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mercoledì 4 gennaio 2012

PROFILES - MOD CULTURE - THE SMALL FACES: "All Or Nothing"

ImagePer i non più giovani il nome di STEVE MARRIOTT rimane e rimarrà prima di tutto avvinghiato a filo doppio agli SMALL FACES, prima ancora che agli HUMBLE PIE, meraviglioso ensemble in attività tra la fine dei 60 ed i primi 70. Steve Marriott morì nel 1991 a soli 43 anni e non di decesso naturale: un destino amaro

giovedì 22 dicembre 2011

KARTOONS: “Where rainbows end” (Uscita: marzo 2011, Recorded and Mixed in 2007-2008, Autoprodotto, No Label)

Image# Consigliato da DISTORSIONI

I cosentini Kartoons sono una delle band neo-garage italiane più longeve: sono in giro ed operativi dal 1992 - vent’anni quindi nel 2012 che sta per iniziare – a ridosso di quella incredibile stagione garage-revival che contò anche in Italia numerose e creative band. I Kartoons affondano le loro radici musicali ed artistiche nella mod culture, soprattutto grazie al (ancor oggi) leader Francesco Ficco,

mercoledì 21 dicembre 2011

NINO BRUNO E LE 8 TRACCE: “Sei corvi contro il sole” (Uscita: 14 ottobre 2011, Goodfellas)

Image# Consigliato da DISTORSIONI

Dopo vent’anni di carriera passata nell’underground potrebbe essere giunto il momento di una maggior notorietà per il napoletano Nino Bruno, l’occasione è l’inclusione di una sua canzone nella colonna sonora dell’ultimo film di Sorrentino "This Must Be the Place". La cosa strana è che la canzone prescelta dal regista napoletano, Every Single Moment in My Life is a Weary Wait, titolo

giovedì 17 novembre 2011

REISSUES - THE VAGRANTS: “I Can't Make a Friend 1965-1968” (Uscita: 25 gennaio 2011, Light in the Attic Records)

Image# Superconsigliato da DISTORSIONI

The Vagrants sono uno dei gruppi leggendari della scena garage americana anni '60. Provenienti da New York hanno prodotto una serie di 45 giri, vere e proprie chicche per collezionisti ma nessun album, come capitava peraltro a molte band di allora, la cui notorietà rimaneva spesso limitata alla loro città. E' stato Lenny Kaye a riportare alla luce molte di queste band nella sua nota raccolta

sabato 12 novembre 2011

CULT RECORDS - SAM GOPAL: “Escalator” (1969, Stable Records)

ImageUna delle icone più influenti e poliedriche che il rock and roll abbia mai partorito: all'anagrafe Ian Fraser Kilmister, classe 1945, conosciuto poi come Lemmy Motorhead è senz'altro un'esempio concreto di veterano del rock, il nonno di un genere sempreverde, soprattutto per la sua grande creatività che non si è limitata alla band che l'ha portato al successo. Cresciuto con il blues canonico e la prima ondata r'n'r, inizia ad esprimere la sua vena artistica abbracciando le vibrazioni della chitarra, sfornando con la sua prima band, i Rocking Vicars alcuni rarissimi 45 giri nella metà degli anni 60's: goliardico e fanciullesco beat inglese che segue per lo più la corrente delle covers, cosa diffusissima all'epoca. Fu roadie del maestro delle prime deflagrazioni wah wah, Jimi Hendrix, impersonificando il classico stereotipo di freak anarchico, un hippie lontano anni luce dalle detonazioni sonore di fine anni 70. Dopo l'effimeraImage avventura beat, in piena estasi psichedelica, nel 1968 l'incontro con Sam Gopal, un percussionista anglo indiano, precedentemente conosciuto come Sam Gopal's Dream, un invasato dalle spore lisergiche hippie. Sam Gopal era nato in Malesia e suonava le tabla dall'età di sette anni: avrebbero sostituito la batteria in "Escalator".
Il 28 Aprile 1967 la sua prima band, Sam Gopal's Dream aveva suonato al The 14 Hour Technicolor Dream, evento underground organizzato dall'International Times all'Alexandra Palace. La line-up consisteva in Sam Gopal alle tabla, Mick HutchinsonImage alla chitarra e Pete Sears al basso ed organo. Le altre bands che parteciparono all'importante manifestazione furono Pink Floyd, The Pretty Things, Savoy Brown, The Crazy World of Arthur Brown, Soft Machine ed i Move. Sam Gopal's Dream suonò anche all'UFO Club, The Electric Garden a Covent Garden, The Roundhouse ed Happening 44. Si esibirono a Natale al The Christmas on Earth Show all'Olympia in Londra con i Traffic, Jimi Hendrix ed i Pink Floyd. Jimi Hendrix ebbe la ventura di suonare con gli originari Sam Gopal Dream anche al London's Speakeasy Club. Dopo lo scioglimento di S.G.D. il percussionista miseImage su la nuova formazione: la leggenda narra che la band, praticamente improvvisata, composta da un bassista, Phil Duke, un chitarrista, Roger D'Elia, Lemmy chitarra ritmica e Sam alle tablas e percussioni, registrò “Escalator” in una notte sola, sotto effetto di metedrina. Il disco uscì nei primi mesi del 1969 per una piccola leggendaria etichetta, la Stable Records, artefice di pubblicazioni per artisti come i Deviants ed i meno conosciuti NSU: un'album quasi totalmente composto da Lemmy, una mistura freakedelica dal sapore etnico (per via delle tablas in particolare), spolverato con tanto fuzz chitarristico e wah wah in un'assetto folk con origami proto heavy.

