voglia di continuare con Carrisi, lo trovo molto lontano dai miei attuali percorsi di lettura.

Da Atlantide, al Salone, sentendo che sono amica di Clara Nubile, il proprietario mi ha letteralmente messo in mano Pearl, da lei tradotto. E ha fatto benissimo, altrimenti mi sarei persa un romanzo straordinario e davvero raro. Il dolore di una madre scomparsa viene raccontato e soprattutto vissuto da una figlia che aveva otto anni nel momento in cui sua mamma è uscita di casa, nella campagna inglese sotto il diluvio e non è più tornata. Ho adorato il marito della donna che se ne va, padre della protagonista e di un bimbo ancora più piccolo. Ho visto crescere i ragazzi e invecchiare lui, dentro al caos e alla mancanza di soldi, in un gorgo che stritola e gli fa perdere la vecchia casa tanto amata, eppure sempre uniti, solidi in una tempesta fatta di disturbi alimentari e autolesionismo sussurrati e incredibilmente reali come i tagli che si fa Marianne. La felicità possibile arriva a sprazzi e fa ancora più male. La lingua impeccabile e la traduzione di Clara altrettanto meravigliosamente connessa con la storia, sono memoria e deriva, strumento per parlarci di qualcosa di inaccettabile e rispondere alla domanda: come si fa a vivere dopo una tragedia di questa portata? Leggetelo!

Strano ma vero non avevo mai letto “Nelle terre estreme”, da cui è stato tratto il celebre film Into the wild. Strano, stranissimo visto che nel 2015 in occasione del lancio italiano di “Into the wild truth” fui invitata alla presentazione privata con la sorella di Chris McCandless. L’evento rimane tra le cose più incredibili della mia vita e leggere ora dopo 11 anni il romanzo da cui tutto partì mi ha emozionata ancora, anche se la storia mi è arci nota. A un certo punto Krakauer racconta l’incontro con Carine e tra le varie cose dice che la splendida donna indossa un ciondolo con una croce. E’ lo stesso che aveva quando la vidi io. Ho sentito una botta pazzesca di non so cosa, di ritornare lì con lei. Quando l’articolo di Krakauer uscì, la redazione del giornale ricevette una valanga di lettere, perlopiù detrattori, persone che dicevano che il ragazzo se l’era cercata, era un’idiota, impreparato ad affrontare l’Alaska. Personalmente ho conosciuto solo gente che ha empatizzato con la tragedia, e ancora oggi penso a Chris e a Carine con enorme affetto. Penso anche all’immenso privilegio che ho avuto a essere invitata, cosa che non sarebbe assolutamente possibile oggi. Ecco, menomale che Carine ha scritto il libro nel 2015 e non nel 2025!

A giugno ho abbandonato tre romanzi che forse, in un altro momento, avrei anche potuto concludere. Due della biblioteca (fiuuuuuu) e uno che vabbeh sono comunque contenta di aver comprato e letto in parte, perché pubblicato dall’editore con cui uscirà il mio romanzo sull’influencer l’anno prossimo. Sento che i libri da 9/10 mi danno ora più che mai molta linfa all’incedere faticoso del resto, cosa che un romanzo sotto tono non può fare e allora si rinuncia all’ostinato mood: magari migliora.

Buona estate di letture e tutto quanto!

Ritornare nel mood creativo

Venerdì ero proprio sottosopra per la faccenda delle Miss Marple, direi persino furiosa. Il malumore del venerdì è una super scocciatura, chi cavolo ha voglia di essere in down quando arriva il weekend? E va detto che è raro che non si trascorra un bel fine settimana, ma quello che stava per arrivare aveva in programma un sabato stellare con amici diversi. La mattina visita guidata del touring al Grand Hotel et De Milan dove soggiornò e morì Giuseppe Verdi, ma ha ospitato anche la Callas, Lucio Dalla e tanti altri, e la sera una super mangiata con altre due coppie molto care, in quello che pare sia il miglior ristorante di pesce di Milano. Che sta pure qui a 2 km ma non c’eravamo mai stati. Tutto si è concretizzato al top, ore splendide in cui mi sono sentita solo grata. I pensieri neri però c’erano ancora in sottofondo e sono usciti raccontando l’accaduto, ma non ero più così furibonda. Solo forse delusa. Il punto preciso è il dispiacere per dover associare un sentimento negativo a questa storia, che, fino ad allora era stata solo gioia. Pazienza il ritardo, non era quello.