“Escalator” si snoda in un grezzume sublime: il suono era sotto gli standard di registrazione già all'epoca, ma questo ha conferito una bellezza e purezza quasi palpabile a questo disco meraviglioso. The Sky Is Burning si staglia dopo un temporale: Lemmy sembra rievocare le sofferenze bluesImage
di un Clapton, malinconia completa che sussurra ai sogni un paesaggio autunnale. The Dark Lord sfoggia affreschi proto heavy, ma l'architettura creata dalle percussioni vive di un animo sognante: il caro Kilmister è quasi irriconoscibile, la sua voce è qualcosa d'inaspettato, ancora una volta figlia dei Cream, ma torturata, in agonia, lamentosa, pervasa di dolce tristezza. Tutto si muove più o meno su queste coordinate annoverando anche covers: fra tutte quella di Donovan, The season of The witch, una meraviglia. Sam Gopal, questa meravigliosa ed essenziale band, conoscerà solo questo episodio, oltre al singolo "Horse/Back Door Man": “Escalator” non sarà mai più bissato. Lemmy approderà ad una sconosciuta band chiamata Opal Butterfly, e successivamente all’ infinito space rock degli Hawkwind, infine materializzerà nel 1975 il rock marcio dei Motorhead.

Marco Venturini

Sam Gopal
Sam Gopal

ImageSAM GOPAL line-up:
Sam Gopal: tabla, percussion
Ian Willis (Lemmy Kilmister): vocals, lead & rhythm guitar
Roger D'Elia: guitars
Phil Duke: Bass guitar

"ESCALATOR" tracklist:
Side 1
"Cold Embrace"
"The Dark Lord"
"The Sky is Burning"
"You're Alone Now"
"Grass" (Ian Willis)
"It's Only Love" (Ian Willis)
Side 2
"Escalator" (Ian Willis)
"Angry Faces"
"Midsummer Night's Dream" (Davidson)
"Season of the Witch" (Donovan Leitch)
"Yesterlove" (Ian Willis)



giovedì 28 luglio 2011

MUSICAL BOOK REVIEWS - "Read the Beatles" di June Skinner Sawyers (2010, Arcana)

ImageSui Beatles è già stato scritto di tutto. In quanto icona intramontabile della storia della musica, il gruppo è stato oggetto di ogni genere di antologia e pubblicazione. Eppure il libro "Read the Beatles", curato da June Skinner Sawyers e pubblicato in traduzione italiana dalla Arcana Editrice riesce ad emergere per l'originalità del punto di vista con cui affronta il fenomeno Beatles. Come ben spiega il sottotitolo, si tratta di “un'antologia di scritti d'epoca sull'impatto, l'influenza e la modernità dei Fab Four”, dunque una raccolta di saggi, articoli di riviste e quotidiani, interviste, poesie uscite negli anni in cui i quattro di Liverpool sorprendevano il mondo e scombinavano gli assetti musicali e culturali fino ad allora dominanti.

martedì 26 luglio 2011

LIVE REPORT: “FESTIVAL BEAT VOL.19 - BATTLE OF THE BANDS”, 30 giugno/1-2-3 luglio 2011, Salsomaggiore Terme

ImageEcco finalmente a voi il 'sofferto' live report della diciannovesima edizione del Festival Beat, organizzato da Gianni Fuso Nerini, tenutosi a Salsomaggiore all'inizio di Luglio. Ho integrato due resoconti cercando di farne un pezzo unico, quello di Rossana Morriello e l'altro di Paolo Casiraghi: per distinguerli meglio i contributi di Paolo li troverete in corsivo. Ci tengo a sottolineare che i giudizi e commenti espressi da Rossana e Paolo sulle performances e sui generi delle singole bands sono puramente personali ed aderenti ai loro gusti, non rispecchiando più in generale la linea editoriale di Distorsioni (wally boffoli)

lunedì 11 luglio 2011

"WAITING FOR THE MOON", Tribute To Jim Morrison & The Doors (AA.VV.) (July 2011, Davvero Comunicazione/Azzurra Music)

ImageL’onda lunga del quarantennale della morte di Jim Morrison in questo 2011 si è conclusa con l’esibizione recentissima (9 Luglio) degli ‘anziani’ Robby Krieger e Ray Manzarek con comprimari al Doors Day, nell’ambito della 32° edizione del Festival blues di Pistoia. Ma un’altra iniziativa concomitante sta facendo parlare di sé dai primissimi giorni di questo torrido luglio: la pubblicazione, in allegato al quotidiano L’Arena di Verona, del primo tributo italiano a Jim Morrison & The Doors, realizzato dall’operosa Davvero Comunicazione di David Bonato in collaborazione con Azzurra Music; disco che per la cronaca é stato presentato all'Orange Jazz Bar subito dopo l'esibizione dei Doors a Pistoia.

mercoledì 6 luglio 2011

ROCK ARCHEOLOGY - "The garage psych-blues of THE MISUNDERSTOOD" (1963 - 1969)