Domenica sono riuscita davvero a rilassarmi a casa, ho persino dormito un paio d’ore nel pomeriggio, mi capita di rado. Poi c’era la faccenda acquisto di un nuovo cellulare. Il mio telefono ha quasi nove anni, la primissima foto in archivio risale a settembre 2007, sono ammollo alle terme di Portorose in Slovenia, gita da Trieste, viaggetto per i 10 anni di nozze. Il mio primo smart phone, batteria originale, con la sua lentezza e i suoi limiti l’avrei tenuto ancora ma, dal 26 maggio, non supporta più alcuna mail e non ho più potuto rimandare. La faccenda, come temevo, ha generato qualche sclero, nonostante l’Orso Santo Subito si sia accollato tutto, trasferimento dati ecc, io non ho manco aperto la scatola. Passate 24 ore di stramberie, adesso va alla grande ma ho deciso, almeno per ora, di non scaricare Instagram, che utilizzerò solo da pc. Questo comporta non poter fare le story, sopravviverò tanto non ho alcun lancio di libro imminente, ma anche liberarsi di quello scrolling compulsivo che detesto, a cui però purtroppo spesso non ho saputo sottrarmi.

Piano piano, ma neanche troppo, insomma già tra domenica e lunedì mi sono rimpossessata appieno della gioia creativa! E questo ve lo volevo dire perché è qualcosa di supersonico. Mica è tutto wow fuori e dentro la scrittura: rogne condominiali mammesche, guai con la casa di zia, stanchezza a ondate, la strada sotto il sole infuocato verso l’ufficio dove persiste uno stato di mobbing che ha aspetti interessanti – mi hanno tolto buona parte del lavoro, anni e anni a impazzire a portare a termine tutto entro la scadenza e ora puf, al netto di qualche momento concitato, un calo impressionante e ingiustificato.

Ma io ero di nuovo lì, nel posto più bello del mondo, connessa con le storie.

Un progetto nuovo con https://www.ninibilu.com/ (ma qui è cambiato tutto, non si può più nascondere il link dietro al nome? Va beh, leggeteci Cinzia). Avete visto quanto è brava se ancora non la conoscevate?

Il racconto del lunedì dal quadernetto degli Incipit, il n. 15, che è balzato al primo posto tra tutti, nel mio indice di gradimento.

Un parere lusinghiero ma soprattutto giusto per le mie Miss Marple da parte di un noto agente che ha letto le prima 50 mila battute per una call: Il testo è fuori dal profilo della call, quello che è, sul serio, è un racconto di personaggi e atmosfera in cui il giallo funziona da cornice tematica più che da motore narrativo. Non è il ritmo né la suspense a reggere la macchina: è l’affetto per le protagoniste. Questo lo rende un progetto interessante. (In pratica non risponde ai parametri della call, cercano thriller pieni di tensione, ma avrebbe potuto non rispondermi, come in effetti dichiara nella call stessa, quando dice: Eventuali proposte non aderenti verranno respinte senza spiegazioni ulteriori. Ho apprezzato tantissimo il tempo che mi ha dedicato e le parole, aver capito e saputo sintetizzare in poche righe l’anima delle mie Miss, come purtroppo l’editore non è stato in grado di fare.

E insomma sono tornata in asse. Grazie a chi mi ha sostenuta. Siete sempre molto cari.

Arrivederci Miss Marple

Era già chiaro che l’uscita del giallo inglese fosse in forte ritardo. Purtroppo però la fatica di questo periodo che pare collocarsi sotto un cielo caotico con continui inciampi è giunta fino alle mie amate Miss Marple. Ieri è arrivato finalmente l’editing da parte della casa editrice e ha evidenziato tre punti nella trama da rivedere che stravolgerebbero la storia su cui non sono affatto d’accordo.

Dormirci su non ha portato alcun cambiamento di opinione a riguardo e neppure il confronto con la mia beta reader, allineata con le mie motivazioni di rifiuto, per cui a questo punto mi sono presa un po’ di tempo. Tempo di cui in realtà non ho davvero bisogno per rivalutare questi interventi, ma unicamente per lasciare che la botta si assesti un po’.

La revisione sul testo invece non presenta grossi scossoni, le solite frasi un po’ arzigogolate da rendere più lineari, per cui se si trattasse solo di questo, con un accelerata da parte mia (non esattamente ideale ora, visto che ho ripreso il lavoro e tra due settimane parto) sperando in una benevolenza nei restanti aspetti della mia vita, si poteva fare e salvare in qualche modo l’estate o almeno parte di essa. Ma così non è.

Credo che ci sia stato un errore di fondo, per il quale non biasimo l’editore, nel non comunicarmi tempestivamente i tre punti grossi, prima di procedere con l’editing frase per frase. Se l’avessero fatto avremmo affrontato questa fase in maniera diversa, ma tant’è. Non sono il loro unico autore, il mondo non gira intorno alle mie Miss Marple, ma il mio personalissimo mondo scrittorio sì, magari non del tutto, ma il percorso su questa pubblicazione è stato costruito durante l’intero inverno. Tra l’altro uno dei punti (che poi sono collegati) era già stato sviscerato al telefono col proprietario. Il cambio di rotta ora è senza senso. Per cui adesso non è che vada tutto a ramengo, ma il progetto così com’era, sì. Tecnicamente non ho firmato alcun contratto quindi ci si ferma. E se ne riparla dopo il 10 luglio. Non ho idea di cosa succederà a riguardo, ma vi garantisco che, in qualche modo, la storia prima o poi la leggerete (se lo vorrete) ma non sotto l’ombrellone in questa estate ormai alle porte.

Mi spiace tantissimo.

Il fratello leggendario – Intervista all’autore Bernardo Notargiacomo

Tra le mie lettura di maggio, trovate il post poco sotto, spiccano due romanzi che hanno meritato 10. Uno è “Il fratello leggendario” di Bernardo Notargiacomo. Come prima cosa vorrei soffermarmi sul motivo che mi ha portata a leggerlo. Ed è che da qualche anno apprezzo molto i libri editi Atlantide a cui mi sono avvicinata perché la mia cara amica Clara Nubile è una delle traduttrici di Atlantide. Ho iniziato quindi a leggere i libri tradotti da Clara e poi, anche parlando con l’editore al Salone e al Book Pride, ho conosciuto altre storie trovandole, con le loro differenze, sempre di ottimo livello. Nel 2025 “Miracoli” di Anna Beecher, tradotto appunto da Clara, è stata tra le letture migliori dell’intero anno, così quando ho intravisto “Il fratello leggendario” prima di Torino ho pensato che potesse interessarmi. Al Salone, allo stand Atlantide mi sono avvicinata con il mio tipico piglio un po’ scanzonato dicendo: “Cosa facciamo? Il filone libri di fratelli morti?” Simone Caltabellotta ha riso dicendomi che si tratta di due storie completamente diverse, ma ugualmente belle. E sono tornata a casa col romanzo di Bernardo, a cui poi ho dedicato un paio di story su Instagram, riuscendo a mettermi in contatto con lui, fino a giungere all’intervista di seguito, che trovo davvero preziosa, per cui non posso che ringraziare l’autore.

Ci sono alcune sorprese meravigliosamente connesse con i lettori più affezionati di questo blog, come la Scozia, e un comune sentire colmo di tenerezza nell’approcciarsi alle pagine, tipico di chi, come me, ha scelto di portare avanti un blog lento, in un tempo di bookstagrammer di scarso spessore, che parlano sempre degli stessi libri. Partiamo dunque, che il preambolo risulta già ben più lungo di quanto non fosse nelle mie intenzioni.

Prima di entrare nel vivo del romanzo, vorrei chiederti chi è Bernardo Notargiacomo e come si colloca la scrittura nella tua vita?

Ciao, prima di tutto grazie per avermi qui nel tuo spazio, che io considero prezioso come tutti gli spazi personali di espressione e curiosità verso passioni comuni. La scrittura ha sempre fatto parte della mia vita, fin da quando avevo quindici anni e iniziai a scrivere poesie. Ero appassionato di Rimbaud, di Byron, ma scrivevo cose surreali che ricordavano musica. A volte ascoltavo Battiato per farlo. Nel tempo le poesie assomigliarono sempre più a epigrammi latini (per esempio Marziale) ma parlavano di viaggi e altre esperienze, spesso di ambienti decadenti. Poi passai a comporre racconti. A metà anni Novanta ho pubblicato La Pittura e la Pizza, con Castelvecchi. Un racconto lungo, o se preferisci romanzetto breve, che conteneva una sorta di storia Zen sull’ispirazione e sulla necessità di recuperare le proprie radici per esprimersi. Il protagonista si chiamava anche lui Adriano, in omaggio a un mio zio e a un attore francese (Belmondo) di un vecchio film che avevo amato. In quel periodo avevo anche iniziato a lavorare come copywriter, quindi in qualche modo ho sempre continuato a scrivere. Poi ho pubblicato il romanzo La Memoria degli Alberi con Piemme. Un libro magico, che narra la storia di un ragazzino che scopre di possedere un dono segreto: la capacità di comprendere (e parlare) la lingua segreta di piante e alberi. Un libro di avventura, ambientato secoli fa, che fa riflettere sul posto dell’essere umano nel mondo, o almeno questo era l’intento. Sono poi andato a vivere per circa dieci anni a New York, dove mia moglie viveva da tanto, lei è una cuoca fantastica. Nel frattempo, il manoscritto de Il Fratello leggendario è sempre stato con me.