ImageGarage band psych-blues per eccellenza, originaria di Riverside (California), fu fondata nel lontano 1963 ed è stata una delle band più importanti del periodo, per i loro spettacolari live shows, per il sound travolgente e originale che li caratterizzò e la capacità dei musicisti nel comporre delle splendide songs rimaste nel ricordo degli appassionati e dei collezionisti di varie epoche.

sabato 4 giugno 2011

JOHN'S CHILDREN: "Black & White" (2011, Acid Jazz)

ImagePer me potevano pure tenerselo. E non per cattiveria gratuita ma solo perché questo disco dei “Leggendari” (sono loro stessi a dirlo, non io) John's Children non aggiunge nulla di davvero eccezionale sulla storia della band inglese entrata nella storia più per la breve militanza del giovane Marc Bolan tra le sue fila che per tutto quanto fatto dopo (ma anche prima). Il dopo e il prima sarebbero un album intitolato "Orgasm" registrato in piena epoca freakbeat ma uscito a band già sciolta per dei problemi di censura legati al titolo scelto per il disco e una patetica reunion nei primi anni Ottanta in contemporanea con la riedizione di quel disco a cura della Cherry Red. La reunion è però un mezzo fiasco, come tutte le storie ricucite e l’ avvio dei nuovi John's Children è rinviato di altri dieci anni, con l’ingresso di Boz Boorer (attualmente chitarrista nella band di Morrissey, NdLYS) alla sei corde e Johnny Bringwood al basso, nel ruolo dei figliastri di “John”.

mercoledì 4 maggio 2011

DIAMONDS - CREAM: "Disraeli Gears" (1967, Polydor, Atco, Reaction Rec.)

Image1 Strange Brew (Clapton, Collins, Pappalardi)
2 Sunshine of Your Love (Bruce, Brown, Clapton)
3 World of Pain
4 Dance the Night Away
5 Blue Condition (Baker)
6 Tales of Brave Ulysses
7 SWLABR (Bruce, Brown)
8 We weren't Going Wrong
9 Outside Blues Woman
10 Take It Back
11 Mother's Lament


ImageL'after-beat inglese si contamina sempre più, perde quella leggerezza sonora e si imbatte in un cannone che sputa fiori in una Los Angeles calda, fraterna e piena di Harley pronte a ruggire dentro ad un sole carota che scalda le braccia e le chitarre. La lezione del vecchio blues fatto di verande e Mississippi, sigari e puttane, coltelli e finti indirizzi, cotone e stradine polverose, bettole e Ku Klux Klan è diventata anche cintura di sicurezza dei bianchi, di quei bianchi sbarbatelli che sotto la cura psicologica e paterna di un volenteroso John Mayall, il padre del blues bianco e britannico, hanno fatto breccia e arso cromosomi psichedelici di lampade al petrolio sotto la forza funesta di una pentatonica minore. Il blues è diventato anche bianco. Il bianco urla Imagee difende la parte debole, combattendo in un vecchio amplificatore e sputando profezie analoghe al gioco del duello filosofico e storico dentro ad un microfono emancipato e ricco di virtù. "Disraeli Gears" esce nel novembre del 1967 facendo gridare al miracolo. Psico-blues,heavy-riff, in una decina di canzoni e mangia cervelli elegantemente sporchi e senza tempo, involucri di sottili ragnatele nell'anticamera delle nostre speranze.
I sir, Jack Bruce, Ginger Baker ed Eric Clapton fanno lotta libera con un altro power trio importantissimo dell'epoca, i Mountain del gigantesco, incazzato e gibsoniano Leslie West. I Cream in ogni caso, hanno quella contaminazione nera, hendrixiana e valvolare che fanno del suono inglese del periodo un vero e proprio must. Clapton èImage profondamente ispirato e riffaiolo, la sua Gibson les paul sg del 62 verniciata a festa assieme alla sua Gibson 335 cherry ci regalano uno dei riff più copiati, amati, evocati e tribali della storia del rock.
La psichedelia entra prepotente e invasata come un demone sull'acquasantiera nella musica del power trio inglese, che dal look, alla copertina, alla musica, dipingono affreschi floreali e lasciano ombre di zampe di elefante sulla tela del tempo. Strange Brew (firmata anche da Felix Pappalardi bassista e produttore dei Mountain) apre questo disco storico e innovativo. Crudele,Image assassino, maniaco e lisergico il suono che i tre regalano al via. Sunshine of Your Love è storia, didattica, studio, eleganza, rock, acidume e spensieratezza. Uno dei riff più importanti e belli della storia del rock, per facilità di esecuzione, maleducazione e permalosità. Anche Hendrix, il signore di Seattle si è divertito a risuonarla in versione più veloce e ancora più tritata. World of pain, Blue condition, Outside Blues Woman, insomma un disco da odorare e far evaporare nei pensieri e negli ingranaggi di un cervello attivo e autostoppista. Disraeli Gears, un tributo e un impasto di tante cose che fanno bene alla speranza, alla salute e al fegato. Un album e un pezzo di storia animale, primitivo, innovativo e sempre forte e virale come un iniezione di colore.
Patrizio Maria

giovedì 28 aprile 2011

PIETRE MILIARI -THE DOORS : "The Doors" (1967, Elektra Records)