Non saremmo qui se non avessi apprezzato così tanto “Il fratello leggendario”, per quanto possa essere banale ti chiedo di raccontarci la genesi della storia, le origini, un po’ tutto il dietro le quinte o dentro la tua testa e nel pc di questo romanzo.

La genesi di questa storia risale a tanti anni fa, subito dopo La Pittura e la Pizza. Allora però non ero pronto, credo, per narrare una storia così profonda. O meglio, iniziai a farlo, poi mi fermai più volte. Alcune parti, però, sono rimaste immutate da allora. La vicenda prende le mosse da eventi reali: il fratello maggiore di un mio amico dei tempi del liceo, era morto in Scozia quando aveva circa vent’anni e il mio amico quattordici. Questo fratello era un tipo particolare, in qualche modo “eroico”. Era stato adottato da un clan, in Scozia, indossava il kilt (la gonna classica degli scozzesi) con i colori di quel clan e suonava anche la cornamusa da solo nei boschi. Era un tipo eccentrico e carismatico. Credo abbia rinunciato a vivere, e questo provocò grandi capovolgimenti in famiglia. Quando seppi di questa storia, mi venne in mente di guardarla da un altro punto di vista, di dare una chance al mio amico e a quelli come lui d’incontrare ancora il proprio fratello (o sorella). Insomma, si scatenò in me una specie di ostinazione, che poi è la più antica mai esistita (vedi l’Epopea di Gilgamesh per esempio), pur di riavvicinare questi due personaggi. Poi la storia rimase lì, nel cassetto della vita, finché un altro caro amico non perse il proprio fratello e io la ripresi in mano. Stavolta pensavo di poter essere d’aiuto, di poter lenire il dolore. Ne è scaturita una storia di formazione, in cui il lutto iniziale è la premessa per ricominciare a vivere e per crescere affrontando le difficoltà che la vita ti pone davanti. Una storia che è una corsa continua contro il tempo.

C’è un dettaglio non trascurabile: non viene mai detto come muore Giorgio. Tu di sicuro lo sai, ma hai deciso di non raccontarlo. Ci riveli le motivazioni di questa scelta?

Ho voluto lasciare aperta la questione di proposito. Non ho “voluto saperlo” io stesso, come se fosse una questione intima dei miei personaggi. Potrebbe aver deciso di farla finita, perché in fondo troppo sensibile? È possibile. Un incidente? È possibile. C’è un passaggio, in cui si allude alla forza necessaria per andare avanti, che potrebbe farci credere qualcosa. Ma è anche vero che c’è sempre la necessità di scoprire la forza in sé stessi o sé stesse per poter affrontare la vita. Per me l’importante è la poesia che spero di aver trasmesso con la storia. Il senso di tenerezza, il desiderio di riabbracciare, rivedere, di dedicarsi con affetto a qualcuno e, nel frattempo, crescere.

La parte onirica ha un grosso peso, e ti dico che mediamente non sono scene che apprezzo. La commistione tra reale e sogno di solito mi infastidisce, amo le narrazioni nette. Eppure, tu hai saputo creare una magia concreta senza scadere nell’immaginifico troppo poco connesso con la realtà. Innanzitutto ti faccio i miei complimenti. Questo aspetto quanto è stato immediato e quanto più funzionale alla trama e quindi costruito?

Riguardo la componente onirica, è stata naturale, immediata. È stata sì funzionale alla trama, ma non ho mai, neppure per un secondo, pensato al sogno in modo razionale pur di giustificare la narrazione. In apertura ho inserito un’antica poesia giapponese che parla di un incontro in sogno, al riparo da tutti. Era da tanti anni, da quando comprai la raccolta in cui è contenuta (Il Muschio e la Rugiada) che volevo utilizzarla, perché perfetta. Detto questo, hai ragione nel pensare che un sogno possa essere un elemento estraneo, difficile da gestire. Bisogna calibrare bene il suo peso. Deve essere “inevitabile”.