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Image1. Break On Through (To the Other Side)
2. Soul Kitchen
3. The Crystal Ship
4. Twentieth Century Fox
5. Alabama Song
6. Light My Fire
7. Back Door Man
8. I Looked At You
9. End Of The Night
10. Take It As It Comes
11. The End



È il 1967, il nuovo continente è in piena esplosione e grida al mondo, dall’East alla West Coast, la vorticosa rivoluzione musicale e sociale che cambierà la storia del rock. Tra hippies, vapori psichedelici, contestazioni pacifiste e sesso libero, si fanno largo sulla scena californiana, James Douglas “Jim” Morrison e The Doors. Sono appena nati (1965), ma già vengono acclamati come indiscussi protagonisti delle Imageserate decadenti nei locali più underground di Los Angeles: nel clima mite di un gennaio californiano turbano gli animi cavalcando il rock psichedelico come nessuno aveva ancora osato. Esce "The Doors" omonimo album di debutto, prodotto dalla Elektra records, etichetta di un giovane e scaltrissimo Jac Holzman. Un lavoro forte, di rock intimo e sensuale, gridato in una sala da thé dove si serve soltanto fumo e veleno, letterario, sconcertante, psichedelico, decadente.
Droga sesso e rock è il diktat assoluto di un album inquieto, denso come la pece, luminoso come il bagliore che riusciamo solo a percepire, fortissimo e lontano, oltre le porte della percezione di Blake. Un colpo diretto e netto: Break On Through (To the Other Side)apre l’album e ci scaraventa attraverso una nebbia densa, facendoci a brandelli sotto i colpi martellanti di un rock duro, nuovo, gridato come un manifesto. L’organo di Ray Manzarek apre picchiettando Soul Kitchen, soft, masticabile, quasi conversabile, il sound assume i toni di un rock blues psichedelico ma confortevole che ti mette a tuo agio ad assaporare un brivido sullaImage schiena, soft e sensuale, un raccontarsi visionario che scioglie le catene, attraverso il dolore e il godimento, su un ritmo lento e narrativo, in cui le tastiere ipnotiche lasciano il posto ad un piano dolente. Si torna al rock duro, ammiccante, gaudioso. Twentieth Century Fox è rocambolesca, tenuta alta dalla batteria incalzante di John Densmore, da far girare la testa. Alabama song è un gioco, in cui le parole di Brecht, già musicate da Kurt Weill, prendono corpo sul teatrino di un sordido bar del porto, un sipario sincopato di mandolini, ubriachi marci, di coralità noir. L’organo riprende il sopravvento e il Re Lucertola sfoggia tutta la sua carica erotica con Light my fire. 7 minuti incessanti di hard rock, violentati dalla voce morbida e intensa di Jim, che intona il grido di battaglia “Come on baby light my fire”. Chi avrebbe potuto resistere?
Tutto il lato B è scuro, onirico, ti guarda dritto negli occhi e ti ipnotizza, il blues Back door man di Willie Dixton diventa graffiante e soffuso e spiana la strada a I looked at you, easy,ritmata, che non ti aspetti. I toni si fanno più cupi e fitti in End of the night, la chitarra di Robby ImageKrieger respira sott’acqua, una dimensione visionaria e vaneggiante che è solo un effetto morgana, un preludio, l’inizio della “Fine”. Take it as it comes ti sommerge come un’onda gridata che arriva dopo la bassa marea ed esplode, nella voce di Jim Morrison e in quell’organo impazzito che è come un’impronta digitale e ti si ficca dritto nello stomaco. Siamo alla fine. Un giorno di pioggia fitta che non si vede fuori, i vetri sono appannati dal calore di una casa, un dedalo di corridoi e stanze scrutate attraverso una telecamera a mano, i muri sono morbidi che ci passi dentro. The End è il manifesto, la rottura dei cliché, la liberazione, la ribellione, Edipo e Huxley si danno la mano “Father I want to kill you, mother I want to fuck”. La frattura e l’inizio. Una visione allucinata di un’epoca che ha battuto solo il primo colpo.

Selena Palma

The Doors: The End

Articolo tratto e pubblicato per gentile concessione di Beat Bop A Lula

BRITISH BLUES - SAVOY BROWN BLUES BAND Early Days 1965 - 1970, "Una sporca faccenda blues"