Non credo nell’efficacia di interviste lunghe, soprattutto in un blog come il mio, perciò nonostante avrei ancora molte curiosità, l’ultima domanda è sulla parte anche divertita nel dramma, per esempio le pagine con la chiromante, o la scoperta da parte di Adriano di avere avuto un fratellone che combatteva a scuola contro i bulli. Ti va di dirci qualcosa?

Certo. Il Fratello Leggendario, oltre a essere una vicenda commovente, è anche una storia a tratti buffa. In gran parte riguarda la mia stessa crescita e quella di miei amici o amiche.  Quest’alternanza di emozioni provocata dal romanzo è dovuta al fatto che, quando si è molto giovani (come il protagonista Adriano) si cresce spesso in modo disarmonico, assestandoci al cambiamento e imparando ad avere coraggio in modo a volte goffo. Tutto ciò non deve farci sentire a disagio, ma dobbiamo comprendere che è naturale e andare avanti. E tutto ciò è poetico, tenero e bellissimo.

Di gorghi e scappatoie

Sono in un gorgo di fatica e casini e sa il cavolo perché adesso wordpress le immagini o me le mette gigantesche o minuscole, la lascio enorme e via. Siamo io e due dei tre fratelli di papà, più la moglie di quello più alto davanti al duomo dopo l’accettazione dell’eredità della zia dal notaio. Eravamo in nove, sei eredi e tre accompagnatori, ma gli altri se ne erano già andati al momento dello scatto. Tutto ciò che è legato a mio padre continua a essere motivo di sofferenza smisurata e qui si aggiungono il delirio burocratico e la casa da svuotare con inimmaginabili cumuli di tutto. Questo è il mood da mesi e naturalmente la vita fuori da qui va avanti con tutto il resto. Il lavoro, la salute di mia mamma, ma anche le cose belle per cui continuo a essere grata e a cercare con ostinazione.

Tipo la scrittura. La grande bellezza è essere uscita da un altro catastrofico gorgo durato anni: quello delle frustrazione per i risultati inferiori alle aspettative e, secondo me, pure al merito. Lo sapete, nel 2025 è successo il miracolo della stesura di due romanzi, che usciranno invertiti, quello che stavo scrivendo proprio in questi giorni un anno fa sarà lanciato al Salone 2027 e quello che ho iniziato a scrivere ad agosto è sulla rampa di lancio anche se un po’ in ritardo. Ho fatto di tutto per preservare la gioia tonda di quella scrittura felice, e ci sono riuscita. Si sta rinnovando ora con il taccuino degli incipit di cui vi ho parlato più volte. Con uno scatto in avanti per recuperare in anticipo le date vacanziere e ieri per scrivere quello di lunedì prossimo perché semplicemente avevo assolutamente bisogno di scrivere, ho completato il tredicesimo racconto, un quarto del percorso.

Pare impossibile, già il 25%! I racconti rappresentano una sfida, quella di avere sempre idee su incipit pre confezionati che abbiano un senso nell’economia di insieme della raccolta, ma anche un bene rifugio importante quando tutto è caos.

Considerando almeno due protagonisti per racconto, ma spesso sono stati tre o quattro, significa avere oltre cento personaggi: forse troppi. Ho quindi scelto di riproporli spalmati tra le varie storie. Il protagonista del racconto N° 7 diventa una spalla del 12 in un gioco di ritorni, incastri e spin off seguendo l’affascinante schema narrativo de Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan, romanzo e autrice molto amati. Quindi di settimana in settimana la struttura ha acquistato importanza oltre le trame. Purtroppo il caldo e lo studio in pieno sole nel pomeriggio remano contro, ma ci se la fa. Perché senza la scrittura ora sarebbe pure peggio.

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Le mie letture: maggio

Potrebbe essere un post infinito perché a maggio ho letto due libri da 10 + uno da 8 e uno da 9 che meritano comunque attenzione.

Vediamoli:

  1. La sconosciuta del ritratto Camille de Peretti Traduz. Alberto Bracci voto 6
  2.  I morti hanno sempre ragione Raul Montanari voto 9
  3.  Lupo giù per terrra Barbara D’Acierno voto 8
  4.  Il fratello leggendario Bernardo Notargiacomo voto 10
  5.  La fortuna dei Beede Susan Lori Parks Traduz. Andreina Lombardi voto 10

Il primo mi era stato Consigliato al Book Pride 2025 e non lo presi; mi è stato riproposto anche quest’anno e ci sono cascata. Questa libro ha una struttura fastidiosa, troppi balzi temporali e personaggi altrettanto poco piacevoli che hanno ucciso una buona idea di fondo: la storia romanzata di un celebre quadro di Klimt che ha anche subito un furto.