Il boom inglese del blues, Londra ed i blues-clubs degli early sixties


ImageUna delle storie più gloriose e durature del British Blues é di certo quella della SAVOY BROWN BLUES BAND, che partendo dalla seconda metà degli anni '60 giunge sino ai giorni nostri. L'ultimo album pubblicato dalla longevissima band capitanata a tutt'oggi dal suo fondatore, il grande chitarrista Kim Simmonds, é del 2009, "Too Much Of A Good Thing" (Panache Rec.): stiamo parlando dell'unico combo sopravvissuto delle grandi british blues-rock bands degli anni '60 (come giustamente scrive Alex Henderson in AllMusic.com) insieme agli Yardbirds (scioltisi nel 1968 e di nuovo attivi nel 2003 con l'ottimo album "Birdland") ed ai Ten Years After. Un marchioImage di fabbrica quello di Simmonds e c. che nel corso degli anni si é allontanato a volte fatalmente dal primigenio sound morbosamente intriso di blues per intessere elaborazioni prettamente rock Imagehard-heavy, assolutamente non disprezzabili. In questo articolo mi interessa approfondire - anche e soprattutto per le nuove e nuovissime ignare generazioni - il periodo del gruppo che ritengo più denso musicalmente e ricco di dischi esaltanti, quello che va dal 1966 al 1970 compreso: corrispondente a quello di maggior splendore del british blues e degli altri suoi rappresentanti più significativi, Chicken Shack, Ainsley Dunbar Retaliation, Fletwood Mac, Keef Hartley Band, Colosseum, Groundhogs, Ten Years After. Figura centrale e fondatore della Savoy Brown Blues Band, formatasi nel 1965 a ImageBattersea, South West London é il biondo chitarrista Kim Simmonds, che la guiderà sin dall'inizio del 1966. Lo scenario é una Londra nella quale la febbre blues ha infettato già da tempo musicisti come Alexis Korner, John Mayall, Cyril Davies, Long John Baldry; Graham Bond, Zoot Money spostandoci su un versante più jazz-r&b. Soprattutto Mayall e Korner operavano già da alcuni anni dando origine a formazioni quali i Bluesbreakers e Blues Incorporated, vere e proprio palestre di stile, centri di svezzamento musicale perImage innumerevoli artisti, di lì a pochissimo fautori delle proposte beat-blues-r&b inglesi più carismatiche. Veri e propri templi della febbre blues d'importazione americana furono locali quali il Marquee, Crawdaddy, Ealing Club, London Blues & Barrelhouse Club; per la scena r&b ed il jazz invece il Klooks Kleek ed il Flamingo. Son questi i posti in cui i capiscuola summenzionati più i giovanissimi Mick Jagger, Brian Jones, Paul Jones, Ginger Baker, Jack Bruce, Dick Heckstall Smith danno fuoco alle miccie attraverso serate infuocate e jam sessions storiche all'insegna del blues dei padri d'oltreoceano, che non mancheranno farvi visita spesso nella prima metà dei '60: stiamo parlando di grandi Imagevecchi di colore come Muddy Waters, Sonny Boy Williamson, Big Bill Broonzy, Howlin' Wolf (Chester Burnett), che continueranno a diffondere il verbo blues, spina dorsale e dna delle mirabolanti vicende rock-r&b britanniche dei '60 e '70. Musicisti di colore ed imberbi allievi inglesi spesso quindi suoneranno insieme, sugellando un legame di sangue che durerà negli anni. I primissimi Animals e Yardbirds ad esempio incideranno dal vivo delle tracce storiche con Sonny Boy Williamson, giunte per fortuna sino a noi. Anche i membri della primissima Savoy Brown Blues Band dal 1965 in poi si faranno conoscere in giro e frequenteranno questo giro di clubs: quando riuscirà ad incidere i primi brani la band godrà già di una notevole popolarità. Le prime tracce le troviamo nell'"History Of British Blues" (1973, sire) e nei preziosi due volumi "Blues Anytime", pubblicati dall'Immediate Records nel 1966, indispensabili per chiunque voglia prendere atto dei vagiti del British Blues. Essi Imagecomprendono brani di John Mayall, Eric Clapton e Jimmy Page, Dharma Blues Band, Jo Ann Kelly, Jeremy Spencer (futuro Fletwood Mac), T.S. McPhee (più tardi formerà i Groundhogs) e tanti altriImage artisti. Si tratta di brani prodotti da Mike Vernon, personaggio fondamentale per la scena british-blues di quegli anni: collezionista, appassionato di blues, r&blues, critico, produttore, fonderà prima la Purdah Records e poi la Blue Horizon, etichette fondamentali per l'evoluzione del genere che stiamo trattando; sono le fonti dei brani compresi nei due vinili di Blues Anytime, che offrono un quadro esaltante della varietà ed intensità delle proposte di quel periodo fecondo e felice. Le tracce incise dalla primissima S.B.B.B. sono quattro: I Tried, nello stile di Elmore ImageJames, che era stato anni prima un successo di Larry Davis, Cold Blooded Woman, tratto da un vecchio album di Memphis Slim, la classica I Can't Quit You Baby, e lo splendido strumentale True Blue, già eloquente esempio di quanto sarà morboso il blues-mood dei Savoy Brown negli album a venire.
Oltre Kim Simmonds alla chitarra solista, la formazione in questione comprende Brice Portius alla voce, John O'Leary all'armonica, Ray Chappell al basso, Leo Mannings alla batteria ed il fantastico Bob Hall al piano, tutti tra l'altro abituali frequentatori e partecipanti ai concerti londinesi di John Mayall.

Shake Down (1967, Decca)

ImageQuesta formazione incide nel 1967 per la Decca, che li aveva messi sotto contratto, il primo album, "Shake Down". Manca John O'Leary all'armonica e c'é Martin Stone (ex titolare degli Stones's Masonry) all'altra chitarra. Shake Down é la tipica opera prima piena di covers, nella quale sono setacciati alcuni brani classici della tradizione blues: I aint' superstitious, Rock Me Baby, Oh! Pretty Woman, It's My Own Fault, Let Me Love You Baby.Image Già qui si delinea una certa tendenza 'hard' a trattare il materiale primigenio, che esplode in Shake'Em Down, vero tour de force strumentale che vede tutti i musicisti impegnati allo spasimo. Il brano più atipico dell'album é quello composto da Martin Stone, The Door Mouse Rides The Rails, nel quale mette a fuoco certe originali idee strumentali già Imagedispiegate nelle rare tracce incise dagli Stones's Masonry (ancora in Blues Anytime). Brice Portius é un buon cantante blues, ma non eccessivamente originale, Kim Simmonds invece parla già un linguaggio tagliente ed insinuante. A differenza di altri chitarristi dell'epoca, come Alvin Lee, Eric Clapton, Peter Green, Mick Taylor, non sarà mai innalzato dalla critica negli anni seguenti agli onori ed alla fama che meritava, un pò la stesso destino toccato a Stan Webb dei Chicken Shack, un altro splendido artista/lead guitar dal tocco carismatico ed inconfondibile.

Getting To The Point (1968, Decca)

ImagePreceduto dalla pubblicazione del single Taste and try before yoy buy/Someday People "Getting to The Point" vede impegnato alla produzione ancora Mike Vernon, come in Shake Down, e segna un notevole Imageavvicendamento in seno alla formazione: Dave Peverett alla chitarra ritmica, Rivers Jobe al basso, Roger Earle alla batteria, e, dulcis in fundo, Chris Youlden (autore di Taste and try before you buy) diventa il nuovo cantante. Ed é lui la vera sorpresa del nuovo assetto. Come scrive Neil Slaven (altro addetto ai lavori importante) nelle note di copertina: " La sua splendida voce lascerà di stucco chi non l'ha mai sentita prima; possiede un'autorità che non pensi di trovare ...tra i pescatori inglesi". La voce di Chris Youlden colpisce profondamente, con quel timbro impastato, emozionale, tutto giocato su tonalità basse e cavernose, da due Imagepacchetti di sigarette al giorno, o da affetto di faringite. Per Savoy Brown passa proprio da Chris Youlden - oltre che dallo stile già maturo ed introspettivo del chitarrismo di Simmonds - il processo di personalizzazione nell'approccio alla cruda e nuda materia blues, che caratterizzerà tutte le migliori bands del british blues, fondamentale spartiacque tra chi suonava solo blues e chi iniziava a caricarlo di nuovi significati e prospettive (come i grandissimi Cream parecchie spanne al di sopra di tutte le altre bands), forgiando così il nuovo 'white british blues'.
Getting to the point contiene cinque pezzi originali, tra cui la drammatica Mr.Downchild; continua Slaven: " Alzi la mano chi ha pensato che fosse un brano di Sonny Boy Williamson (in effetti il grande bluesman di colore aveva composto ed eseguiva un pezzo omonimo). E' invece il miglior esempio di come la band ha incamerato il principio della dinamicità. Il brano inizia con un cantato quasi narrativo di Chris.Image Gradualmente la tensione cresce, culminando con un solo esplosivo di Kim Simmonds. Per ottenere ciò il suo amplificatore fu piazzato in un angolo dello studio, mentre il microfono in un altro angolo...".
Certo oggi questi semplici espedienti tecnici fanno sorridere, ma il tasso di drammaticità del brano é effettivamente altissimo, come del resto in Give Me A Penny, un originale ed intrigante trattamento di un tema tradizionale, sottolineato da un riff duro e tagliente di ImageSimmonds, e Flood In Houston, tributo a Don Roberts e la Erestus Street Gang, in cui Youlden racconta con accenti commoventi ed affranti i tragici accadimenti di un memorabile allagamento in cui fu coinvolta la città di Houston. Kim Simmonds ha modo di mettersi in evidenza in Honey Bee (Muddy Waters), nello strumentale Getting To The Point, esempi fulminanti di scolasticità e pulizia esecutive estreme. Bob Hall, valente pianista, compone la triste Big City Lights e l'album si chiude con un ennesimo tour de force strumentale, You Need Love, brano preferito da molti gruppi dell'epoca, che ricorda da vicino la Shake'em down del disco precedente.


Blue Matter (1969, Parrot/Deram)