Raul Montanari è sempre un grande, padroneggia la scrittura e ha una penna molto felice per i personaggi perfidi, quelli che vivono di doppiezza soprattutto, dei quali magari ti fidi, quelli abili e sempre pronti a ritrattare lasciando chi si relaziona con loro in un gorgo di dubbi e tensione. Un ragazzo riceve una telefonata: i genitori sono ricoverati per aver mangiato funghi velenosi e da lì parte non solo lui per la valle bergamasca, ma una narrazione che parla di ancestrali e a me assai noti ambienti rurali dove il milanese è come minimo visto male, ma può andargli pure peggio. E soprattutto del sempre complesso rapporto genitori-figli, qui sotto la luce torbida di scoperte destabilizzanti. Voglio bene a Raul perché ha intercettato molti miei momenti personali e scrittori dal primo strambo incontro a oggi e in futuro. Le sue presentazione sono sempre scoppiettanti e poi si sa che la lettura non potrà deludere.

Lupo giù per terra è il romanzo di esordio, con Bompiani, di una compagna del laboratorio Marcos y Marcos che fu, dove portò proprio questo testo. Al netto di un lessico che mi ha fatto un po’ soffrire le vicende della famiglia Spagnuolo e di chi gira intorno soprattutto a Francesca, nata ricoperta da peli, si fa apprezzare e offre anche uno spaccato di un’Italia tra la Campania e Roma di vivace realtà. Sono molto contenta per Barbara per questa sua pubblicazione di cui si sta già parlando con entusiasmo.

Il fratello leggendario è un capolavoro di delicatezza pubblicato da Atlantide, la storia dolente di Adriano a cui muore il fratello maggiore quando ha solo 11 anni. Come muore Giorgio non viene detto, era a Londra e una telefonata spacca una famiglia come tante, una famiglia a cui ho voluto molto bene. Nel ricordo di Giorgio si compie una pacificazione possibile fatta di psicologi e fattucchiere improvvisate e permeata di magia che consente in qualche modo ad Adriano di crescere e andare avanti, scoprendo che quel fratellone aveva tutte le ragioni per essere mitizzato, non solo perché incarnava il mito del “maggiore” come guida. Giorgio è stato sul serio leggendario, a scuola, in piscina e lo è ancora, nel modo speciale di tornare da Adriano per rinnovare la corrispondenza di amorosi sensi.

Tutt’altra faccenda è La fortuna dei Beede, consiglio della sempre splendida Eleonora di Sur; ci racconta una strampalata famiglia di neri nell’America del 1963. Gestiscono una pompa di benzina, vivono di stenti e quando la protagonista rimane incinta e lui, pensa te, non ne vuole sapere, ricorda che forse la leggenda per cui la madre sia stata sepolta con i gioielli potrebbe essere vera e anche salvarla. Lo sapete ovviamente che nulla andrà secondo i desideri della ragazza, né tanto meno secondo i piani di recupero del cadavere, sulla cui fossa sta per essere costruito un centro commerciale? Le voci alternate dei protagonisti e i capitoli brevi e sferranti rendono la lettura pirotecnica. Ho adorato i dialoghi secchi e il paradosso continuo.

Sto leggendo un giallo che potrei concludere anche entro fine maggio, ma pazienza se la collocazione dei romanzi non sarà precisissima nei nei diversi mesi, questo era il momento giusto per scrivere e pubblicare il post.

La generazione schiacciata

Non so se ci avete fatto caso: quando si confrontano le generazioni vengono sempre nominati i Millennials in contrapposizione con la Generazione Z e i Baby Boomers. La Gen. X scompare letteralmente assimilata a quella precedente, tanto che infatti non è raro che chi è nato tra il 1965 e il 1980 venga chiamato Boomer, con tono dispregiativo di solito.

E’ chiaro che in un lungo lasso di tempo, mio cognato Boomer per un pelo essendo nato il 21/12/1964 è più simile a me rispetto a chi è invece nato alla fine degli anni ’70 e non ha memoria degli anni di piombo ad esempio. Quando dico simile intendo nell’esperienza sociale condivisa, che poi a livello carattere è tutto un altro discorso ovviamente. Però noi X scompariamo dai radar dei paragoni, in una narrazione che ci vuole più vecchi di quanto non siamo e meno portati per le novità, soprattutto quelle tecnologiche.

Noi siamo quelli che hanno vissuto più cambiamenti, il salto tra l’analogico e il digitale, e abbiamo sperimento il maggior numero di tipologie di attrezzature. Ho fatto in tempo a usare il telex in ufficio, ho adorato il fax, e ora la mail sembra già vecchia. Quando da bambina qualcuno voleva immaginare un futuro straordinario e impossibile ipotizzava il video telefono, che invece è diventato realtà già da decenni. Leggo spesso un quadro abbinato ai Millennials che non gli appartiene davvero, se non di striscio, magari perché hanno avuto fratelli e sorelle molto più grandi. E’ la Gen. X quella dei cortili, di zero leggi sulla sicurezza stradale tipo seggiolino in auto. Noi non avevamo regole di accompagnamento nel percorso casa/scuola, eravamo i genitori a decidere quando concederci di andarci da soli, mediamente in base alla distanza. Un ricordo che a ripensarci ora sembra preistoria è che quando dovevamo fare l’esame delle urine, nei giorni precedenti mia mamma comprava i succhi di frutta nelle bottiglie di vetro da conservare per la raccolta della pipì.

Il mondo dei Millennials è diventato più accessibile con internet, ma anche con viaggi concreti che noi abbiamo iniziato a fare molto tardi, salvo rare eccezioni. Generazione Erasmus loro, noi Interrail ma per pochi fortunati. Quando una mia compagna di classe alle elementari andò a Parigi per Pasqua ci mandò una cartolina, la appendemmo in classe, la Tour Eiffel sventagliava sul muro, io la guardavo e mi sembrava Marte.

Ho l’impressione che le caratteristiche tipiche della Gen. X ci vengano sottratte di continuo per essere attribuite ai Millennials, mentre noi veniamo appunto infilati di straforo nel calderone Boomers e addio diversità. La sensazione viene confermata dagli articoli che ho letto per preparare questo post. La Gen. X, non a caso, viene spesso definita la generazione dimenticata, e la sovrapposizione con la precedente pare sia naturale in quanto noi abbiamo fatto da ponte tra due generazioni ingombranti: quella del boom economico e quella dell’esplosione di un sacco di cose.

Per me esiste sul serio un prima e un dopo e lo spartiacque è internet. E io ho vissuto a lungo in entrambi i periodi: quello in cui toccava sfogliare enciclopedie e quello in cui basta un click. Non si può dire altrettanto per i Millennials. Si potrebbe invece parlare a lungo del fallimento della digitalizzazione, del fatto che non essendo accessibile a una fetta molto vasta di italiani non può essere considerata una vera risorsa. Dirò solo che a suo tempo mi impuntai per non fare lo Spid e non mi è mai né mancato né servito, ed ora è stato sostituito dalla CIE. Questo dice parecchio sulla totale inadeguatezza del sistema: non puoi fare impazzire milioni di persone dietro a una novità che dismetterai a breve, dopo averla resa a pagamento oltretutto. Quanto mi sento figa per non aver ceduto!

Ma forse è meglio se non lo dico, anche se qui siamo in pochi, per non venire tacciata di essere la solita Boomer, quale, in realtà, non sono.

Il Salone secondo Sandra

Quest’anno la narrazione sul Salone ha raggiunto vette quasi fastidiose. Vero che se guardo due cose sul Salone l’algoritmo poi non farà che propormene altre, ma a fronte di un paese dove non si legge perché diavolo dovrebbero essere tutti interessati alla fiera torinese?

Un’esibizionismo tipico dei tempi però non è in grado di rovinarmi la festa, mentre confermo la mia teoria per cui vanno tutti al sabato e la domenica si gira benissimo (zero fila all’ingresso, ma zero proprio eh, entro e vado subito in bagno dove c’è una sola persona davanti a me!) Il Salone è questa cosa qui in espansione: quattro padiglioni di cui l’Oval un po’ a sé stante, l’unico con l’aria condizionata, dove risiedono i grossi marchi ma anche qualche indipendente interessante come Neri Pozza.