Ed arriviamo a "Blue Matter" , una delle prove più memorabili del gruppo in assoluto. Lo stile é maturato ulteriormente, il lavoro di studio si fa più Image complicato ma dà risultati preziosi, come ci informa nelle note di copertina il produttore Mike Vernon. il blues profondamente introspettivo del gruppo produce atmosfere quasi dark, diremmo col senno di poi: ascoltate nella side di studio (l'altra é live) Train To Nowhere, con un uso dei fiati massiccio, dall'incedere plumbeo ed opprimente; il tremendo assalto frontale hard della cover di John Lee ImageHooker Don't Turn Me From Your Door, chitarra- distorsore sparato al massimo, rivela quanto l'impatto della band sia divenuto devastante. La tradizione e le 'roots' di Hooker, prese per i capelli e munite di aculei spinosissimi, sono mandate per il mondo a far immani danni.Tolling Bells, blues dalle cadenze rallentate, possiede una Imagetangibile tensione interna che esplode a sprazzi in impressionanti scariche emotive: l'espressività del gruppo, distillata sapientemente, raggiunge una delle punte più alte del disco. Di contro Vicksburg Blues, giocato tutto su piano e voce, fa bella mostra di purezza blues gelosamente serbata. Grande esempio di versatilità ImageShe got ring in his nose and ring on her hand, swingato ed intrigante, racconto di uno stranissimo fatto accaduto, nel quale Chris Youlden (come in tutti gli altri brani) dimostra di essere il lead-singer più toccante della scena blues anglosassone, anche se le sue tonalità sono decisamente basse, ma questo non é un problema. Altrettanto imperdibile é la facciata dal vivo, registrata a Leicester il 6 dicembre 1968. Vernon ci informa che a causa di una brutta influenza Youlden diede forfait, per cui provvide a sostituirlo la seconda chitarra 'Lonesome' Dave Peverett, che possedeva una voce più acuta ma decisamente meno profonda di Chris. May Be Wrong ed It Hurts Me Too sono dei blues ortodossi che permettono a Kim Simmonds di dimostrare di non essere meno di un Clapton: le frasi che articola sono tese ed Imageaffilate, cristalline e convulse, il suo solismo taglia l'anima a fettine, in virtù di un suspence-style personalissimo. Il capolavoro di questa live side é comunque la rielaborazione di Louisiana blues di Muddy Waters, che presenta un corpo centrale basato su un'improvvisazione di densa ispirazione psichedelica: le evoluzioni strumentali della band attanagliano ed avvincono in virtù di furiose progressioni ed ipnotici rallentamenti. Il tutto é molto, molto ispirato, e soprattutto inedito! Aggiungeteci il paziente prezioso lavoro pianistico di bob Hall, equilibrato e discreto, ed una sezione ritmica funzionale: ottenete una pagina di blues come sarà difficile ascoltarne negli anni successivi. Una menzione va fatta alla copertina 'gotica' stupenda, con tanto di creature infernali, opera del grafico David Anstey.

A Step Further (1969, Parrot/Deram)

ImageImage'Il passo avanti' é rappresentato da un'accresciuta freschezza, ricchezza strumentale e ritmica negli arrangiamenti e dei brani, di cui un grosso merito va a Terry Noonan. L'uso dei fiati nel nuovo disco "A Step Further" é massiccio e determinante nello strumentale Waiting In The Bamboo Groove, dove fanno da corollario ad una performance davvero da shock di Simmonds, nello stile di albert Collins, e nella percussionistica e latineggiante I'm tired/Where Am I, uscita anche a 45 giri.Image
Life's One Act Play é un blues in crescendo dallo sviluppo graduale tipicamente Savoy Brown, nobilitato dall'uso saggio di viole, violini e celli: sottolineano con fraseggi trascinanti un'altra interpretazione da brivido, commovente, profondamente emozionale di Chris Youlden. Made Up My mind é un boogie coinvolgente che entra subito in testa, con un ottimo, martellante lavoro pianistico del decano Bob Hall. Anche qui l'altra side é dal vivo, dedicata ai fans di Detroit, Michigan: la band infatti é divenuta molto popolare in America, grazie a più di una tourné. Questa performance, registrata il 12 Maggio 1969 al Cooks Ferry Inn di Edmonton, basata sul tema Savoy Brown Boogie, é completamente diversa Imagemusicalmente dalla live-side di Blue Matter: tutta giocata su sospensioni ritmiche boogie mette in mostra un gruppo affiatatissimo che prima di tutto si diverte, attraverso citazioni storiche, Whole Lotta Shakin' Goin' On, Little Queenie, Purple Haze, cacciandosi addirittura nell'esotica Hernando's Hideway, il tutto innaffiato da una carica sarcastica straripante! L'energia e l'entusiasmo é a mille: indubbiamente il momento più felice della loro carriera, una jam che occupa un'intera facciata e che ti schioda dalla poltrona.

Raw Sienna (1970, Parrot/Deram)

ImageImageNell'album seguente, "Raw Sienna" la band continua a muso duro gli esperimenti con i fiati in I'm Crying, Master Hare, Needle And Spoon, That Same Feelin', A Little more Wine mentre in When I Was a Young Boy appare nuovamente un sezione di strings: il tutto profuso in ottimi arrangiamenti che non vanno ad inficiare la vena hard-blues Savoy Brown, ormai un'inconfondibile marchio di fabbrica. Chris Youlden e Kim Simmonds si dividono quasi equamente il songwriting, un sei a tre a favore del fecondissimo Youlden che riesce a declinare il blues in composizioni dallo straordinario mood malinconico e crepuscolare; si inizia dalla latineggiante ed intrigante A Hard Way To Go per essere poi avvolti dalle spire 'blue'e nostalgiche di I'm Crying, Stay While the Night Is Young, When I Was a Young Boy sino Imageall'etilica A Little More Wine. Kim Simmonds, oltre a confermare un impareggiabile chitarrismo hard-blues in That Same Feelin' e I'm Crying, dà saggio di grande versatilità suonando bottleneck guitar in A Little More Wine, ma é soprattutto nei quasi otto minuti strumentali della sua Is That So che dimostra di avere tante frecce al suo arco, passando dalla chitarra acustica all'elettrica ed addentrandosi in evoluzioni solistiche prettamente jazzistiche, un mood che ritroviamo puntualmente anche in altri episodi dell'album. Simmonds firma anche l'altro strumentale Master Hare.