Molte case editrici, va detto, sono presenti abbinate a librerie o standisti, quindi la chiacchiera con l’editore non è sempre possibile, ma ce l’ho fatta da alcuni che amo, come il già citato Neri Pozza e Atlantide (ciao Clara!). Dunque non siamo entrati alle 11 all’1, dove si trovano tra l’altro i “miei” editori presenti – Plesio – e futuri – Cose Note. Mentre il grosso stand delle Marche, che ha anche una piccola arena per presentazioni senza passare dalle sale ufficiali per cui tocca fare domanda, ha ospitato Giaconi ma la squadra di Conero Noir purtroppo si è fermata solo fino a sabato e mi è spiaciuto tanto non rivederla. Ebbene sì, pubblicare tanto, anche con diverse case editrici, come ho fatto io, significa anche fare esperienze negative, avere gli editori al Salone e nessuna voglia di incontrarli. Traduzione: non sono passata e non so se avessero portato i mie libri. E’ triste? Sì, molto ma ho imparato a guardare avanti e a prendere il poco bello che c’è stato da queste due pubblicazioni.

Io e l’Orso abbiamo quindi percorso in ordine le varie aree, seguendo la lista degli imprescindibili, ben 18 quest’anno e vagando poi qua e là a piacimento, separandoci ogni tanto e dando il via alla nostra consueta gara a chi vede più personaggi famosi. Edizione 2026 vinta dal marito. Pranzo al solito di sopra al self service, unica opzione per mangiare seduti, i prezzi non sono mai stati bassi ma l’impennata mi ha fatto dire “ok, ultima volta!” E poi via di nuovo fino a raggiungere l’Oval dove assistiamo, senza averlo preventivato, a due incontri davvero coinvolgenti, quello con Garattini e quello con Marco Da Milano intervistato da Mario Calabresi. Tutte persone competenti che seguo in tv e che hanno la mia stima. Bello-bellissimo.

Concludiamo tornando a salutare Plesio e Cose Note, dove ci eravamo già trattenuti all’arrivo.

Nel mezzo ovviamente gli acquisti, di cui forse sarete curiosi. Il divertimento è farsi sorprendere a fronte magari di qualche titolo già adocchiato. Ultimamente cerco di non farmi trascinare troppo da facili entusiasmi verso editori sconosciuti, vero che hanno bisogno di crescere e di qualcuno che creda in loro, ma troppe cantonate, cioè soldi letteralmente buttati, mi fanno essere più guardinga. In ogni caso punto sempre su editori di medie dimensioni. Alla fine compro 8 libri, di cui un fumetto Panini e uno Snoopy del Libraccio. Aggiungiamo uno che ho scambiato al Book Crossing con ruota della fortuna de La Stampa (avevo portato una copia di Incanto in Bretagna, chissà chi lo leggerà…), più quelli che ci sono stati commissionai, più un paio di Emanuele, più due ferma libri in metallo, più due T-shirt, insomma siamo belli carichi.

Una novità, in realtà presento dallo scorso anno ma non mi ci ero soffermata, è la zona Editor. Banchetti tipo speed-date dove accomodarsi e avere una consulenza gratuita. Non ero riuscita a prenotarmi, ma sapevo che c’era comunque la possibilità di tentare anche in loco e ho avuto fortuna perché Le revisionarie, così si chiama lo studio editoriale che avevo scelto, avevano proprio 15 minuti liberi quando sono arrivata. Ho parlato a queste due simpatiche consulenti del mio taccuino degli incipit e di come i racconti stiano andando avanti e mi hanno dato un sacco di consigli utili. Ho percepito subito molta professionalità e sono stata proprio soddisfatta. Come contatti ho parlato anche con due editori a cui mi piacerebbe proporre qualcosa.

Nel complesso è stato proprio un bel salone, sono stata felice tra i libri, ho rivisto persone che stimo, ho apprezzato il lavoro di molti, ho scavalcato la lunghissima coda per Zerocalcare, non sono entrata al fotografatissimo stand Ippocampo (si vedeva pure da fuori e oggettivamente di mettermi in fila per una roba del genere direi di no).

E poi via, al Quadrilatero romano, angolo torinese secondo me davvero incantevole, per un ottimo aperitivo piuttosto sostenuto, col bagagliaio, il cuore e a quel punto pure lo stomaco belli pieni. Aspettando il Salone 2027, quando a Dio piacendo, ci saranno due miei romanzi nuovi, forse qualche presentazione, magari finalmente si pernotta per fare almeno due giorni, ma questo lo scopriremo solo vivendo, come diceva una celebre canzone.

Intanto abbiamo vissuto questo e mi ha dato tanta gioia.

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