Looking In (1970, Parrot/Dorset/Deram)

ImageUno dei motivi per cui questo disco é ricordato nelle cronache é l'eccezionale artwork di Jim Blaikie: scrive il nostro Maurizio Pupi Bracali nel catalogo cartaceo della mostra 'Disco/grafica, la copertina di un disco come forma d'arte' (Ceriale, Savona, Giugno-Luglio 2003): "Jim Blaikie, illustratore e pittore inglese autore di numerose copertine per svariati gruppi musicali. Questa copertina esemplare nella sua sinergia tra artwork ed illustrazione é considerata tra quelle con il più forte impatto visivo di tutti gli anni settanta nonché uno dei vertici della sua carriera di cover artist". Naturalmente non si tratta dell'unico motivo d'attrazione esercitata da "Looking In", sesto album dellaImage Savoy Brown Blues Band: anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un lavoro estremamente sfaccettato nel quale sono esplorate le diverse ipotesi stilistiche attraverso le quali il british blues poteva evolversi, un pò la stessa cosa che succedeva negli stessi anni negli albums del padrino del B.B. John Mayall e dei suoi Bluesbreakers. Chris Youlden aveva poco prima lasciato la band, ai lead-vocals appare il chitarrista ritmico Dave Peverett, già presente nella live-side di Blue Matter, dallo stile (come già Imagesuddetto) estremamente differente. Peverett ben coadiuva(insieme al bassista Tony Stevens) Simmonds in sede compositiva: l'iniziale Poor Girl, e le sue Looking In e Leavin' Again (otto minuti e passa), marchiati dai secchi riffs di Simmonds, potrebbero far pensare ad una decisa sterzata hard della band - in linea con l'inizio di un decennio che vedrà il trionfo di questo genere - ipotesi in parte confutata dalle soffici e malinconiche Money Can't Save Your Soul e Take It Easy, che riportano l'attenzione dell'ascoltatore sul coté più ortodossamente blues della band. Soffusi e godibilissimi jazzismi sono prodotti infine dalla penna e dalla chitarra di Kim Simmonds nello strumentale Sunday Night.

Image ImageDave Peverett, Roger Earle e Tony Stevens lasciano, per andare a formare la band hard-blues dei Foghat: si tratta di un ennesimo giro di boa nella formazione dei Savoy Brown, il loro posto viene preso dal pianista Paul Raymond, il bassista Andy Silvester ed il batterista Dave Bidwell, tutti provenienti da un'altra grande british-blues band, i Chicken Shack di Stan Webb e Christine Perfect. Con questa formazione saranno incisi due dischi: "Street Corner Talking" (1971) e "Hellbound Train" (1972)Image (con Dave Walker lead-vocal). Siamo di fronte a due lavori che pur non eguagliando i vertici espressivi blues dei primi sei albums contengono parecchi episodi apprezzabili; dagli originali All I Can Do, Tell Mama, Street Corner Talking, Hellbound Train, Troubled By These Days And Times, Lost And Lonely Child, alle covers Wang Dang Doodle (Willie Dixon) e I Can't Get Next to You (Strong, Whitfield)Image. Di avvicendamenti ce ne saranno molti altri negli anni a venire nelle file di Savoy Brown, Kim Simmonds rimarrà a tutt'oggi l'unico membro originale nella line-up, nonché il fondatore: sarà sempre la vera anima della band, il polo intorno al quale tutto girerà nei decenni a venire (una nutritissima discografia), capace di impennate stupefacenti sempre in nome dell'amatissimo blues/boogie, artefice di albums a volte ancora buoni se non ottimi (Lion's Share -1972, Boogie Brothers - 1974, Live At The Record Plant - 1998, Strange Dreams - 2003, Blues, Balls and Boogie - 2006); in altri casi appena sufficienti, come Jack The Toad (1973), Skin 'N' Bone (1976), Kings Of Boogie (1989). La storia continua: 'una sporca faccenda blues'!

Wally Boffoli

ImageFIVE LONG YEARS - Featuring Chris Youlden of Savoy Brown

Kim Simmonds & Savoy Brown
Savoy Brown

Savoy Brown Blues Band Discography:

Shakedown (Decca 1967)
Getting To The Point (Decca 1968)
Blue Matter (Parrot 1969)
A Step Further (Parrot 1969)
Raw Sienna (Parrot 1970) Image
Lookin'In (Parrot 1970)
Street Corner Talking (Parrot 1971)
Hellbound Train (Parrot 1972)
Lions Share (Parrot 1972)
Jack The Toad (Parrot 1973)
Boogie Brothers (London 1974)
Wire Fire (London 1975)
Skin 'n' Bone (London 1977)
Savage Return (London 1978)
Rock and Roll Warriors (Accord 1981)
Greatest Hits in Concert (Accord 1981)
Just Live (Line 1981) Image
Live In Central Park (Relix 1985)
Slow Train (Relix 19869
Make Me Sweat (Crescendo 1987)
Kings Of Boogie (Crescendo 1989)
Live 'n' Kicking (Crescendo 1990)
Let It Ride (Roadhouse 1992)
Bring It On Home (Viceroy 1995)
Solitaire (Blue Wave 1997)
Blues Keep Me Holding on (Blue Storm 1998)
Blues Like Midnight (Blue Wave 2001)
Strange Dream (Blind Pig 2003)
Struck By Lightening (Panache 2004)
You Should Have Been There (Panache 2004)
Steel (Panache 2007)
Too Much Of A Good Thing (Panache 2009)